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Il valore attuale del riformismo del laboratorio bresciano

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riformismo del laboratorio bresciano

Le conferenze di produzione del PCI riformista di Osvaldo Papetti e del socialista riformista della UILM Pietro Imberti – La lotta all’estremismo antagonista catto-comunista – La sfida a Claudio Sabattini – Una lezione per l’attualità

La sfida storica odierna è ricostruire un sistema produttivo, energetico, demografico, militare e sociale occidentale dopo decenni di finanziarizzazione e deindustrializzazione.

Questa è una sfida di livello storico e la storia, in una sorprendente sincronicità junghiana, ossia di connessione acausale per descrivere coincidenze significative che non hanno un legame di causa ed effetto, si ripresenta, in modo del tutto inaspettato, ma altamente significativo, con un libro, recentemente uscito, che ripercorre la storia di un uomo, ma che è, al contempo, la storia di una vicenda politica e sindacale che ha segnato gli anni ’80 del Novecento e che è, guarda caso, paradigmatica per la domanda fondamentale che l’attualità presenta all’Occidente: c’è bisogno di una ricostruzione materiale, produttiva, senza la quale non c’è futuro.

Il libro, che mi è stato consegnato giovedì scorso, è curato da Giovanni Fornoni e Luigi Marini e porta il titolo: “Osvaldo Papetti amico e compagno”.

Osvaldo Papetti
Osvaldo Papetti, amico e compagno

Nel libro c’è la storia di un comunista riformista, Osvaldo Papetti, che richiama all’attenzione quella di un socialista riformista, Pietro Imberti, e una stagione dove si sono confrontati il massimalismo antagonista catto comunista e il riformismo secondo parametri di confronto che sono attualissimi per la sfida che la storia ci pone davanti.

I due riformisti che sto richiamando all’attenzione del lettore sono due giganti che emergono come vette himalayane dalla palude dei politici e dei sindacalisti dediti ad adeguare il posteriore alla sedia del momento o a sbianchettare le responsabilità della loro storia in funzione dell’epitaffio sulla tomba della loro inutile vita, spesa alla ricerca di un posto lautamente gettonato.

La questione di una leadership sistemica

Oggi la situazione di degrado dell’Occidente e di sbandamento dell’Unione Europea ci pongono di fronte alla questione di una leadership che sia capace di ricostruire le basi materiali, ossia produttive, dalle quali dipende il futuro.

C’è bisogno oggi, più che mai, come ho scritto venerdì su questo giornale, (https://www.nuovogiornalenazionale.com/la-leadership-si-e-spostata-a-destra-ma-manca-un-leader-sistemico/) di un leader capace di dire: se vogliamo una nazione sovrana dobbiamo produrre acciaio; se vogliamo una difesa autonoma dobbiamo costruire navi, missili, motori e radar; se vogliamo una politica demografica dobbiamo ricostruire una società nella quale avere figli sia economicamente e culturalmente possibile; se vogliamo autonomia energetica dobbiamo costruire energia; se vogliamo essere una potenza mediterranea dobbiamo costruire infrastrutture in Africa e controllare le catene logistiche; se vogliamo una classe lavoratrice forte dobbiamo tornare ad avere industria.

Queste questioni sono state anticipate negli anni ’70 e ’80, quando il dibattito industriale e sindacale dell’allora laboratorio politico nazionale bresciano si trovò ad affrontare uno snodo cruciale: da un lato l’escalation del conflitto di fabbrica radicale e oppositivo, guidato dal leader della FIOM Claudio Sabattini e dalla deriva cattolica degli Autoconvocati e dall’altro la ricerca di una via riformista per governare la ristrutturazione tecnologica e la crisi industriale.

Le conferenze di produzione rappresentarono, per un dirigente del PCI bresciano come Osvaldo Papetti e un dirigente della UILM, come Pietro Imberti, il perno operativo e concettuale di una strategia fondata sulla responsabilità di sistema e sul dialogo istituzionale con l’Associazione Industriale Bresciana (AIB).

Osvaldo Papetti e Pietro Imberti

Osvaldo Papetti e Pietro Imberti
Osvaldo Papetti e Pietro Imberti

Gli anni ’80 del secolo sono quelli che vedono l’ascesa di Luigi Lucchini e anche quelli nei quali si sviluppa il confronto serrato tra una logica luddista e antagonista (il salto del telaio) e quella di un pieno utilizzo degli impianti. Confronto che si sviluppa negli accordi sindacali integrativi di fabbrica e che vede protagoniste le aziende di Lugi Lucchini, presidente dell’AIB e, in seguito, presidente di Confindustria.

Sotto la sua presidenza in AIB fu affrontata la prima grande fase di ristrutturazione industriale e la riorganizzazione del dialogo produttivo nel territorio bresciano con proiezione nazionale. Nel 1984, subito dopo l’esperienza alla guida dell’AIB, Lucchini fu eletto Presidente nazionale di Confindustria (carica ricoperta fino al 1988).

Tra il 1984 e il 1985 ci fu quello che in sintesi si chiama “accordo Lucchini – Lama”: un complesso confronto che caratterizzò le relazioni industriali in Italia.

Da una parte Luigi Lucchini, presidente di Confindustria (1984 – 1988) ed ex presidente dell’AIB e dall’altra Luciano Lama, segretario generale della CGIL (1970 – 1986).

Non si trattò di un singolo patto siglato in una notte, ma del grande accordo – scontro sulla moderazione salariale, la competitività e il taglio della scala mobile che segnò una svolta storica nella politica economica italiana.

Nel 1984, l’Italia affrontava una galoppante inflazione e la necessità di ristrutturare il proprio impianto industriale. Luigi Lucchini, eletto ai vertici di Confindustria con il sostegno del blocco manifatturiero e siderurgico bresciano e del Nord, portava una linea di forte fermezza aziendale: riduzione del costo del lavoro, sblocco dei licenziamenti nelle grandi industrie in crisi e ridimensionamento dell’automatismo della scala mobile.

Dall’altro lato, Luciano Lama guidava la CGIL cercando di mantenere l’unità sindacale e la coesione con la componente comunista, pur essendo consapevole della necessità di governare l’inflazione.

Lo scontro incontro Lucchini Lama

Il momento chiave delle trattative e dello scontro tra la Confindustria di Lucchini e il sindacato guidato da Lama si sviluppò su tre tappe principali.

La prima tappa riguarda l’Accordo di San Valentino (14 febbraio 1984). Il governo Craxi promosse un accordo sulla predeterminazione dei punti di scala mobile per frenare l’inflazione.

L’accordo fu firmato dalla Confindustria di Lucchini, dalla CISL e dalla UIL, ma vide la spaccatura della CGIL: la componente socialista firmò, mentre la componente comunista guidata da Lama (su forte spinta di Enrico Berlinguer) si rifiutò di sottoscriverlo.

La seconda tappa fu che nonostante lo scontro, Lucchini e Lama mantennero canali di dialogo riservati e diretti. La visione di Lucchini (condivisa e preparata sul campo bresciano dalle “conferenze di produzione” di Osvaldo Papetti e dal dialogo sindacale di figure come Pietro Imberti) puntava a scambiare il contenimento dei salari con la garanzia degli investimenti e della produttività.

La linea d’opposizione del PCI portò al referendum del giugno 1985 per abrogare il taglio della scala mobile. La vittoria del “No” (cioè la conferma del taglio) segnò la vittoria della linea della moderazione salariale sostenuta da Lucchini e l’inizio di una nuova fase di concertazione triangolare tra governo, Confindustria e sindacati.

L’interlocuzione tra Luigi Lucchini e Luciano Lama rappresentò il passaggio definitivo dal sindacalismo di scontro frontale (anni ’70) alla concertazione industriale degli anni ’80 e ’90.

Per la realtà bresciana, la dialettica tra l’intransigenza pragmatica dell’industriale Lucchini e il realismo del sindacalista Lama dimostrò che il governo della ristrutturazione industriale non poteva passare per il blocco ideologico delle fabbriche, ma per la trattativa diretta sul costo del lavoro, l’efficienza e la modernizzazione tecnologica.

La contrattazione aziendale e il pieno utilizzo degli impianti

Pietro Imberti
Pietro Imberti

Nel 1980 Pietro Imberti e Luigi Lucchini vengono nominati membri della Ceca, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. In Europa vigeva il regime delle quote e agli acciaieri bresciani, i “brescianì” del forno elettrico, come li definì il visconte belga Étienne Davignon, presidente della CECA, si poneva la questione del pieno utilizzo degli impianti.

Tema al quale era chiamato il sindacato, in questo caso impersonato da Pietro Imberti della UILM. In gioco c’erano la siderurgia bresciana e italiana.

Da qui nasce la lunga vicenda della contrattazione aziendale. Pietro Imberti, che alla Ceca rimarrà fin o al 1992, pone al centro della riflessione sindacale l’ammortamento degli impianti, in quanto garantisce il futuro dell’azienda, ma anche la questione che il lavoro deve tutelare il capitale, altrimenti, mi ricorda mentre guardiamo assieme le pagine del libro su Papetti, “i costi sono trasferiti sullo Stato, a discapito del welfare”.

“Con la contrattazione aziendale – ricorda Imberti – si è rotto il diritto di veto e si è posta la questione del lavoro come bene assoluto”.

Nella contrattazione aziendale entrano concetti come la premialità (premio di produzione legato alla produttività, alla qualità del prodotto e alla presenza), la flessibilità oraria pagata, l’arbitrato (qualità del prodotto e contenimento degli scarti, nonché premio alle idee).

“A Lovere – ricorda Imberti – in un anno si sono registrate più di mille idee di miglioramento e ben 700 sono state applicate”.

Il tutto nella logica del pieno utilizzo degli impianti.

Alla Eredi Gnutti, leader al tempo della produzione di ottone, dopo una lunghissima vertenza, Imberti firmò, da solo, come FLM, un accordo per rendere impossibile lo sciopero durante la colata continua, cosa che avrebbe danneggiato gli impianti.

Con lui firmò, per il Consiglio di fabbrica, il comunista riformista Silvano Nember, stretto collaboratore di Osvaldo Papetti.

“Dove prevalse il diritto di veto delle logiche sabattiniane, come alla Pietra – aggiunge Pietro Imberti – si è arrivati al disastro e alla svendita dell’azienda. La logica del veto è stata esercitata fino al punto di fermare a Brescia la tappa del Giro d’Italia”.

La Festa dell’Unità delle fabbriche come meeting riformista nazionale

Papetti riuscì a trasformare la Festa dell’Unità provinciale delle fabbriche in un evento riformista nazionale, in una realtà bresciana segnata dall’antagonismo dei plagiati da Claudio Sabattini e dal ribellismo anarcoide degli Autoconvocati di Giovanni Landi.

L’evento non fu concepito semplicemente come una festa di partito, ma come una vera e propria assemblea nazionale dei consigli di fabbrica e delle rappresentanze di base comuniste del PCI.

La presenza di Luciano Lama servì a saldare la visione del sindacato confederale con la strategia della federazione comunista bresciana.

In una provincia ad altissima densità industriale e con tensioni sindacali marcate, la festa ribadì la necessità di un’azione coordinata contro le derive massimaliste.

Portando a Brescia la leadership nazionale della CGIL e le delegazioni operaie di tutta Italia, Papetti dimostrò che il partito e la CGIL non subivano i processi di ristrutturazione industriale, ma intendevano orientarli e contrattarli direttamente con la classe imprenditoriale locale.

Invece di limitarsi a comizi sulle sole rivendicazioni salariali, i dibattiti affrontarono temi strutturali: innovazione tecnologica, sicurezza sul lavoro e politiche industriali di territorio.

L’organizzazione di un vertice nazionale confermò la capacità di Osvaldo Papetti di spostare l’asse del dibattito dal livello teorico romano alla concretezza delle fabbriche bresciane.

Il confronto inaugurato con la Festa delle Fabbriche preparò il terreno per le successive interlocuzioni di alto livello tra Confindustria e forze sociali negli anni ’80.

Nel periodo in esame, l’AIB, dopo Luigi Lucchini, fu guidata, dal 1983 al 1985 da Francesco Carpani Glisenti, Dirigente e figura storica dell’imprenditoria locale, il quale coordinò le relazioni industriali durante la delicata fase di confronto con il sindacato e le forze politiche locali (tra cui il PCI di Osvaldo Papetti e la UILM di Pietro Imberti sulle “conferenze di produzione”).

Le tre visioni in campo a Brescia

La linea delle Conferenze di Produzione (PCI riformista: Osvaldo papetti e la UILM: Pietro Imberti).

Promossa da figure come Imberti e Papetti, la linea delle Conferenze di Produzione concepiva il sindacato e il partito non come meri agenti del conflitto salariale, ma come interlocutori dello sviluppo economicamente consapevole.

Le conferenze di produzione puntavano a entrare nel merito dell’organizzazione del lavoro, degli investimenti industriali, dell’innovazione tecnologica e della sicurezza, aprendo un canale di confronto programmatico diretto con il padronato locale (l’AIB). L’obiettivo era governare i processi di riconversione anziché subirli o bloccarli.

Conferenze internazionali di produzione
Conferenze internazionali di produzione

L’antagonismo del sindacato di Claudio Sabattini (FIOM/CGIL). Claudio Sabattini, figura simbolo della sinistra FIOM e della FLM bresciana nella prima metà degli anni ’70, impersonava una linea di forte autonomia della classe operaia e di conflittualità aperta.

Sabattini vedeva nel modello partecipativo delle conferenze di produzione un rischio di cooptazione del sindacato nelle logiche dell’impresa. Per la sua visione, la forza d’urto del movimento operaio doveva spingere per il potere contrattuale rigido in fabbrica e per la redistribuzione, rifiutando ogni forma di cogestione o “collaborazione” nell’interesse della produttività aziendale.

Gli Autoconvocati e l’area cattolica di base. Nel contesto bresciano, fortemente caratterizzato da una complessa radice cattolica (con forti venature nel mondo della CISL e nel sociale), la spinta del dissenso di base prese spesso forma nei movimenti di fabbrica spuri, come le assemblee degli autoconvocati e i comitati di base.

Questa componente combinava la matrice del cattolicesimo sociale e d’impegno con l’estremismo di sinistra dell’epoca, contestando tanto il “centralismo burocratico” della CGIL/PCI quanto le mediazioni istituzionali della CISL.

Per gli autoconvocati, le conferenze di produzione erano viste come un “patto di stabilizzazione” tra dirigenze sindacali e datoriali sopra la testa dei lavoratori.

Il Circolo Capra, Mino Martinazzoli e Sergio Mattarella

Quando si ha a che fare con il fenomeno degli Autoconvocati, non si può non affrontare lo stretto legame tra una parte del Pci, quello antagonista, rappresentato da Luigi Guizzi, e la parte del ribellismo cattolico di Lorenzo Paletti e di Giovanni Landi, così come non è evitabile affrontare la presenza del Circolo Capra, luogo di incontro del mondo afferente agli Autoconvocati con la sinistra democristiana bodratiana, con Mino Martinazzoli e con Sergio Mattarella.

Sergio Mattarella ha mantenuto storicamente un legame profondo e costante con la realtà del cattolicesimo democratico bresciano e con gli ambienti del Circolo Capra.

La vicinanza di Mattarella al circolo bresciano si è sviluppata attraverso diversi canali fondamentali della storia della Democrazia Cristiana.

Mattarella e Martinazzoli appartenevano alla stessa area culturale e politica della DC (la corrente Sinistra di Base prima e l’area riformatrice poi) e condividevano l’idea di un cattolicesimo rigoroso, delle istituzioni laiche e del dialogo sociale.

Durante gli anni ’80 e ’90, la presenza di esponenti nazionali come Mattarella agli incontri promossi dalla sinistra DC bresciana e dal Circolo Capra era una costante.

Nella fase di transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica (1993 – 1994), Brescia fu uno dei laboratori politici d’Italia per la nascita del PPI e per la successiva costruzione dell’Ulivo.

Il Circolo Capra rappresentò un punto d’appoggio territoriale fondamentale in cui dirigenti nazionali come Mattarella si confrontavano direttamente con la base sindacale, gli amministratori locali e sindacalisti bresciani (come Giovanni Landi).

L’attenzione del Capra per i problemi del lavoro e delle fabbriche metalmeccaniche bresciane rispecchiava appieno la visione costituzionale e sociale che ha sempre caratterizzato il percorso politico di Sergio Mattarella.

Anche dopo la conclusione dell’esperienza della DC e del PPI, il Presidente della Repubblica ha sempre espresso grande considerazione per la “scuola bresciana” del cattolicesimo democratico, tornando più volte in città da Capo dello Stato per ricordarne i protagonisti e l’eredità culturale.

La sfida di Papetti e di Imberti è stata, pertanto, anche per questo, nazionale e di importanza strategica.

La svolta bresciana: dal conflitto al governo della modernizzazione

Nel momento in cui la grande industria bresciana affrontò le grandi ristrutturazioni degli anni ’80 (dalla metallurgia alla manifattura avanzata), la linea pragmatica delle conferenze di produzione prevalse politicamente.

Il PCI riformista locale (Papetti) e la parte riformista dei sindacati (Imberti) riaffermarono la centralità della democrazia delegata e della contrattazione istituzionale, riducendo lo spazio politico della componente luxemburghiana di Claudio Sabattini e riassorbendo la spinta degli Autoconvocati.

La convergenza oggettiva tra esponenti del PCI (Papetti) e della UILM (Imberti) aprì le porte a un confronto stabile con l’AIB sul futuro del territorio, trovando sintesi in dibattiti d’area e articoli (come la celebre sfida su Brescia 2000 a metà anni ’80).

L’esperienza bresciana delle conferenze di produzione fu dunque il tentativo riuscito della “sinistra di governo” e del sindacato riformista di riprendere l’egemonia sul movimento operaio bresciano, opponendo al sindacalismo di pura opposizione luxemburghiana e cattolico anarcoide un modello fondato sulla competenza tecnica, la concertazione e il governo della trasformazione industriale.

Il contesto delle “Conferenze di produzione”

Nel contesto della storia industriale e politica bresciana, le conferenze di produzione rappresentarono un momento centrale nella strategia sindacale e di partito del PCI.

Questi incontri avevano diversi obiettivi chiave: coinvolgimento dei lavoratori, con la promozione di dibattiti e analisi direttamente all’interno dei luoghi di lavoro e delle fabbriche del territorio bresciano (dalla metallurgia alla manifattura); discutere non solo di rivendicazioni salariali, ma della gestione dei cicli produttivi, delle innovazioni tecnologiche, della sicurezza e del futuro dello sviluppo industriale bresciano; creare uno spazio di confronto tecnico e politico tra maestranze, sindacato e le parti datoriali locali (come l’AIB – Associazione Industriale Bresciana).

E qui incontriamo la convergenza oggettiva di intenti di Osvaldo Papetti con Pietro Imberti, dirigente e figura di spicco della UILM (UIL Metalmeccanici), noto in particolare per la sua attività legata all’analisi economica, all’organizzazione del lavoro e alla sicurezza; è stato anche presidente del CREL (Centro Ricerche Economia del Lavoro) della Lombardia.

Il ruolo nelle conferenze di produzione e nel confronto industriale

Anche sul fronte sindacale della UILM, il tema delle conferenze di produzione e dell’analisi dei processi industriali rappresentava uno strumento chiave.

Rispetto alla visione dei partiti o di altri sindacati, la UILM e dirigenti come Imberti sostenevano l’importanza della cultura della sicurezza, della prevenzione e dell’efficienza organizzativa come elementi essenziali sia per la tutela del lavoratore sia per la crescita della produzione.

Attraverso organizzazioni e centri di ricerca come il CREL, l’apporto di Imberti si concentrava su uno studio tecnico ed economico del tessuto produttivo lombardo e bresciano, volto al dialogo strutturato tra le parti sociali.

Se la logica del PCI di Osvaldo Papetti puntava, con le conferenze di produzione, ad un approccio riformista del governo della ristrutturazione industriale, le conferenze di produzione promosse dalla UILM bresciana e da Pietro Imberti rispondevano alla matrice del riformismo pragmatico, analitico e laico, di ispirazione della socialdemocrazia tedesca.

Per Imberti e la UILM bresciana, la conferenza di produzione non doveva servire alla “lotta di classe con altri mezzi”, ma alla costruzione di un modello tecnico di democrazia industriale in stile Bad Godesberg.

La visione della UILM di Imberti era: “La conoscenza prima della protesta”

Mentre una parte del sindacato bresciano si rifugiava nell’antagonismo o nella contrapposizione ideologica, Pietro Imberti applicò un approccio metodologico rigoroso basato sull’analisi economica e organizzativa del lavoro.

Imberti sosteneva che il sindacato non potesse limitarsi a chiedere aumenti salariali a bocca di impianto, ma dovesse conoscere nel dettaglio i tempi di lavorazione, i carichi di lavoro, l’usura delle macchine e i flussi produttivi.

Nelle conferenze di produzione della UILM, i temi dell’efficienza e della tecnologia venivano strettamente legati alla sicurezza e alla prevenzione degli infortuni, ambito di cui Imberti fu pioniere e su cui scriverà ampiamente negli anni successivi, anche attraverso il CREL.

La UILM rivendicava una forte terzietà rispetto alla politica istituzionale. Le conferenze servivano a preparare delegati di fabbrica capaci di trattare “da pari a pari” con i tecnici delle aziende e dell’Associazione Industriale Bresciana.

I contenuti e la struttura delle conferenze della UILM bresciana

Nelle grandi vertenze e nei confronti di settore, specie nella metallurgia e nella meccanica del territorio, il format della UILM si caratterizzava per tre paradigmi.

Primo paradigma, la conoscenza: prima di sedersi al tavolo delle conferenze di produzione, i quadri della UILM e Imberti elaboravano report e indagini conoscitive sullo stato delle tecnologie aziendali e sulla produttività reale.

Secondo paradigma: per la UILM, l’aumento della produttività derivante dai nuovi impianti non era un tabù ideologico. L’accordo doveva prevedere che una quota del guadagno di efficienza andasse a beneficio dei lavoratori, in termini di salario variabile, riduzione dell’orario e miglioramento delle condizioni fisiche di lavoro.

Terzo paradigma, le conferenze di produzione rappresentavano il luogo in cui costringere la dirigenza industriale bresciana – gli interlocutori dell’AIB presieduti in quegli anni da figure come Lucchini e Carpani Glisenti – a rendere conto dei piani di investimento.

Il messaggio della UILM era chiaro: se l’impresa chiede flessibilità e ristrutturazione, deve mostrare trasparenza sugli investimenti e garanzie sull’occupazione.

Il valore politico nel quadro bresciano

L’azione di Pietro Imberti e della UILM e di Osvaldo Papetti e del riformismo di una parte del Partito comunista bresciano, attraverso le conferenze di produzione, offrì una via fondamentale a Brescia contro l’estremismo degli Autoconvocati e dimostrò che l’innovazione industriale poteva essere governata dai lavoratori senza cedere alla deriva di blocco totale dei cancelli.

Questa impostazione farà da apripista per i moderni modelli di relazioni industriali fondati sulla contrattazione di secondo livello, sulla partecipazione dei lavoratori e sulla formazione continua.

Mentre molti dirigenti del PCI esercitavano il situazionismo, ossia accomodare il lato B sulla sedia che si offriva man mano si spostava il baricentro nazionale della politica e mentre molti dirigenti del sindacato evitavano di contrastare l’estremismo di Claudio Sabattini e l’avventurismo anarcoide degli Autoconvocati, c’era chi, con schiena dritta e visione,  costruiva elementi paradigmatici di un confronto tra capitale e lavoro che oggi, alla luce della necessità di una leadership che sappia reintrodurre in Occidente la cultura materiale della produzione del lavoro, sono assolutamente da ripercorrere, non solo e non tanto per rendere l’onore della armi a chi ha combattuto battaglie durissime, ma per farne tesoro in quanto dotati di attualità.

La fine di una politica che aveva visione

Osvaldo Papetti
Osvaldo Papetti

Osvaldo Papetti è stato “espulso”, con tutta la componente riformista che gravitava intorno a lui, nel congresso del PCI del 1986, preludio del trasformismo approdato al catto-comunismo Pd: disastro attuale di una sinistra inetta, spocchiosa, incapace.

La strategia riformista berlingueriana, alla quale Papetti si rifaceva, era già morta sui cancelli della Fiat, quando Claudio Sabattini aveva condotto il segretario del Pd ad avallare uno scontro che tendeva a delegittimare Lama e a introdurre le logiche luxemburghiane del segretario della Fiom, ossia a legittimare lui stesso.

Lo scontro si chiuse nell’ottobre del 1980 con la Marcia dei quarantamila da parte dei quadri e impiegati FIAT che segnò una svolta e una sconfitta storica per Claudio Sabattini e per la linea più dura del sindacato.

Marcia dei quadri e impiegati FIAT - Claudio Sabattini
Marcia dei quadri e impiegati FIAT – Claudio Sabattini

Osvaldo Papetti fu coerente fino alla fine della sua vicenda politica e la sua impostazione politica, così come quella di Pietro Imberti, è oggi di grande attualità, nella temperie che richiede una leadership in grado di ricostruire la base produttiva di un Occidente resosi prono alle follie della finanza speculativa.

Una nota sul libro

Infine, un’inevitabile nota al libro che è stato occasione per questa riflessione.

Il lavoro di Luigi Marini e Giovanni Fornoni è encomiabile. Il pregio del libro è quello di riproporci una lezione di storia riformista.

Il limite è nelle testimonianze (salvo poche) che evidenziano come non sia stato capito, allora come oggi, il valore strategico dell’operato politico di Osvaldo Papetti nel quadro storico del tempo.

Molte testimonianze (anche se di ex dirigenti del PCI) sono consegnate all’orizzonte dell’empatia personale, altre alla riscrittura della storia, senza che della strategia di Papetti si sia colta la ragione profonda. Incapacità di allora e di oggi? Fuga dalla realtà per convenienza? Rifugio nella galanteria?

“La verità – scrive Ortega y Gasset – entra in collisione con la galanteria, e deve trionfare”. (La ribellione delle masse).

A nulla serve, pertanto, riscrivere in chiave assolutoria la storia del “crocevia doloroso” del congresso del PCI del 1986. Ci fu uno scontro. Qualcuno vinse, qualcuno perse, qualcun altro stette, come al solito, in posizione situazionista. La storia, comunque, presenta sempre il conto.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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