Home Opinioni L’ombra del potere sullo sport italiano

L’ombra del potere sullo sport italiano

0
L'ombra del potere sullo sport italiano

Tra poltrone e comitati

“Chi intende esercitare il comando deve prima imparare a servire e a rispettare la legge”.
Alceo

​L’ombra della gestione politica e verticistica continua ad allungarsi inesorabilmente sul panorama agonistico nazionale, sollevando interrogativi sempre più pressanti sulle modalità con cui vengono assegnati i ruoli chiave nei palazzi di comando.

Le recenti dinamiche che attraversano i vertici del movimento calcistico e le istituzioni di controllo offrono uno spaccato lampante di come la logica della cooptazione e della vicinanza personale tenda regolarmente a prevalere sulle competenze specifiche di campo e sul rispetto rigoroso delle norme di garanzia.

​Il caso Bianchedi e la ragnatela dei fedelissimi​

L’annuncio a mezzo stampa relativo all’individuazione di Diana Bianchedi come nuova capodelegazione della Nazionale azzurra ha immediatamente scatenato un acceso dibattito tra gli addetti ai lavori e gli appassionati.

La figura del capo delegazione rappresenta da sempre un punto di riferimento cruciale per la spedizione azzurra: si tratta di un ruolo ad alto profilo relazionale, amministrativo e d’immagine, chiamato a gestire le complesse dinamiche interne allo spogliatoio e a fare da ponte tra la squadra e la dirigenza durante i raduni e i tornei internazionali.

​Storicamente, questa posizione è stata ricoperta da icone del calcio giocato, campioni capaci di comprendere la psicologia dei calciatori e il peso della maglia azzurra, come Gigi Riva, Gianluca Vialli e Gianluigi Buffon.

A differenza di altre posizioni dirigenziali spesso trasformate in semplici ruoli rappresentativi, questo incarico necessita di una figura che conosca in profondità lo spogliatoio.

L’assegnazione dell’incarico a un’ex campionessa olimpica di scherma e stimata dirigente, la cui esperienza nel mondo del pallone si limita principalmente alla presenza nella Commissione antidoping federale, ha dunque destato perplessità riguardo alla reale congruenza tra il percorso professionale dell’interessata e le esigenze operative della squadra.

​I nodi statutari e l’incompatibilità con il CONI

​Al di là delle valutazioni di merito tecnico, la questione presenta risvolti giuridici e statutari di primaria rilevanza. Diana Bianchedi ricopre attualmente la carica di vicepresidente del CONI, l’organo supremo che per legge esercita funzioni di vigilanza, controllo e indirizzo sulle Federazioni sportive nazionali, inclusa la FIGC.

​L’assunzione di un incarico retribuito all’interno della Federcalcio solleva un potenziale e permanente conflitto di interessi.

Nello specifico, le normative di settore evidenziano diversi elementi critici:

​• esercizio della vigilanza: risulta complesso ipotizzare come un componente della giunta del CONI possa mantenere la necessaria terzietà nel momento in cui si trova contemporaneamente a libro paga della federazione sottoposta al suo controllo;

• ​profili statutari: l’articolo 7 dello statuto di riferimento stabilisce che i componenti dell’organo di governo dell’ente di vigilanza che si trovino in una situazione strutturale di conflitto debbano essere dichiarati decaduti, rendendo insufficiente la semplice astensione dalle singole votazioni;

• ​ruolo vicariale: in qualità di vicepresidente, la dirigente potrebbe trovarsi nella condizione di dover sostituire i vertici del Comitato Olimpico in caso di temporanea indisponibilità, accentuando ulteriormente le sovrapposizioni istituzionali.

​Se da un lato la FIGC ha espresso la convinzione che si tratti di una mansione di mera rappresentanza esente da incompatibilità, dall’altro il CONI ha ritenuto opportuno attivare le strutture competenti per valutare attentamente i profili di inconferibilità e opportunità, a tutela della regolarità dell’operato della Giunta Nazionale.

​Le scosse nei palazzi istituzionali e il caso Infantino

​Queste tensioni interne riflettono un clima generale in cui la governance dello sport tende a blindarsi di fronte alle critiche, sia a livello nazionale che internazionale. Le recenti turbolenze relative alla gestione dei vertici globali, come dimostrano le polemiche e le prese di posizione a difesa di Gianni Infantino in ambito FIFA, evidenziano un tratto comune: la tendenza degli apparati di potere a fare muro contro le contestazioni e a bollare come attacchi pretestuosi qualsiasi rilievo sollevato sull’operato della dirigenza.

​Quando le nomine e i processi decisionali sembrano rispondere più a logiche di riequilibrio politico o di tutela di ristrette cerchie di fedelissimi piuttosto che a criteri di trasparenza e competenza, il rischio concreto è quello di sfilacciare il legame di fiducia con la base degli appassionati e degli atleti.

​Le possibili vie d’uscita per evitare una paralisi procedurale o l’ennesimo stallo istituzionale appaiono obbligate:

​rinuncia all’incarico federale: mantenimento della carica nel Comitato Olimpico declinando l’offerta della Federcalcio;

​dimissioni dall’organo di vigilanza: uscita dal CONI per intraprendere il nuovo percorso in FIGC, evento che determinerebbe un immediato rimescolamento degli equilibri politici con l’ingresso del primo dei non eletti nella Giunta Nazionale.

​L’evoluzione della vicenda chiarirà se le istituzioni sportive sapranno ritrovare un equilibrio basato sul rigoroso rispetto delle regole e sulla valorizzazione delle specifiche competenze, elementi indispensabili per garantire la credibilità di tutto il movimento.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui