L’esca di Trump, il bivio del Brasile e i radar di Kalingrado
Oggi ci dedichiamo a iniziare a comprendere quella che in un’occasione precedente ho accennato come “Guerra di quinta generazione”, cioè l’applicazione sistematica di un’ingegneria sociale gestita in modo ormai grottesco da una parte, e il sistema adottato dall’amministrazione americana, particolarmente da Trump, per combatterla facendosene anche gioco.
C’è un termine tecnico mutuato dal mondo del wrestling professionistico che chiunque voglia comprendere le dinamiche del momento storico attuale ha l’obbligo scientifico di imparare a padroneggiare: il Kayfabe.
Nel ring di quello spettacolo, il Kayfabe è la recitazione totale di una rivalità finta, un copione predeterminato che viene però presentato al pubblico con una serietà tale da farlo apparire come originale e autentico, portando gli spettatori a scannarsi per tifare l’eroe contro il cattivo di turno.
Mentre l’ingegneria sociale offshore continua ad adoperare un vecchio sistema di contrapposizione ideologica o di attacco diretto, con la produzione di notizie false, gonfiate o illazioni di antica concezione per generare nebbia cognitiva e confusione nei territori, il “Sistema Trump” ribatte proprio con le regole del Kayfabe.
Chi capisce questa strategia così utilizzata e alla base della situazione attuale, capisce come i grandi protagonisti dell’economia reale non rispondano alle provocazioni nominali dei salotti alle loro condizioni, ma utilizzino questo software per attuare precise strategie di contropropaganda e dissimulazione tattica di quinta generazione.
L’esempio plastico e contabile si è consumato nelle ultime ore, facendo saltare sulla sedia i salotti della stampa offshore, uso questo termine frequentemente perché richiama alle banche dislocate principalmente nei Caraibi, e qualcosa mi dice che presto sarà inevitabile tornarci.
Donald Trump, quindi, ha pubblicato un post su Truth Social citando i dati ufficiali di 125 milioni di elettori che hanno votato nel fine settimana, affermando che si trattava delle presidenziali dell’India e che i risultati sono usciti lo stesso giorno, a differenza delle settimane necessarie a Detroit o Filadelfia per calcolare quattro schede.
Immediatamente i media di regime e i fact-checker si sono scatenati ridendo del presunto “errore grossolano”, affannandosi a spiegare che a votare non era l’India, ma il primo turno in Brasile, che ha registrato il netto vantaggio del blocco patriottico di Flávio Bolsonaro al 47,03%, oltre 56 milioni di voti, contro l’incumbent globalista Lula fermo al 45,16%.
Chi possiede gli strumenti geometrici del calcolo capisce all’istante lo scacco matto: non c’è stato alcun errore, ma l’applicazione millimetrica del Kayfabe come esca mediatica.
Trump ha lanciato una provocazione geometrica conscio del riflesso condizionato della stampa globalista: offrendo un finto errore, ha costretto l’intera idrovora dei media di regime ad amplificare e rilanciare a dismisura il suo messaggio con l’unico scopo di “correggerlo”.
Nel farlo, i soloni della carta sono stati costretti a gridare davanti a tutto il pianeta l’esatta contabilità materiale che volevano tenere sottotraccia: ovvero che in Brasile il voto computa 125 milioni di preferenze in tre ore, svelando l’assurdità burocratica dei tempi biblici del voto statunitense.
Il richiamo all’India, inoltre, è il perno logico del SAVE America Act, in cui il modello indiano della Commissione Elettorale (identificazione fotografica obbligatoria e zero schede via posta) viene utilizzato come deterrenza contro l’applicazione scorretta dei flussi elettorali artificiali, i brogli, per dirla semplice.
Mentre i salotti si avvitano su questo wrestling di scartoffie nominali, la propaganda terroristica dei media europei e delle fake news, quella scomposta che ormai dovremmo conoscere meglio del Kayfabe, dal momento che ha raggiunto livelli di bassezza mai visti prima, basti ricordare i missili nei lavandini a Kiev e i lanciafiamme nei sobborghi di Washington per dare l’idea, tenta di infiammare una nuova coordinata: Kaliningrad e il corridoio di Suwalki.
I talk-show, i media e le inutili propaggini NATO rimaste in un’Europa affannata dalla mancanza delle risorse, agitano lo spauracchio di un imminente attacco militare occidentale per rompere le linee di Mosca o di una devastante reazione russa nel Baltico.
Ignorano deliberatamente la contabilità dei dati economici che qui richiamiamo di continuo: la Germania manifatturiera colpita dal default industriale, il Regno Unito e l’intera Eurozona stritolati dal caro-vita biologico e dal diesel stazionario a 2,30 euro alla pompa.
Una fragilità strutturale specchiata dalla situazione politica totalmente traballante e in asfissia di consenso dei rispettivi leader europei, dal cancelliere Friedrich Merz in Germania, a Emmanuel Macron in Francia, fino al recente annuncio di elezioni anticipate per il 29 novembre da parte di Pedro Sánchez in Spagna.
Chi impiega il microscopio forense del realismo economico, quindi, riconosce l’assoluta impossibilità fisica, logistica e termodinamica di una simile opzione.
Da un lato, i Paesi europei stritolati dall’asfissia industriale non possiedono né le risorse materiali né la sussistenza biologica per sostenere un’azione che innescherebbe all’istante la reazione di Mosca, con la quasi certezza di una deterrenza simmetrica.
Dall’altro, i registri ufficiali delle forze di terra dimostrano che la contabilità militare di Mosca è focalizzata su altri fronti e che non ha nemmeno considerato un’azione espansiva isolata in un territorio interamente circondato da confini blindati.
Agitare i tamburi di guerra su Kaliningrad è l’ennesima finzione scenica per nascondere che la terraferma risponde solo alla stabilità della logica materiale dei flussi energetici e delle materie prime reali, mentre la ormai prossima fine del vecchio sistema propone solamente una propaganda continua senza alcuna materia che la sostenga.





