L’Armonia delle differenze ricchezza per l’umanità
Lunedì 28 settembre 2026 a Metz si è consumata l’ultima tappa del viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, in una giornata incentrata su dialogo, radici europee e riconciliazione.
La mattina il Papa si è recato al Centro Congressi Robert Schuman per un incontro interreligioso, a cui sono stati presenti i principali responsabili delle religioni in Francia.
Leone XIV ha affermato che il dialogo non indebolisce l’identità, ma la esprime con verità e apertura all’altro.
Ha lanciato un forte monito contro il fondamento islamico, pur senza nominarlo, secondo una consolidata tradizione della Curia, dicendo: «Invocare il nome di Dio per legittimare la violenza o l’oppressione è una profanazione».
Ha soggiunto che le religioni devono essere «guardiane della vita» e lavorare per disarmare cuori e parole, cercando così di conservare quella sorta di primato interreligioso che la Santa Sede ha dai tempi del Concilio Vaticano II.
I leader religiosi hanno letto e firmato l’Appello di Metz per un dialogo permanente, la formazione dei giovani e l’impegno comune per giustizia e pace. Il testo si colloca esplicitamente a quarant’anni dall’Incontro di Assisi del 1986 voluto da Giovanni Paolo II.
I firmatari riconoscono che il mondo è giunto a «un nuovo punto di svolta», per la moltiplicazione delle guerre e delle violenze, la minaccia al diritto internazionale, soprattutto umanitario, l’aumento delle disuguaglianze, la fragilità degli equilibri ecologici e le trasformazioni tecnologiche che scuotono valori e modi di vivere.
Di fronte a tutto questo, le religioni organizzate non possono rassegnarsi alla violenza, all’ingiustizia o all’indifferenza.
I responsabili affermano la volontà comune di servire insieme tutta la famiglia umana, consapevoli della profonda interdipendenza e della responsabilità particolare che le religioni organizzate hanno nel costruire e custodire la pace, specialmente in Europa e in una terra – la Lorena – segnata da tante guerre.
Il testo sottolinea che la pace non è solo assenza di guerra, ma richiede giustizia, rispetto della dignità umana, solidarietà tra popoli e generazioni, e cura della «casa comune».
Condanna nettamente ogni discriminazione, discorso d’odio e attacchi a persone o luoghi di culto – incassando dai leader non cristiani una sostanziale solidarietà alla Chiesa Cattolica, che in Francia è la sola bersagliata per i sacrilegi locali, e impegnando tutti a favore degli ebrei, che sono quelli più discriminati e bersagliati da violenze personali – rifiuta il «veleno del totalitarismo», ricordando le sofferenze della Lorena ma anche lanciando un monito alle dittature senza nome che non sono più tanto lontane dall’Europa.
Enuncia una dichiarazione solenne: «Né il nome di Dio né alcuna verità religiosa o tradizione spirituale possono mai essere invocati per giustificare la violenza e l’odio», che è la sconfessione del wahabismo, del salafismo e delle altre scuole coraniche che incitano alla guerra santa.
Ricorda che le religioni, come itinerari interiori, sono una via privilegiata verso quella «pace disarmata e disarmante» a cui chiama Papa Leone XIV e che la ricerca della pace inizia dentro ciascuno, disarmando ciò che alimenta paura e rifiuto dell’altro, con una puntualizzazione che va letta come richiesta di reciprocità.
I firmatari si impegnano in tre cose concrete: proseguire con assiduità un dialogo esigente tra loro, continuare a formare le giovani generazioni alla conoscenza reciproca delle rispettive tradizioni, restare uniti, anche nell’avversità, per promuovere giustizia e pace.
L’appello si conclude con l’auspicio che diventi per tutti «una bussola di speranza» e ricordi che «nessuna pace duratura si costruisce senza l’altro, né contro di lui», il che, nell’Europa messa a soqquadro dall’antisemitismo militante e nella Francia in cui le chiese bruciano e da cui gli Ebrei scappano, non è affatto scontato che venga ricordato.
I firmatari sono il cardinale Jean-Marc Aveline, presidente della Conferenza Episcopale Francese, il pastore Christian Krieger, presidente della Federazione Protestante di Francia, il metropolita Dimitrios (presidente dell’Assemblea dei Vescovi Ortodossi di Francia), Haïm Korsia, Gran Rabbino di Francia, Chems-Eddine Hafiz, Rettore della Grande Moschea di Parigi e Antony Boussemart, co-presidente dell’Unione Buddista di Francia.
L’Appello di Metz rappresenta uno dei momenti più significativi del viaggio: non un testo generico di buoni propositi, ma un impegno concreto e condiviso delle religioni francesi, pronunciato in un luogo simbolo di frontiere superate e alla presenza del Papa, che lo ha immediatamente accolto e rafforzato nel suo discorso successivo.
C’è speranza che la routine diplomatica di questi incontri diventi sempre più un itinerario autentico verso una pacifica convivenza nel futuro prossimo, perché la frontiera oramai passa in mezzo a noi.
Si è tenuto poi un altro, ancor più significato incontro, quello alle «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», a cui è stato presente il presidente Emmanuel Macron e diversi rappresentanti europei.
Nel Discorso centrale, molto atteso, Leone XIV, Papa americano, ha enunciato la sua idea d’Europa, nel quadro di una visione organica e completa della visione del mondo, e senza andare in pellegrinaggio nelle istituzioni europee, oramai sempre più lontane dalla concezione cristiana e papale della politica.
Innanzi tutto Leone ha fatto omaggio alla memoria del democratico cristiano Robert Schuman e alla Dichiarazione del 1950, rivendicando, in modo chiaro ma discreto, il ruolo decisivo dei cattolici in politica nella formazione dell’idea di Europa delle nazioni e delle persone.
Ha poi rinnovato la condanna della «nuova inutile strage» che miete vittime civili ogni giorno, anche in Europa.
La scelta dell’espressione che fu di Benedetto XV non è casuale. La guerra d’Ucraina è un focolaio molto ampio che brucia da tanto tempo e che non ha perso la capacità di coinvolgere tutto il continente in un conflitto letale e definitivo.
Il Papa ha poi lanciato un avvertimento contro «l’illusione del riarmo», che non basta ad arginare l’emorragia della guerra e che suona come sonora sconfessione delle politiche della UE, ricordando che servono «sforzi creativi» per la pace.
E se qualcuno non avesse inteso cosa sarebbe questa creatività, ha lanciato un appello al dialogo paziente, al coraggio nella negoziazione e alla disponibilità a sacrificare posizioni per il bene superiore della pace.
Ha infine evidenziato che le relazioni tra Stati sono diventate «sempre più barbare» e che il diritto internazionale resta l’antidoto alla volontà di dominio.
È degno di nota un passaggio sui migranti, la cui dignità umana esige vie legali e sicure e politiche di integrazione, ma che va oltre la retorica dell’accoglienza, come vedremo tra breve.
In questa cornice si colloca la concezione dell’Europa di Papa Leone XIV
Egli presenta un’idea del continente che è al tempo stesso storica, culturale, spirituale e dinamica.
Non è un’Europa ridotta a istituzione o a spazio geografico, ma una realtà viva che si definisce attraverso le sue radici e attraverso la capacità di incontrare l’altro.
L’Europa, secondo il Papa, non si riduce a un continente. È il frutto di un lungo percorso di incontri: radici greche e latine, germaniche e slave, e soprattutto cristiane.
«Non si può parlare di Europa senza menzionare il cristianesimo».
Il riferimento non è confessionale, perchè il cristianesimo ha trasmesso valori universali – dignità della persona, sacralità della vita, primato della famiglia, attenzione ai poveri, accoglienza dello straniero – che restano fondativi della civiltà europea.
San Benedetto è richiamato come “padre” più antico: senza il monachesimo, molte conquiste europee -ospedali, università, diritto, cura dei deboli- non esisterebbero.
Leone XIV insiste su un doppio movimento: riscoprire le radici (soprattutto cristiane) in modo creativo e aprirsi all’incontro con l’altro.
L’Europa ha sempre progredito quando ha saputo riprendere il meglio del proprio passato e reinventarlo attraverso il dialogo con culture diverse (e a tale proposito ha fatto esempi che sfidano la cultura di massa, riferendosi alla presenza araba nella penisola iberica e alla proiezione verso il Nuovo Mondo, che di solito viene considerata solo come una forma di colonialismo, ma questo esigerebbe un articolo a parte, perché implicherebbe una analisi approfondita della teologia della storia di Agostino che si vede in filigrana).
Le radici dunque non chiudono ma permettono di dialogare senza perdere identità.
Ma il riferimento centrale è a Robert Schuman e alla Dichiarazione del 9 maggio 1950.
Schuman ha trasformato le linee di frattura in ponti. Oggi l’Europa è chiamata a ripetere questo gesto contro la «nuova inutile strage» della guerra tornata in Europa, contro «l’illusione del riarmo» e contro relazioni tra Stati diventate «sempre più barbare».
La pace non è ingenuo irenismo ed è proprio qui che si colloca l’appello agli «sforzi creativi». Il multilateralismo e il diritto internazionale sono presentati come l’antidoto alla volontà di dominio e non è difficile vedervi una frattura con la politica di Bruxelles, che del confronto reale e fattivo, persino con l’altra sponda dell’Atlantico e ancor più con Mosca, si è assolutamente disinteressata.
Una menzione speciale merita l’Armonia delle differenze, che non è uniformità. È un tema che torna sia nel discorso all’Incontro che nell’omelia della Cattedrale di Metz.
Per esso «il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze». Se non è chiaro, il Papa americano sconfessa il Mondialismo nato in America e oggi arroccato in Europa, e rilancia l’universalismo che trovò nella teologia politica di Agostino la sua prima manifestazione cristiana.
Le ferite del passato possono diventare «aperture attraverso cui splende la luce». L’immagine della cattedrale di Metz, come lanterna del Buon Dio, e delle vetrate di Chagall diventa simbolo di questa visione, perchè la luce di Dio non cancella le specificità, ma le unisce in un mosaico.
Come dicevo, è rimarchevole quel che Leone dice sulle migrazioni. L’attuale flusso migratorio è letto come «una nuova tappa della lunga storia di incontri» dell’Europa, perché accogliere significa integrare «come in famiglia», ossia offrire possibilità di sviluppare talenti ma (attenzione!), al tempo stesso, entrare nello spirito della casa che accoglie.
Serve un bilanciamento tra diritti e doveri, tra accoglienza e riscoperta delle proprie radici. Nessuno si aspetti dal mite Leone intemerate come quelle di Wojtyła o Bergoglio, ma le parole, sommesse ma chiare, vanno pesate e sono, in questo caso, la sconfessione del migrazionismo cattolico e comunista che di fatto avvantaggia solo la finanza globalista.
In sintesi, per Leone XIV l’Europa deve essere radicata (soprattutto nel cristianesimo e nei suoi valori umani universali), aperta (all’incontro e al dialogo), riconciliatrice (capace di trasformare ferite in possibilità di luce), attiva nella costruzione della pace (non solo difesa, ma sforzi creativi), armonica nelle differenze (non uniforme).
Il fatto che non abbia pronunziato questo discorso al Parlamento europeo o alla Commissione, dimostra che per il Papa questi organi non sono adatti né predisposti alla recezione del suo messaggio.
È una visione che si colloca in continuità con Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, ma con un accento particolarmente forte sulla necessità di non dimenticare le radici cristiane proprio per poter dialogare in modo autentico e costruire una pace solida.
Vale la pena di fare un confronto tra la concezione di Europa di Papa Leone XIV e quella di Giovanni Paolo II, dato il ruolo decisivo di quest’ultimo nella definizione dello spazio e della nozione del Vecchio Continente. Entrambe le visioni condividono un nucleo comune molto forte, ma si distinguono per accenti, tono e contesto storico.
I punti di convergenza, in continuità profonda, sono che l’Europa come realtà culturale e storica prima che geografica, che vi è un ruolo centrale delle radici cristiane, che è necessaria l’unità nella diversità dei due polmoni, latino e greco-bizantino, del continente, e il legame tra l’identità europea e la capacità di riconciliazione dopo le guerre.
Tuttavia, mentre Wojtyła parlava spesso con il tono di chi richiama un’Europa che sta smarrendo la memoria e l’anima (contesto della secolarizzazione avanzata e della battaglia per la Costituzione europea), Leone XIV parla da un contesto di crisi di pace e di identità già in atto.
Per questo il suo discorso è meno difensivo e più orientato a mostrare come le radici cristiane siano la condizione per un dialogo autentico e per una pace creativa, non solo per una difesa identitaria.
Nel Pomeriggio di ieri, dopo il percorso in papamobile per le vie di Metz, seguito da migliaia di persone, Leone ha celebrato la Messa nella Cattedrale di Santo Stefano per 35.000 fedeli. La sua omelia è stata sulla riconciliazione e sul futuro dell’Europa. Le ferite del passato possono diventare «aperture attraverso cui splende la luce».
Il futuro dell’Europa non è nell’uniformità, ma, come dicevamo, nell’«armonia delle differenze». Chi cerca vendetta non è più forte di chi perdona; la riconciliazione richiede forza e integrità. L’augurio finale è stato che Metz sia «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo.
Sembra che il Vecchio Continente abbia trovato un suo profeta, che viene dal Mondo Nuovo. Alla Messa ha partecipato anche il presidente Macron.
Questo intenso viaggio si è concluso con la cerimonia di commiato all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorraine con Emmanuel Macron, dopo un nuovo e significativo colloquio privato non previsto di circa 30 minuti. Il decollo è avvenuto alle 19:33; l’arrivo a Roma – Fiumicino verso le 20:53.






