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LANDINI E VANNACCI, COSA LI ACCOMUNA?

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di Gianvito Caldararo

 Con le loro iniziative mettono il difficoltà l’uno, Vannacci, la destra e l’altro, Landini, il PD.
Vannacci lo fa con il suo libro “Il Mondo al contrario”, che in maniera consapevole o inconsapevole sta mettendo la Lega di Salvini contro Fratelli d’Italia. Inoltre, sta dividendo lo stesso FdI, con l’on.le Donzelli che contesta il provvedimento del ministro Crosetto, uno dei triumviri di FdI, contro il generale Vannacci.
Il generale Vannacci, inoltre, ha suscitato l’interesse dell’ex sindaco di Roma ed ex ministro, Gianni Alemanno, che punta a ricostituire la destra sociale che una volta aveva come punto di riferimento Francesco Storace, già governatore della regione Lazio ed ex ministro della sanità. E questo è quanto sta avvenendo nello schieramento di destra o di centrodestra.
A sinistra, ed in modo particolare per il PD, abbiamo Landini della Cgil, che con il suo referendum sul Jobs Act sta creando non poche tensioni all’interno del PD della Schlein. E’ stato proprio Renzi, a sottolineare che è stato tutto il PD ad approvare la legge sul Jobs Act. E lo stesso Renzi, che chiama in causa tutti quei personaggi rimasti nel PD, che il Jobs Act lo hanno votato in Consiglio dei ministri e nel Parlamento. Si riferisce a personaggi come Gentiloni, Pinotti, Lorenzin, Madia, Franceschini, Del Rio Guerini e Serracchiani.
Renzi, difende la sua legge del Jobs Act, che non ha fatto registrare alcuna catastrofe, che il sindacato e lo stesso Landini, avevano annunciato. A Landini, qualcuno gli ha ricordato che le prime forme di precariato furono introdotte dal governo di Romano Prodi, con ministro del lavoro Treu, autore del noto” pacchetto Treu “, che con la legge n. 196/1997 normava forme contrattuali definite “atipiche”. E a Landini gli viene ricordato che il sindacato in quella circostanza rimase muto. Come pure rimase immobile quando il governo Berlusconi, con ministro del lavoro il leghista Maroni, veniva approvata con la legge 14/2/2003 la delega al governo in “materia di occupazione e mercato del lavoro”. Ma Landini e il sindacato rimasero paralizzati anche quando il governo Monti, con la Fornero ministro del lavoro, decisero di rivedere l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Dopo tanto immobilismo del sindacato, oggi Landini, si ricorda di lanciare il referendum contro il Jobs Act, che non ha sconvolto il mercato del lavoro, che dopo la decontribuzione non ci sono stati i licenziamenti di massa, che è aumentato il lavoro a tempo indeterminato e l’occupazione in generale e quella giovanile.
Nonostante ciò, si avvia un referendum che crea seri problemi all’interno del PD. Un referendum che viene promosso nonostante i buoni risultati del Jobs Act, ma solo perchè è una legge che si identifica con il “nemico” di nome Matteo Renzi. Siamo in presenza di una motivazione davvero “peregrina”, che molti italiani di buon senso non condivideranno e che, pertanto, non si recheranno a votare.
La cosa che preoccupa l’ala riformista del PD, è il rischio che la Schlein vada a rimorchio di Conte del MS5, che già si è intestata la medaglia del “salario minimo”, nonostante che il primo progetto sul salario minimo fu presentato in Parlamento dalla Serracchiani (PD) il 13/10/2022.
La contrarietà al 2% delle spese militare è un altro cedimento al M5S, che dopo aver votato a favore per molto tempo, con l’avvento di Conte alla guida del M5S, ha deciso di dichiararsi contrario all’invio delle armi all’Ucraina.
Ma la Schlein, si esalta anche quando nel PD entra un certo on.le Pastorino, che dal PD passò in Articolo 1 di Speranza ed infine nel gruppo misto. Pastorino è noto per aver regalato la Regione Liguria al forzista Toti, non votando la candidata renziana Raffaella Paita, che pure aveva vinto le primarie.
Qualcuno sostiene che la Schlein sta portando il PD sempre più a sinistra, con il rischio di una nuova scissione e con il rischio sempre più incombente di un PD a rimorchio di Conte, nche se la spinta del M5S pare rarefatta e in fase discendente.
Tutti, comunque, puntano e sperano alle elezioni europee 2024 . Ma un vecchio adagio, afferma: “chi di speranza vive, disperato muore”.

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  • Redazione

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