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No Meloni Day: guerriglia di delinquenti non protesta di studenti

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guerriglia di delinquenti

Le violenze gratuite e gli infiniti danni alla scuola della sinistra dal Sessantotto in poi

Delinquenti, non studenti. Pietre contro la polizia a Torino. Bombe carta contro il ministero dell’Istruzione a Roma.

Le sagome della premier e del ministro a testa in giù tra i bidoni della spazzatura a Genova, al grido di “uccidere il fascista non è reato”.

È il No Meloni Day.

Di nuovo. Quante volte deve ripetersi una guerriglia prima che qualcuno smetta di chiamarla protesta?

La parola “studenti”, ieri, è stata usata come un passamontagna. Copre chi sfilava dietro uno striscione e chi ci si nascondeva dietro per caricare la fionda.

A Torino sono finiti in manette tre minorenni: due con lo spray urticante in tasca, il terzo con le pietre.

Uno era già ai domiciliari per una rapina. Il giudice gli concedeva di uscire per una sola ragione: andare a scuola.

È andato in piazza. Con i sassi.

Non è un raptus. È un calcolo. Ha imparato che ogni sanzione è provvisoria, ogni regola un’opinione.

Per una rapina gli hanno lasciato aperta la scuola. Perché mai per una sassaiola dovrebbero chiudergliela?

Il giorno prima, sempre a Torino, una quarantina di incappucciati aveva fatto irruzione in tre istituti, tra cui una scuola elementare.

Nella palestra dei bambini è comparsa una spranga. Feriti un carabiniere, un collaboratore scolastico, un docente.

Ecco il paradosso. Sfilano contro le scuole che cadono a pezzi e le scuole le fanno a pezzi loro.

Come si spiega? Con una parola: possesso.

Per questi ragazzi la scuola non è un bene comune. È un territorio. L’occupazione, da cinquant’anni, è un atto di proprietà: si sbarrano i cancelli, si decide chi entra e chi resta fuori.

“La scuola è nostra”, ripetono. Della roba propria si fa quello che si vuole.

Solo che il conto lo pagano i Comuni e le Province, cioè le famiglie dei compagni rimasti fuori. È la proprietà senza responsabilità.

Per questo il “chi rompe paga” di Valditara ha fatto tanto rumore: per la prima volta qualcuno ha presentato il conto.

Corso Inghilterra, Torino. Il corteo si ferma davanti ai blindati. Un gruppo di professori si mette a braccetto in testa, dietro lo striscione “Assemblea Torino”, tra i ragazzi e gli agenti.

Più tardi, dopo le pietre di piazza Castello, tornano a frapporsi.

Scudi umani. Cercavano il martirio. Bastava una sola foto: il professore con la testa rotta da un manganello, da far girare in tutta Europa entro sera.

La polizia non ha abboccato. Ha incassato le pietre e ha tenuto la linea. Il martire è rimasto con un palmo di naso. E con la cattedra.

Ventiquattro ore prima un loro collega era stato ferito proprio dagli incappucciati. Eppure la versione raccolta dai cronisti è questa: “La polizia ha provocato, noi ci siamo messi in mezzo”.

In mezzo, appunto. Come se tra chi lancia una pietra e chi indossa una divisa ci fosse una partita da arbitrare.

Qui non basta indignarsi e chiedere di licenziarli. Bisogna capire.

Dal Sessantotto in poi la sinistra ha fatto della scuola la sua prima sezione di partito. Chi a sedici anni occupava il liceo, a sessanta siede in cattedra.

Nel ragazzo col cappuccio non vede un teppista. Vede la propria giovinezza.

È la psicologia del reduce: la propria leggenda non si processa. Si giustifica, si “contestualizza”. Il passamontagna diventa un dettaglio, la pietra un episodio isolato, l’agente un provocatore.

Così il professore smette di essere un adulto davanti a un minorenne. Diventa un compagno più anziano. E un ragazzo che ha davanti soltanto compagni cresce senza mai incontrare un limite.

Gli organizzatori parlano di 400mila studenti in piazza. Lo sciopero della scuola convocato per lo stesso giorno, stando ai dati provvisori del ministero, si è fermato all’1,08 per cento.

Novantanove su cento non hanno scioperato. È la vera maggioranza della scuola italiana. Quella rimasta fuori da ogni fotografia.

A che cosa è servita, allora, questa giornata? Il tetto agli alunni stranieri resta, il decreto pure.

Basta guardare le foto per capire che la scuola era il pretesto. Nei cortei sventolano bandiere palestinesi. L’incappucciato con la fionda di piazza Castello ha la kefiah sul volto.

Che c’entra Gaza con i controsoffitti che crollano? Niente. Ma la kefiah è diventata la divisa di una generazione senza una causa propria, che ne prende in prestito una lontana.

Non occorre conoscere la storia del Medio Oriente: basta indossarla per sentirsi dalla parte giusta.

A quanto si legge, del resto, in diverse città i collettivi che hanno trascinato le scuole in piazza sono nati proprio nelle mobilitazioni per la Palestina dell’anno scorso.

Da Bruxelles la presidente del Consiglio ha chiesto alle opposizioni una parola chiara di condanna. La risposta di Elly Schlein: Meloni “pensi agli italiani anziché prendersela con loro”.

Prendersela con chi? Con il minorenne che porta le pietre in tasca? Con chi appende a testa in giù la sagoma di una donna tra i rifiuti?

La sinistra ha un problema antico con la violenza dei propri figli. La chiama rabbia, disagio, energia. Mai con il suo nome: delinquenza.

Quando prova a condannarla, ci aggiunge un “ma”. La senatrice del M5S Barbara Floridia condanna “ovviamente” le violenze, ma il governo non deve nascondersi dietro singoli casi.

Il “ma” è la porta di servizio da cui la condanna esce appena entrata.

Il motivo è scomodo. Chi ogni giorno descrive il governo come un regime ha costruito la cornice in cui una pietra diventa resistenza.

Condannare il sasso significherebbe ammettere che il regime non esiste.

Negli anni Settanta si diceva “compagni che sbagliano”. Cambiano le parole, resta la parentela.

E tutto questo il 16 ottobre, mentre al Portico d’Ottavia Roma ricordava il rastrellamento del Ghetto del 1943.

Si deponevano fiori per i deportati e a Genova si gridava che uccidere il fascista non è reato.

Ma chi è il fascista?

Lo decidono loro. Ieri era la premier appesa a testa in giù, domani il poliziotto in divisa, il professore che non sciopera, lo studente che vuole entrare in classe. Basta l’etichetta.

Ottantatré anni fa l’etichetta era un’altra. Ogni persecuzione comincia così: prima si toglie all’avversario il nome di essere umano, poi si dichiara lecito eliminarlo.

Sono delinquenti mascherati e dunque pure vigliacchi, per i quali il rimedio esiste già. Coprirsi il volto in un corteo è reato dal 1975 e dal 2019 costa da due a tre anni di arresto. Sulla carta.

Perché è una contravvenzione e l’arresto in flagranza è soltanto facoltativo.

In piazza, poi, si carica per alleggerire, lasciando sempre una via di fuga. Per i violenti è la via dell’impunità.

Bastano due parole: accerchiamento e obbligatorio. Chiudere il gruppo dei mascherati e prenderli tutti.

Chi entra in un corteo con la faccia coperta ne esce in manette. Le proposte di legge sono già depositate in Parlamento.

Ai professori di corso Inghilterra resta un compito, lunedì mattina. Spiegare ai novantanove colleghi che non hanno scioperato, al collega ferito il giorno prima, da che parte si sono messi.

I ragazzi, intanto, la loro lezione l’hanno già imparata. Che il passamontagna protegge, che il professore copre, che la sinistra giustifica.

È l’unica materia in cui i cattivi maestri promuovono tutti.

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