La scelta di essere violenti
No: non c’è nessun cattivo maestro, nessun Mangiafuoco che tira i fili, nessun misterioso burattinaio al quale attribuire la responsabilità delle bravate sanguinose di questi ragazzi violenti.
Ci sono loro. E basta.
Li conosco bene.
Insegno da una vita e ho visto passare davanti alla cattedra generazioni di adolescenti, con le loro intelligenze, le loro stupidità – ahimè esponenzialmente crescenti – le loro generosità e le loro miserie.
Non ho bisogno che qualche sociologo da salotto sinistrorso mi spieghi che cosa passa per la testa di un ragazzo. Né che qualche commentatore, con l’aria grave di chi ha appena scoperto l’acqua calda, mi illustri le cause remote di una coltellata.
La violenza giovanile si propaga in Europa, assume forme diverse, ma presenta un tratto inquietante: non ha alcuna una causa proporzionata alla sua ferocia. Talvolta non ha neppure una causa che meriti questo nome.
C’è chi aggredisce per noia, chi per esibirsi, chi per sentirsi qualcuno, chi per procurarsi quei cinque minuti di notorietà che una vita interiore inesistente non è in grado di offrirgli. E c’è chi filma la propria infamia, perché il delitto, da solo, non basta: bisogna anche pubblicarlo.
Non è una novità, peraltro; non è “colpa” dei cellulari: il male pretende un pubblico. Da sempre.
Per soprammercato, ci toccano anche gli interpreti. Sono puntuali come le tasse e prevedibili come le repliche estive targate RAI: la scuola non ha educato; la famiglia non ha vigilato; la società ha emarginato; il capitalismo ha alienato; i social hanno manipolato.
Se il ragazzo accoltella, bisogna interrogare il sistema. Se il sistema non risponde, si interroga il contesto. Se il contesto tace, si convoca una commissione.
Il ragazzo, intanto, resta non pervenuto, quasi fosse una vittima collaterale e non l’autore della sua coltellata.
Sia chiaro: le famiglie possono fallire, le scuole possono sbagliare, gli adulti possono essere assenti, le reti digitali possono alimentare l’emulazione e la fascinazione per la violenza. Negarlo sarebbe sciocco.
Ma una cosa è riconoscere i fattori che favoriscono un comportamento, un’altra è trasformarli in un certificato di irresponsabilità. Spiegare non significa assolvere. E comprendere non significa giustificare.
Qui sta il punto che tanti sinistrorsi salottieri non capiscono o, più spesso, fingono di non capire: la responsabilità individuale non è un pregiudizio borghese, ma il fondamento di ogni antropologia che non riduca, marxisticamente, l’uomo a una bestia imitativa.
PerchP se un uomo è soltanto il prodotto delle circostanze, non è più un uomo: è un meccanismo difettoso. E, allora, non si punisce, non si educa, non si pretende che migliori. Si aggiusta. Possibilmente con un finanziamento pubblico e un corso di educazione civica.
Quanto ai cattivi maestri, ne ho conosciuti pochi.
Ho conosciuto, invece asini raglianti in coro, ossia molti insegnanti ridotti a segretari dell’opinione dominante: gente che confonde l’educazione con la ripetizione delle parole d’ordine del momento e che, per paura di essere accusata di “fascismo”, rinuncia perfino a chiamare la stupidità col suo nome.
Ho conosciuto genitori che non vedono, e altri che vedono benissimo ma preferiscono non vedere. Perché ammettere che un figlio abbia sbagliato significa ammettere che non è il capolavoro morale che si immaginava.
Giacché un ragazzo violento è semplicemente un ragazzo violento. Per sua scelta. Non un simbolo della crisi del capitalismo, non una vittima della società dei consumi, non un martire dell’incomprensione adulta.
Un ragazzo che ha voluto, coscientemente, fare del male e che dovrebbe rispondere, in un modo appena normale, di ciò che ha fatto. La sua età può attenuare la responsabilità. Non può punto cancellarla.
Io sono cristiano e liberale. Due ragioni, per me, per non credere alla favola dell’uomo innocente per definizione. Il cristianesimo conosce il peccato; il liberalismo conosce la libertà. Entrambi sanno che l’uomo è capace di bene e di male e che, senza responsabilità, non esiste né conversione né libertà, ma soltanto un alibi permanente.
Non pretendo che ogni ragazzo sia colpevole di tutto ciò che gli accade. Pretendo che sia riconosciuto responsabile di ciò che compie. È una distinzione elementare, ma oggi sembra un’insopportabile provocazione.
E così, anno dopo anno, ricomincia la commedia. Un’aggressione, un accoltellamento, una scuola devastata, un insegnante picchiato. Seguono le interviste, gli esperti, le diagnosi collettive, le indignazioni a scadenza.
Qualcuno propone un nuovo progetto educativo, qualcun altro un osservatorio, un altro ancora un tavolo interministeriale. Poi il clamore si spegne, fino alla prossima stagione di violenze.
Non c’è da stupirsi: quando tutti sono responsabili, nessuno lo è davvero.
La mia impressione è che dietro questa violenza non si nasconda un grande disegno, ma qualcosa di assai più misero e atroce: il vuoto. Un vuoto interiore che non sa che cosa desiderare, che non conosce limiti, che scambia l’eccitazione per la felicità e la crudeltà per la forza.
Non sempre c’è una protesta da interpretare. Talvolta c’è soltanto la miseria di un gesto stupido, feroce e gratuito.
E la stupidità, quando si arma, non diventa una teoria sociale. Diventa un pericolo.
Non so se questo vuoto possa essere colmato. So che non lo si colma fingendo che non esista, né attribuendolo ogni volta a una colpa collettiva.
So anche che la pietà cristiana non consiste nel negare il male, ma nel non disperare dell’uomo senza mentire sulla sua condotta.
Perciò continuerò, anche da solo, a difendere una verità diventata impopolare: gli uomini non sono innocenti perché sono giovani, né colpevoli perché sono adulti. Sono liberi, ciascuno secondo la propria condizione, e devono imparare a rispondere delle proprie azioni.
Il resto è sociologia, da due o, al più, da quattro centesimi: non vale di più una pseudoscienza nella quale si viene addottorati senza aver capito nulla dell’uomo.
E domani, naturalmente, ricominceremo da capo.





