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Il ritorno del papato in Europa

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Papa Leone XIV in Francia

Leone XIV in Francia (26 – 27 settembre)

Il viaggio di Leone XIV in Francia rappresenta il consolidamento di una prassi ripresa dallo stesso Pontefice col suo viaggio in Ispagna, ossia quella dei pellegrinaggi apostolici internazionali in Europa.

Papa Francesco, nei dodici anni del suo pontificato, ha compiuto pochi viaggi nei paesi occidentali e ancor meno nei Paesi europei.

Le sue trasferte, spesso brevi, gli hanno permesso di toccare temi graditi alle classi dirigenti globaliste. Quando si pronunciava su argomenti ad esse sgraditi, di solito era o a Roma o in Paesi extraeuropei.

Si può supporre che, dopo l’impegno neo evangelizzatore di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, le forze che avevano causato il declino del papato di quest’ultimo abbiano imposto, almeno indirettamente, alla Curia una sorta di patto, per cui l’offensiva contro la Chiesa cessava ma essa si disimpegnava dal fronte morale euroatlantico.

Ora, cambiato il Papa e cambiata in parte la congiuntura globale, Leone XIV ha ripreso la pastorale itinerante di Montini, Wojtyła e Ratzinger, con uno scopo ben preciso: evangelizzare personalmente, vivificando l’esistente e raggiungendo i lontani, così da far sentire la parola della Chiesa su tutti i temi che le stanno a cuore, senza unilateralismi, e quindi in modo organico e completo, e senza polemiche e rispetti umani, e quindi in modo propositivo e fermo.

Vediamo nei dettagli quanto sta accadendo in questi giorni.

Ricordiamo, innanzitutto, che il Papa è partito il 25 settembre 2026 per il suo quinto viaggio internazionale del Pontefice, le cui tappe sono Parigi (25 – 26), Lourdes (26-27) e Metz (28).

Il motto del viaggio, «Affinché il mondo abbia la vita», sintetizza in modo assai efficace l’attenzione al naturale e al soprannaturale e l’universalità della destinazione.

Quello che abbiamo visto venerdì 25 settembre a Parigi potremmo efficacemente sintetizzarlo in uno slogan: dal potere alla periferia, dalla memoria alla gioia dei giovani

Il Papa è atterrato a Orly al suono suggestivo delle campane di migliaia di chiese francesi, e già da questo si è visto che era da troppo tempo che un Vescovo di Roma non capitava in quella parte di Europa che i suoi predecessori hanno visitato più spesso in duemila anni.

Accolto da Macron, Leone ha percorso i 19 km verso l’Eliseo tra applausi spontanei.

All’Eliseo, nel suo importante discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, ha richiama i temi centrali del suo magistero: tutela della vita come fondamento di ogni diritto umano; rischi di derive della scienza e della tecnologia – come manipolazioni genetiche, maternità surrogata, commercio di organi, «morte programmata» – l’uso etico dell’intelligenza artificiale; «giusta laicità» come dialogo e collaborazione per il bene comune, non esclusione della fede dalla sfera pubblica.

Sono tutti temi classici dell’insegnamento della Chiesa ma che assumono un valore paradigmatico e simbolico maggiore a causa del contesto. Vengono infatti ribaditi in una Francia che, portando il suo laicismo ad uno spirito talebano, ha messo l’aborto in Costituzione e sta per varare una legge sulla eutanasia, che è tale (“dolce morte”) solo per modo di dire, tanto che Leone usa la più significativa espressione “morte programmata”, mettendo così il dito nella piaga in tutta la sua profondità, perché a programmarla non è solo l’uomo, che esce così dalla sua dimensione creaturale per rimanere del tutto solo dinanzi al mistero dell’estremo dolore così da disumanizzarlo, ma anche lo Stato, che preferisce la cultura dello scarto, meno dispendiosa, a quella dell’accompagnamento alla fine.

Il Papa poi sagacemente mette insieme la fi.vet. e l’utero in affitto con le manipolazioni genetiche e il commercio di organi, perché rappresentano la medesima mentalità, sia pure declinata diversamente, in quanto l’embrione umano è persona per il suo patrimonio genetico e, quindi, per la sua integrità, in ogni fase del suo sviluppo.

Inoltre, Leone ha parlato di questi argomenti nella patria del Personalismo, ossia di quella filosofia e teologia che ha creato i presupposti per l’interazione tra Cristianesimo e cultura contemporanea, e che è il punto di ripartenza per una evangelizzazione del mondo laicista e per la umanizzazione della laicità.

In questa prospettiva hanno significato i riferimenti ai rapporti Stato e Chiesa e religione e società fatti dal Papa, quasi a mettere in evidenza che la Francia di oggi non è solo figlia di Robespierre e Voltaire, ma anche e ancor più di Maritain, Mounier, Garrigou Lagrange, e Schumann.

Infine, il tasto dell’intelligenza artificiale riporta il dibattito sulla dottrina sociale in relazione al lavoro umano, proprio in un paese che, con monsignor Affre o padre Dehon, fu nel XIX precursore della Rerum Novarum di Leone XIII.

Vi è stato poi un forte appello alla pace. «Non rassegnatevi mai alla guerra considerandola inevitabile» ha detto il Papa, che ha esortato a promuovere dialogo e diplomazia. La Francia resti «instancabile artefice di pace e multilateralismo», soprattutto in Europa.

Non sono semplici frasi di circostanza, sebbene di alto contenuto. Sono indicazioni programmatiche per un paese che è appiattito sul fronte antirusso e che mira ad estendere la propria egemonia sul continente, in una conflittualità latente con Londra e Berlino.

Il Papa ha poi ricordato le proprie radici normanne e bearnesi e ha elogiato il restauro di Notre-Dame come prova che «ciò che si credeva distrutto può rinascere», facendo un riferimento nemmeno tanto larvato alla sorte della Chiesa nazionale.

Nel pomeriggio, all’UNESCO, Leone ha insistito su educazione, scienza, cultura e pace: «La pace non si costruisce solo con i trattati».

Da qui una fondazione antropologica e teologica della questione della pace, che si regge sulla risposta a una domanda centrale: «Che cosa significa essere umani?».

Ha avvertito sui rischi dell’IA se separata dall’etica e ha ricordato che l’educazione non è riducibile a competenze materiali e immanenti, sconfessando il modello tecnocratico europeo che è nato proprio in Francia, mentre deve affrontare il senso della vita.

Leone ha poi percorso in papamobile per 2,5 km il cuore di Parigi, incontrando circa 300.000 persone, e si è fermato più volte a benedire bambini, disabili e anziani. A Notre-Dame ha percorso a piedi un tratto tra i fedeli, si è raccolto davanti al Santissimo Sacramento e ha venerato la Corona di Spine.

Tre gesti che hanno mostrato come la pietà cattolica non cambia nel mondo secolarizzato e che la Chiesa non è una ONG o una ONLUS. Nei Vespri con il clero ha rivolto un invito alla conversione missionaria e alla comunione che sono oramai tra i pilastri della sua azione riformatrice agostiniana. Fuori la chiesa ha poi tenuto una breve preghiera con la folla.

La sera, allo Stade de France di Saint-Denis, una periferia segnata da povertà, ha incontrato 80.000 giovani. Canti, balli, fuochi d’artificio hanno accompagnato una suggestiva processione di giovani vestiti da santi francesi (Dionigi, Martino, Giovanna d’Arco, Teresa di Lisieux, Charles de Foucauld, martiri della Seconda guerra mondiale), durante la quale Leone si è commosso.

Ha poi venerato la Santa Tunica d’Argenteuil, ridando smalto alla tradizione più che millenaria del culto reliquiario e peregrinante francese. Ha dialogato con i ragazzi sulla fede in contesto multi-religioso e sulla ricerca della felicità, con una scelta che sarà sicuramente la più incisiva del viaggio, anche se i suoi frutti si vedranno solo negli anni.

Alla fine, il Papa ha salutato dal finestrino abbassato mentre i giovani hanno cantato «Non è che un arrivederci, Santo Padre».

Il sabato 26 settembre Leone, a Parigi e Lourdes, si è dedicato ai poveri, ai nuovi battezzati, con la grande Messa e il pellegrinaggio alla Grotta.
La giornata è iniziata alla Maison Bakhita del XVIII arrondissement, centro per migranti e persone in difficoltà.

Ha ascoltato testimonianze – di un rifugiato afghano, di una nigeriana sfuggita a una rete di prostituzione – con del tempo dedicato a ciascuno. Nel discorso ha richiamato santa Giuseppina Bakhita e ha detto: «Nessuno è così povero da non avere nulla da dare; nessuno è così ricco da non avere nulla da ricevere».

I poveri non sono una categoria sociologica, ma «la stessa carne di Cristo». La questione delle periferie smette di essere una colonia della teologia della liberazione per tornare ad essere una frontiera dell’apostolato, che proprio in Francia è diventato “sociale” nel senso moderno del termine.

All’Institut Catholique de Paris, ha avuto un incontro con catecumeni e neofiti, portando alla ribalta la forte crescita dei battesimi adulti in Francia. Prima di parlare, si è fermato a pregare nella chiesa di Saint-Joseph-des-Carmes, legata ai martiri della Rivoluzione francese, costituiti da sacerdoti e religiosi uccisi nel settembre 1792, così da rompere, come a suo tempo Giovanni Paolo II, un tabù sull’anima anticristiana del giacobinismo, intesa come forma specifica e non esclusiva del processo rivoluzionario. Ha sostato infatti davanti alla lapide che li ricorda, con un atto di pietà discreto e carico di memoria.

Nel pomeriggio, Leone ha celebrato la messa a Place de la Concorde e lungo i Champs-Élysées., alla presenza di 700 – 800.000 persone, prova visibile che la fede in Francia è ancora in buona salute. Ha percorso in papamobile l’avenue, fermandosi a benedire bambini e disabili, alla presenza di Brigitte Macron.

Ha tenuto una omelia centrata sulla sete di Dio: «Se qualcuno ha sete, venga a me e beva» (Gv 7,37). Gesù è la vera fonte d’acqua viva che colma la sete di senso, verità e compimento. «Nessuno di noi è un numero su una carta d’identità».

Ha esortato a non nascondere la fede, ma a farla «traboccare» per dissetare chi è scoraggiato e arido spiritualmente. Ha invita a rinnovare la nazione a partire dalle radici irrigate dalla fede e a portare speranza dove regna l’aridità, con un gesto significativo perché la Francia è ad un tempo la sorgente del Cattolicesimo contemporaneo rinnovato e il cuore della desertificazione laica.

Nel tardo pomeriggio è partito per Lourdes. All’arrivo le campane hanno suonano a festa, in quello che, assieme a Fatima e ad altri pochi e significativi santuari, è il luogo della più vigorosa sopravvivenza del Cattolicesimo devoto.

Ha percorso in papamobile le strade del santuario tra migliaia di pellegrini. Alla Grotta di Massabielle si è fato «pellegrino tra i pellegrini, con gesti che non hanno bisogno di troppi commenti: prega silenziosamente in ginocchio, tocca la roccia, beve l’acqua della sorgente, depone un cero e offre la Rosa d’Oro ai piedi della Vergine, la massima onorificenza che un Papa può conferire a un santuario.

Nella preghiera ha affidato la Francia a Maria: «Ottieni per il suo popolo il dono della concordia fraterna. Possa costruire una società armoniosa, che bandisca ogni violenza e ogni odio… Che i più sfortunati e i più poveri siano sempre sostenuti. Ottieni per la Francia governanti saggi e generosi… che la mantengano in pace nel concerto delle nazioni… respingendo per sempre le logiche di guerra».

Ha affidato anche malati, sofferenti, famiglie, vocazioni e defunti, mostrando al mondo come il senso soprannaturale dell’appartenenza a una comunità che si estende anche oltre la tomba rimane vivo nella Chiesa Cattolica.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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