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Welfare: solidarietà o mercato di clientele?

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Welfare: solidarietà o mercato di clientele?

Una società fondata sull’assistenzialismo declina progressivamente

Una società prospera quando le persone sono messe nelle condizioni di camminare con le proprie gambe: di lavorare, di intraprendere, di rischiare, di creare ricchezza e di migliorare la propria vita grazie alle proprie capacità e alle proprie scelte.
Alla base di tutto ci sono le libertà naturali.

Sono diritti di libertà, richieste di non interferenza, non pretese di prestazioni a carico di altri.

Lo Stato, in questa visione è uno strumento al servizio dei cittadini volto a garantire giustizia, sicurezza, difesa e quelle infrastrutture essenziali indivisibili. Tutto il resto va lasciato alla libera iniziativa delle persone.

Il sussidio non è un modo ordinario di amministrare la società.

È, e deve restare, un fatto straordinario e residuale.

È l’extrema ratio.

È il salvagente che si lancia a chi sta davvero affogando, non la stampella permanente che si distribuisce a pioggia a intere categorie.

Quando ogni difficoltà della comunità viene affrontata inventando un nuovo bonus, un nuovo assegno, una nuova indennità settoriale, non si costruisce solidarietà: si costruisce dipendenza.

Si crea un sistema frammentato, costoso e spesso ingiusto, fatto di sovrapposizioni, di presunti diritti acquisiti e di aspettative crescenti.

Si abitua la società a considerare normale ciò che dovrebbe essere eccezionale. Si trasforma l’assistenza, da intervento estremo, in metodo ordinario di governo.

Questo è l’assistenzialismo generalizzato: non più un aiuto mirato a chi non può provvedere a sé stesso, ma una rete sempre più fitta di trasferimenti che finisce per scoraggiare il lavoro, l’iniziativa e la responsabilità.

Quando il sistema trasforma l’assistenza in prestazione diffusa e quasi automatica, altera i comportamenti: riduce il costo opportunità di non lavorare

Alla lunga impoverisce tutti, perché consuma risorse che potrebbero restare nella disponibilità di chi produce e perché indebolisce quella spinta a migliorarsi che è il vero motore di una comunità vitale.

L’alternativa è chiara.

Prima di aggiungere nuove prestazioni occorre razionalizzare quelle esistenti, eliminare gli sprechi e le duplicazioni, concentrare le risorse solo su due fattispecie precise: la persona indigente che, a causa di una disabilità, non è in grado di lavorare; la persona indigente e involontariamente disoccupata, a condizione che accetti un percorso di reinserimento e un’offerta di lavoro congrua.

Uno Stato che dispensa sussidi a pioggia, destinati a ogni categoria e a ogni esigenza, non genera soltanto dipendenza: diviene inevitabilmente terreno fertile di corruzione e di spreco.

Attorno a quel flusso di risorse pubbliche si moltiplicano apparati burocratici superflui, commissioni, uffici e procedure opache, nati al solo scopo di amministrare e ripartire i fondi.

A tali strutture si abbeverano gli approfittatori che vi sguazzano: quanti intercettano ricchezza senza produrne, quanti traggono vantaggio dalle norme confuse, quanti trasformano la solidarietà in un mercato di favori e di clientele.

Così il sussidio, concepito per soccorrere, finisce per alimentare una catena di interessi che vive e si espande proprio sull’allargamento continuo della spesa e sulla complessità del sistema.

Fuori da questi casi, chi può lavorare deve essere messo nelle condizioni di farlo. Chi non può deve essere aiutato.

Il sussidio resta un gesto di solidarietà straordinario, residuale, temporaneo o comunque limitato alla condizione di reale bisogno.

Non un diritto naturale, non un modo ordinario di gestire la società, non una pioggia permanente di risorse pubbliche, ovvero risorse dei contribuenti.

Una comunità prospera non è quella in cui lo Stato distribuisce continuamente. È quella in cui i cittadini sono liberi di produrre e in cui il merito, il lavoro, il risparmio e l’impresa vengono valorizzati.

Una comunità civile protegge chi cade, ma non trattiene chi può e vuole camminare. Il fine non è uno Stato sempre più grande e generoso di sussidi.

Il fine è una società di persone libere, dove lo Stato è abbastanza efficiente ed efficace da garantire le regole e abbastanza limitato da non sostituirsi ai cittadini. Solo così la solidarietà resta autentica e la libertà resta il principio fondante.

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