La patrimoniale in Italia è una sciocchezza colossale
Per una volta non mi riferisco a Conte e Schlein che pare lo abbiano capito, anche se quest’ultima si avvale degli aiutini di Draghi.
Lo ha capito perfino Calenda, e non parliamo di Renzi, che è sicuramente il più intelligente del lotto.
L’incipit è rivolto a Landini e a quella sua pletora di seguaci che vivono da sempre col vecchio mantra del “Padrone maiale grassatore delle masse operaie”.
La patrimoniale in Italia, che peraltro esiste già sotto forma di imposte di bollo sui conti correnti, e sui conti titoli, oltre all’IMU sui patrimoni immobiliari, e colpisce tutti, dai piccoli risparmiatori, ai grandi investitori, è una sciocchezza colossale, buona solo per raccattare voti dai minus habens.
Intendiamoci, ci sono Paesi in cui la patrimoniale esiste ed è perfino accettata dai contribuenti.
Nella fattispecie, due esempi in Europa ci sono offerti dalla Norvegia e dalla Svizzera, nazioni ad altissimo reddito pro capite nelle quali la soglia di esenzione è abbastanza bassa, sui 100.000 euro, e le aliquote sono progressive in funzione della consistenza dei patrimoni.
A rendere accettabile l’imposta però non è il reddito medio della popolazione, ma la maturità dei cittadini, anche dei ricchi.
Il punto è che per tollerare una imposta patrimoniale serve che quel denaro si tramuti in servizi per la comunità. Più servizi efficienti e maggiore è l’opportunità di crescita economica del Paese, con evidenti vantaggi sia per il cittadino comune, che per l’imprenditore/investitore.
Le patrimoniali in questi Paesi, poi, sostituiscono moltissime altre gabelle, compreso il capital gain tanto di moda in tutta Europa e, quindi, il bilancio si compensa.
Da noi, invece, si vorrebbe aggiungere una ulteriore imposta ad un sistema fiscale tra i più opprimenti al mondo, per farne confluire il gettito in un calderone fatto di sprechi, ruberie, e con i servizi pubblici tra i più disastrati del pianeta, tutto per colpire “gli odiati padroni”, ma, più in generale, anche quello che ha fatto la formichina e si è messo 100.000 euro in banca frutto di una vita di lavoro, che poi è il vero bersaglio dell’invidia sociale dei nullafacenti, che vivono di cariche o sovvenzioni pubbliche.
La questione è semplice: un’economia per crescere e innovarsi ha bisogno degli imprenditori, ovvero di chi decide di investire denaro per realizzare un’idea.
Da questo investimento, nasce il diritto di trarre un profitto, che va ricordato, è sempre al netto dei rischi.
Il profitto deve essere tassato in modo equo, secondo le regole del mercato, tassare ulteriormente quello che resta, e farlo ogni anno sul cumulato, è demenziale, e alla fine è anche stupido, perché fa fuggire gli imprenditori che in un contesto geograficamente allargato hanno sempre la possibilità di scegliere il sistema fiscale più competitivo.
Il risultato di questa politica l’abbiamo sotto gli occhi: le realtà imprenditoriali più interessanti che ancora producono da noi sono di proprietà di multinazionali estere o di grandi fondi di investimento, che pagano in Italia cifre ridicole spostando altrove gli utili con operazioni di elusione fiscale; mentre le imprese autoctone, un tempo vanto del Paese, sono state delocalizzate in luoghi più favorevoli, lasciando qui capannoni vuoti, in rovina, e migliaia di disoccupati.
Quelle poche che ancora resistono faticano ad essere competitive perché il fisco sottrae loro anche la parte degli utili che normalmente dovrebbe essere destinata alla ricerca e allo sviluppo.
La contrazione dei salari è figlia di tutto questo.
In un simile contesto è facile capire che la battaglia per la patrimoniale è illogica e demagogica.
Anche volendo chiudere gli occhi davanti a questo evidente declino, e soffermarsi sulla tassa per colpire i grandi patrimoni, bisognerebbe fare una ulteriore riflessione.
I super ricchi italiani, come quelli di tutto il mondo, non sono ricchi perché hanno tanto denaro, anzi, probabilmente i lori conti correnti sono relatovamente miseri.
Tutta l’enorme ricchezza di questa gente è in azioni o obbligazioni, titoli che hanno un valore presunto, soggetto alle variazioni di borsa, e che comunque non rappresentano liquidità fino al momento in cui non vengono venduti.
A parte ciò, questi signori si sono già da tempo cautelati da una eventuale patrimoniale di stampo comunista perché la sede delle loro imprese, comprese le proprieta immobiliari sono in capo a holding situate all’estero.
Ci sarà un motivo se le cosiddette cassaforti di famiglia dei vari Ferrero, Agnelli, Berlusconi, ecc, sono tutte in Lussemburgo?
In molti casi perfino le loro abitazioni private sono intestate a società estere.
Landini e i suoi seguaci dovrebbero capire che i veri ricchi moderni non hanno soldi, o almeno se li hanno non li tengono sicuramente in Italia, hanno credito, e se hanno bisogno di contanti li prendono a prestito dalle finanziarie o dalle banche dando azioni in garanzia e scaricando perfino gli interessi dalle dichiarazioni dei redditi.
Quindi, una patrimoniale chi andrebbe a colpire?
Colpirebbe chi detiene denaro contante sul conto, chi ha proprietà immobiliari intestate a persone residenti in Italia che già pagano l’IMU (quindi sarebbe una doppia imposizione), insomma, le formichine, oltre ai medi imprenditori che per tipologia delle loro imprese non possono delocalizzare, e che sono già in forte crisi di competitività in quanto vessati fiscalmente dallo Stato, per i quali l’aggressione ai loro patrimoni personali spesso utilizzati in garanzia per tenere in piedi le loro imprese, sarebbe un forte stimolo a mollare tutto.
Chi ragiona col cervello non fatica a capirlo.
Purtroppo, in Italia troppa gente è abituata a ragionare con altri parti del corpo, oppure non ragiona proprio e si affida ciecamente alle soggetti impresentabili, dai quali potete ben immaginare cosa può uscire.





