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Dossier su BR 10443/128: il racconto di Luigi Ceccobelli

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Dossier

In Umbria c’è un paese neofascista

Vi piacciono le favole? Ve ne racconto una.

C’era una volta in Umbria, nel 1977, un paesino interamente neofascista, dal quale un gruppo di giovani, un bel giorno, decise di partire per i Paesi del Patto di Varsavia per compiere un attentato.

Questa storia la raccontò sul serio una donna, di origine ceca, che, all’epoca, aveva 70 anni e viveva a Fratta Todina. Il paese neofascista sarebbe questo, nella provincia di Perugia.

La donna si chiamava Barbara Slagorska Berardi. La sua storia occupa una buona parte del dossier messo insieme dai servizi segreti cecoslovacchi sul terrorismo italiano.

Tutto nacque da una lettera che questa Berardi inviò a un politico del partito comunista di Praga, un certo Indri, per avvertirlo di un imminente attentato che stava per essere progettato contro i paesi socialisti. Era vero? A quanto pare no.

Luigi Ceccobelli e Ferdinando Scargetta partirono alla volta di Mosca come semplici campeggiatori il 31 maggio 1977. Ceccobelli aveva 27 anni, lavorava alle poste ed era Consigliere Comunale della Democrazia Cristiana. Scargetta era appena 19enne.

Entrambi erano residenti nella provincia di Perugia. Dopo essere stati fermati e perquisiti alla frontiera russa e poi a quella polacca, mentre erano già sulla via del ritorno, furono arrestati a Praga il 16 giugno 1977, con la scusa che i loro documenti risultavano poco chiari.

Dopo giorni da incubo a pane e acqua, in un regime carcerario disumano, vennero rilasciati il 28 giugno 1977, con tante ma inutili scuse.

Tempo fa ho incontrato proprio Luigi Ceccobelli, perché mi narrasse la sua storia e oggi la divulgo ai lettori di Nuovo Giornale Nazionale.

Luigi Ceccobelli
Luigi Ceccobelli

Ceccobelli: “Il mio incubo per colpa di una spia”

«Tutto si è verificato per colpa della spia cecoslovacca Berardi, la quale era a conoscenza che io avrei intrapreso un viaggio turistico in Russia. La mia attività politica di allora consisteva nella carica di Consigliere Comunale nel mio piccolo Comune e Segretario della locale sezione della DC.

Conoscevo la signora Berardi (persona molto anziana, deceduta a distanza di circa un anno dalla vicenda, ndr) particolarmente gentile nei miei confronti ogni volta che si recava presso l’Ufficio Postale del nostro Comune, dove io ero impiegato.

La segnalazione arrivò alle autorità di Praga quando ero già in territorio Polacco e alla frontiera di Brest dopo controlli “eccezionali” ci fu negato l’ingresso in Russia.

In Polonia mi recai alla nostra Ambasciata a nome del mio amico, l’On. Luciano Radi, che ricopriva la carica di Sottosegretario agli Esteri, e mi consigliarono di non insistere nel proseguire il viaggio in Russia, dato che i rapporti politici erano critici tra i due Stati, soprattutto con la politica dell’allora Segretario del PCI.

In Polonia, un polacco a me sconosciuto mi avvisò che eravamo seguiti dalla Polizia, ma non avendo nulla da nascondere non vi diedi alcuna importanza.

Alla frontiera polacca-cecoslovacca fummo presi dalla polizia ceca e portati direttamente, a tarda sera, nel carcere di Praga.

Fui costretto a firmare il verbale di arresto senza traduzione, mi permisero di usare il mio vocabolario con il quale riuscii a tradurre le parole che sarei stato espulso, pensavo il giorno dopo.

Fui accompagnato in una cella, che era due metri sotto terra. Il primo pasto fu pane nero e lardo, e inizialmente mi veniva da ridere, poi il sollievo fu l’essere interrogato.

Al primo interrogatorio, “falsamente”, mi comunicarono di aver avvisato del fermo l’Ambasciata. A un altro interrogatorio mi fecero leggere una lettera segnalazione e (riassumo) vi era scritto: “fate attenzione sarà nel vostro paese un certo Luigi Ceccobelli, verrà con uno o più amici pericoloso neofascista per mettere bombe a Mosca e a Praga, voi capirete che non posso mettere la mia firma in quanto ne va di mezzo la mia stessa vita”.

Fortunatamente non identificai chi potesse essere stato l’autore della segnalazione, altrimenti mi è stato successivamente detto che ci avrebbero potuto anche eliminare.

In cella, per alcuni giorni dal soffitto sentivo un “tan tan” continuo, che credevo essere dovuto ad una perdita di acqua da una cannella. E invece, a distanza di due anni, nel leggere il libro “Il vento va e poi ritorna”, dello  scrittore russo Bukovskij, scoprii che era volutamente fatto per annientare l’individuo. Era un tormento il cui solo pensiero era terrificante.

In Italia, dopo circa dieci giorni di “silenzio” vi fu allarme e il mio amico l’On. Radi dal Ministero degli Esteri chiamò le Ambasciate, le quali contattarono le frontiere dei rispettivi territori.

La Cecoslovacchia fu costretta ad ammettere il fermo ed il giorno seguente ci accompagnarono alla frontiera con L’Austria, con provvedimento di espulsione per “documenti poco chiari”.

Al rientro in Italia un mio amico mi confidò che Eva Berardi era una spia dell’Est e che aveva una ricetrasmittente. Così, indirizzai i nostri Servizi Segreti su di lei. Non riuscirono ad avere la segnalazione della Berardi: la individuarono come spia, ma mi dissero che non esercitava più alcuna attività ed era molto anziana.

L’espulsione fu estesa anche ad altri Paesi dell’Est, che mi preclusero ogni ingresso. Tre anni fa sono ritornato a Praga, mi sono recato al carcere, ma non mi è stato possibile visitare l’interno, del quale fui “ospite”.

Siamo riusciti soltanto in parte a tradurre alcuni dei documenti del dossier cecoslovacco. Per me fu un’esperienza sconcertante allora, e lo è in parte anche ora, per la grande ignoranza culturale, l’immoralità e la non onestà di importanti esponenti politici di quegli stati e di alcuni loro funzionari preposti alle indagini su problemi di particolare importanza come il terrorismo.

Il mio caro amico Radi mi disse che, quando convocò l’Ambasciatore della (ex n.d.r.) Cecoslovacchia per esigere giustificazioni sull’operato svolto nei nostri confronti, gli fu confidato che si erano sbagliati. Ma pubblicamente mai lo ammisero.

Certamente, l’aver preso per vera una segnalazione pervenuta da una loro “confidente” di età molto avanzata e con la memoria particolarmente danneggiata come da resoconto trascritto dal funzionario “agente” inviato dal consolato a incontrare la “Berardi” nel mio piccolo Comune, non può che suscitare il mio sconcerto».
Luigi Ceccobelli

Campi di addestramento neofascisti a Todi? Pura fantasia

Signor Luigi Ceccobelli, in uno degli ultimi documenti su di lei si legge che il Servizio Segreto cecoslovacco era a conoscenza di un suo viaggio in Ungheria nel 1973. E che la considerava una persona sgradita. Non è che per caso passava informazioni ai Servizi italiani di Forte Braschi?

La Berardi parlò di un campo di addestramento neofascista a Todi, sotto la copertura del tiro a volo. A me fa venire in mente un campo di addestramento di Gladio, ma che io sappia era in Sardegna. Che ne pensa?

«Giusto, forse la Berardi era animata da cattiveria politica. È una possibile ipotesi per quei tempi».

Ma come mai in un periodo di Guerra Fredda le venne in mente di andare a Mosca in campeggio? A me non verrebbe voglia nemmeno adesso con Putin al governo, e sono uno che viaggia molto in macchina. Ma questa Berardi, poi, morì davvero l’anno dopo come mi ha raccontato? Oppure la fecero fuori le spie di Praga? Cosa si sa sulla fine di questa donna? Pensa che conoscesse troppi segreti?

«No, sicuramente non morì in maniera violenta. Non molto tempo dopo quei fatti, comunque.

In un piccolo paese come è il Comune di Fratta Todina, non supera i duemila abitanti, tutti si conoscono e tutti sapevano che il 70% votava a sinistra come nei restanti comuni vicini, e che gli elettori di destra si potevano contare con le dita.

Non esistevano e non sono mai esistiti nell’intero territorio umbro campi di addestramento per neofascisti e tutto ciò non poteva che essere pura fantasia.

Per quanto riguarda la mia persona non vi era soggetto, e non vi è tuttora, che non fosse a conoscenza di ogni storia personale mia e della mia famiglia, e non credo che la Berardi fosse così ignorante e sprovveduta da non sapere che i pericolosi fascisti che vedeva in ogni luogo non erano mai esistiti.

La sola ed unica spiegazione che si possa dare è che tale fantasia fosse dovuta a una forma di malattia o cattiveria che non è spiegabile.

Anche se straniera e di nazionalità cecoslovacca, questa donna era residente da molti anni nella nostra comunità e sapeva certamente che ero figlio di un grande invalido di guerra, un carabiniere investito da una camionetta americana nella città di Firenze nel 1945/46 dove prestava servizio, e che a causa di tale incidente dopo vari mesi in ospedali del centro Italia non fu più in grado di camminare senza l’aiuto di stampelle.

E non poteva non sapere che l’intera mia famiglia era di manifesta opinione politica socialista e che, durante il periodo fascista, mio nonno non fu costretto a bere olio di ricino per il semplice fatto che con il proprio fucile da caccia dissuase due fascisti incaricati di eseguire tale punizione.

Dei suoi due fratelli, uno fu disperso in guerra in Russia, e l’altro fu missionario di Don Bosco e morì a Cuba nel 1948.

Sono certo che la vita di ogni persona è una storia, un libro che, sebbene non sia scritto, ha ugualmente numerose pagine, e la ricchezza che trovo nelle mie pagine sono le mie esperienze.

Tra le positive vi ritrovo anche il fatto negativo di Praga, che comunque è stato ugualmente un mio arricchimento».

Consulta il Dossier 10443/128 tradotto in italiano – II parte

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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