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Kuwait, Stati Uniti e Iran: quando lo scudo diventa anche un bersaglio

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Kuwait, Stati Uniti e Iran

La presenza americana da sola non garantisce più l’inviolabilità dell’emirato

La notizia rilanciata da Maurizio Molinari proviene da un’inchiesta del Wall Street Journal ed è fondata.

Ma il titolo «Kuwait, scudo USA per proteggerlo dall’Iran» racconta soltanto una parte della storia.

Il vero nodo è molto più inquietante: la presenza americana continua a proteggere il Kuwait, ma, nello stesso tempo, lo espone alla rappresaglia iraniana.

Il Kuwait è un piccolo emirato ricchissimo di petrolio, stretto tra l’Arabia Saudita, l’Iraq e il Golfo Persico, a poca distanza dall’Iran.

La sua vulnerabilità non è teorica: il 2 agosto 1990 Saddam Hussein lo invase e lo occupò in poche ore.

Fu una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti a liberarlo nel febbraio 1991, durante la prima Guerra del Golfo.

Da allora Washington è diventata il principale garante della sua sicurezza.

Il Kuwait, designato nel 2004 «grande alleato non NATO» degli Stati Uniti, ospita migliaia di militari americani e due infrastrutture decisive: Camp Arifjan, grande centro logistico dell’esercito statunitense e sede avanzata della componente terrestre del Comando centrale americano; la base aerea di Ali al-Salem, snodo fondamentale per il trasporto di uomini, mezzi e rifornimenti in tutto il Medio Oriente.

Nel Paese sono inoltre conservati carri armati Abrams, artiglieria, munizioni e grandi scorte di equipaggiamenti già pronti per essere impiegati.

Il Kuwait non è, quindi, una semplice base: è uno dei principali magazzini e centri di distribuzione dell’apparato militare americano nella regione.

Per oltre trent’anni questo dispositivo ha significato una cosa molto chiara: nessun vicino avrebbe potuto ripetere ciò che fece Saddam Hussein senza affrontare immediatamente gli Stati Uniti.

Il rovesciamento prodotto dalla guerra con l’Iran

Lo scontro con Teheran ha però capovolto questa logica. Le installazioni americane che dovevano rendere il Kuwait inattaccabile sono diventate obiettivi prioritari dei missili e dei droni iraniani.

Secondo il Wall Street Journal, l’Iran ha colpito ripetutamente il territorio kuwaitiano, prendendo di mira basi statunitensi ma anche l’aeroporto internazionale, il porto, impianti petroliferi, centrali elettriche e strutture per la desalinizzazione dell’acqua.

In marzo un attacco iraniano contro un centro operativo vicino a Camp Arifjan ha ucciso sei militari americani. In luglio sono stati nuovamente attaccati Camp Arifjan e la base di Ali al-Salem. Wall Street Journal⁠, Reuters.

L’Iran sta applicando una strategia precisa: non può affrontare gli Stati Uniti sul piano convenzionale, ma può rendere costosissima la loro permanenza nel Golfo e spaventare i Paesi che ne ospitano le forze.

Il messaggio rivolto al Kuwait e alle altre monarchie è brutale: se mettete il vostro territorio a disposizione di Washington, diventerete parte del campo di battaglia.

Teheran ha anche minacciato di colpire impianti petroliferi, reti elettriche, sistemi idrici e infrastrutture di trasporto degli Stati del Golfo qualora gli Stati Uniti attaccassero nuovamente le strutture iraniane.

Per il Kuwait il problema è drammatico.

Il Paese dipende dal petrolio, ma anche dagli impianti di desalinizzazione: colpire l’elettricità e la produzione di acqua significa minacciare direttamente la sopravvivenza quotidiana della popolazione.

E la chiusura o l’insicurezza dello Stretto di Hormuz può paralizzarne le esportazioni.

Il dilemma americano

Washington sta quindi riesaminando non necessariamente l’alleanza con il Kuwait, ma la dimensione e la disposizione della propria presenza militare.

Concentrare uomini, carri armati, depositi e centri di comando a poche centinaia di chilometri dall’Iran significa offrire a Teheran bersagli grandi, relativamente vicini e facilmente individuabili.

Le ipotesi comprendono una maggiore dispersione delle forze, il trasferimento di alcune funzioni più a ovest, l’utilizzo di installazioni più protette e un rafforzamento delle difese antimissile e antidroni.

Gli Stati Uniti hanno infatti autorizzato anche una possibile vendita al Kuwait di nuovi sistemi contro i velivoli senza pilota.

Il Kuwait, però, teme che una riduzione americana venga interpretata dall’Iran come un arretramento strategico.

Per questo continua a chiedere una garanzia concreta: non desidera essere trasformato in una piattaforma offensiva contro Teheran, ma non può neppure rinunciare allo scudo statunitense.

Il paradosso

Ecco il punto centrale dell’inchiesta: gli americani non hanno improvvisamente smesso di poter difendere il Kuwait.

Le difese statunitensi e kuwaitiane hanno intercettato gran parte dei missili e dei droni iraniani.

Ma nessuno scudo è assoluto, soprattutto davanti a centinaia di ordigni lanciati ripetutamente contro infrastrutture militari e civili.

La presenza americana resta indispensabile, ma da sola non garantisce più l’inviolabilità dell’emirato.

È insieme deterrenza e calamita per gli attacchi: protegge il Kuwait dall’essere conquistato, ma non può impedirgli di essere colpito.

Ed è precisamente questo il risultato perseguito dall’Iran: trasformare la protezione americana in una fonte di paura, separare Washington dai suoi alleati arabi e convincere questi ultimi a esercitare pressioni sugli Stati Uniti.

Il Kuwait si trova così davanti a una scelta che, in realtà, non è una vera scelta: senza gli Stati Uniti sarebbe più vulnerabile all’Iran; con gli Stati Uniti rimane uno dei principali bersagli dell’Iran.

Non è la prova dell’inutilità dello scudo americano. È la dimostrazione di quanto Teheran sia riuscita ad allargare il campo della guerra, facendo pagare anche ai piccoli Stati del Golfo il prezzo della loro alleanza con Washington.

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