La differenza tra talento, intelligenza, cultura e titolo di studio
Dall’alto del suo diploma, il signor Bonaccini – uomo che, a quanto ci consta, nella vita non ha mai portato a casa un soldo se non vendendo chiacchiere politichesi – dà a noi elettori di destra degli «ignoranti».
Nulla di nuovo.
A sinistra il classismo è una tradizione così consolidata che ormai rischia di di diventare un luogo comune.
E nasce, come quasi sempre accade con i progressisti, da una crassa, ridicola confusione fra titolo di studio e cultura.
Non amo gli elenchi. Ma qualche volta sono provvidenziali. E mi limito agli italiani.
Marconi non era laureato e ha cambiato il mondo. E quanto ai nostri sei Nobel per la letteratura, soltanto due – Carducci e Pirandello – avevano una laurea. Gli altri quattro – Deledda, Montale, Quasimodo e Ungaretti – ne fecero tranquillamente a meno.
Deledda, per la verità, non andò mai oltre la quinta elementare. Eppure riuscì, nonostante questa imperdonabile lacuna curricolare, a prendere il Nobel. Nel 1926. Ed era una donna.
Seguitiamo con Dante, Leonardo, Galileo, Volta e lo stesso Marconi?
E poi con i giganti del nostro Ottocento letterario: Foscolo, Leopardi, Manzoni, Verga.
O con il più grande filosofo italiano del Novecento: Croce.
Bene: nessuno di costoro, grazie a Dio e per nostra fortuna, si preoccupò di collezionare titoli accademici. Avevano altro da fare: scrivere, pensare, scoprire, creare.
E lascio perdere Greci e Romani, che, per loro fortuna, non avevano ancora inventato l’università.
Così, invece di perder tempo a laurearsi, discutevano e facevano, costruendo la più grande civiltà della storiae. In filosofia, nella letteratura, nelle arti, nella scienza, nel diritto, nella politica.
Noi, un paio di millenni dopo, abbiamo inventato la sociologia – una pseudoscienza, la definiva Croce – e la facoltà di Scienze della comunicazione. Ossia, la più celebre laurea delle patatine.
Perché è proprio questo il punto: il titolo accademico è solo una certificazione di studi fatti, non un titolo di intelligenza.
Non attesta il talento, la curiosità, la fantasia, il gusto, la capacità di capire il mondo. Attesta, nel migliore dei casi, che si è arrivati alla fine di un percorso di studi.
Il pezzo di carta, ieri come oggi, adorna rispettabilmente le pareti di imbecilli, stupidi, fanfaroni e asini. Il che non significa, naturalmente, che tutti i laureati siano imbecilli, stupidi, fanfaroni e asini.
Significa che si può essere tutte queste cose anche con una laurea. E, a giudicare da certi curriculum, talvolta con più di una.
Il mio mestiere mi mette ogni giorno a contatto con persone laureate. Ebbene, vi assicuro che non pochi dei miei colleghi hanno una cultura – diciamo così – da libro di testo: quella che comincia a pagina uno e finisce, senza troppe deviazioni, a pagina trecento.
In compenso hanno idee politiche solidissime. E quasi tutti, guarda caso, votano a sinistra.
Non sarà certamente il caso di pensare che il titolo di studio produca automaticamente una cultura modesta e una fede politica robusta. Ma la coincidenza è curiosa.
Per carità: studiare serve. Serve moltissimo. Ma serve soprattutto quando uno ha talento e incontra un maestro capace di aprirgli mondi che non conosceva.
Io, nella mia vita, ho incontrato una cinquantina di mestieranti e solo due giganti.
E se sono quel che sono – cioè se almeno riesco, qualche volta, a mettere in fila due parole dotate di un senso compiuto su questo o quell’argomento argomento – lo devo a quei due.
A loro, e non ai titoli, dal diploma al dottorato, che pure mi hanno spinto a prendere.
Perché non siamo tutti uguali.
E questa è forse la verità che più scandalizza una certa sinistra: gli uomini non sono intercambiabili, il talento non è democratico, l’intelligenza non si distribuisce secondo graduatoria e nessuna segreteria universitaria può fabbricarla.
La cultura non è una livrea. E l’intelligenza non viene consegnata dalla segreteria studenti insieme al libretto universitario.
Quanto a noi ignoranti di destra, possiamo dunque dormire tranquilli. Abbiamo almeno la consolazione di non essere stati promossi dal signor Bonaccini.
E ammirazione – ne cito uno a caso – per Walter Veltroni, che da svagato ragazzo, non riuscì neppure a prendere il diploma e oggi scrive romanzi.
Sono ridicoli, d’accordo. Ma almeno sono scritti in italiano.
Chiunque – ghostwriter o algoritmo – guidi la sua penna.





