Il presidente ucraino, al servizio degli inglesi, minaccia la Bielorussia e litiga anche con Varsavia
Le azioni di questi giorni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky rendono evidente la disperazione che lo porta ad alzare il livello del confronto con la Russia estendendolo, nella logica, folle, di attivare uno scontro più ampio che coinvolga la NATO.
Sta in questa logica lo scontro con la Bielorussia, con la Russia che ha annunciato di essere pronta a difendere l’alleato in caso di escalation.
Il leader di Kiev è in pressing sulla Bielorussia ‘colpevole’, ha denunciato lo stesso presidente ucraino, di aver installato quattro ripetitori vicino al confine in modo da assicurare le comunicazioni tra i droni che bombardano l’Ucraina e le stazioni con base in Russia. “Hanno una settimana di tempo. Devono smantellare i ripetitori. Se non lo farà Lukashenko lo faremo noi”, ha detto Zelensky tre giorni fa.
La risposta di Mosca è chiara: “Siamo pronti a difendere la Bielorussia”. Mosca allarga così lo scudo del Cremlino sulla Bielorussia preparandosi a proteggere militarmente l’alleato da eventuali iniziative di Kiev.
La minaccia arriva dal capo della diplomazia del Cremlino, Serghei Lavrov. “Se necessario, siamo pronti ad adottare tutte le misure previste dal trattato per garantire la sicurezza del nostro alleato e, naturalmente, la sicurezza dello Stato dell’Unione”, ovvero il territorio (intergovernativo) esteso dalla Russia alla Bielorussia.
Il ministro degli Esteri russo pur annunciando la disponibilità a tornare al tavolo dei negoziati per l’Ucraina alza i toni sia contro Zelensky (si comporta da “Führer”) sia contro l’Unione europea che “aderisce ai valori del nazismo” per la sua postura accanto a Kiev definita “un completo guazzabuglio”.
In particolare, secondo il capo della diplomazia di Mosca, uno degli errori è che l’Unione europea “continua a sostenere di rappresentare l’intero Occidente, Stati Uniti compresi, in tutte le sue azioni sulle questioni riguardanti l’Ucraina”. Mosca, ha aggiunto il ministro, “non si fa illusioni sui veri piani dell’UE riguardo alla sua partecipazione alla soluzione del conflitto”.
L’affondo più ruvido del Cremlino è contro il leader di Kiev. Volodymyr Zelensky “è stato nominato al ruolo di Fuhrer”, scandisce Lavrov (come riporta Ria Novosti) intervenendo alla tavola rotonda degli ambasciatori presso l’Accademia diplomatica del ministero degli Affari Esteri russo.
Nel frattempo, Vladimir Putin ha ribadito di essere pronto a negoziati di pace con l’Ucraina solo sulla base degli “accordi di Istanbul” del 2022 e a condizione che Kiev ceda i territori rivendicati da Mosca.
“La Russia – ha detto Putin, citato dalla TASS – è pronta ad avere negoziati di pace con l’Ucraina basati sugli accordi raggiunti a Istanbul. Il nostro approccio è basato sugli accordi di Istanbul, le modalità discusse a Anchorage (nel vertice tra Putin e Donald Trump a Ferragosto del 2025) e, soprattutto, le realtà sul terreno”.
Gli accordi di Istambul furono bloccati dagli inglesi, che erano e sono, il vero nodo da affrontare per chiudere la vicenda ucraina.
“Noi aderiamo – ha insistito Putin – ai principi che ho delineato anni fa nel mio discorso al ministero degli Esteri”. Il riferimento è a un discorso tenuto da Putin nel giugno 2024 in cui affermava che per arrivare alla pace Kiev doveva rinunciare alle quattro regioni rivendicate dalla Russia e impegnarsi ufficialmente a non entrare nella Nato.
Gli “accordi di Istanbul” prevedevano che si avviassero trattative per le garanzie di sicurezza per l’Ucraina, mentre le questioni territoriali venivano rinviate a negoziati che potevano durare fino a 15 anni.
L’allora capo delegazione ucraino, David Arakhamia, ha detto in seguito che tali intese furono lasciate cadere da Kiev per una serie di motivi, tra cui l’opposizione dell’allora premier britannico Boris Johnson, che convinse Kiev a continuare a combattere.
Come si può ben vedere a dirigere la danza furono gli inglesi, con Zelensky attore sul palcoscenico disposto a ballare.
Gli “accordi di Istanbul” avrebbero fatto cessare le guerra e, con tutta probabilità, avrebbero congelato il fonte in una sorta di soluzione coreana, facendo risparmiare miglia di morti da entrambe le parti, ma gli inglesi volevano la guerra, così come gli americani di Joe Biden, i quali, mai dimenticarlo, con lui vicepresidente di Obama, misero in scena, con la regia di Victoria Nuland e di George Soros, il colpo di Stato di Maidan nel 2014, vero avvio di una guerra che poi sarebbe sfociata nell’occupazione russa del 2022.
Che Zelensky abbia perso la testa pare evidente anche dallo scontro in atto con Varsavia.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non parteciperà alla Ukraine Recovery Conference, il vertice annuale dedicato alla ricostruzione del Paese, in programma oggi e domani a Danzica in Polonia.
A nulla è servito l’appello salomonico del premier polacco Donald Tusk ad abbassare i toni. A stretto giro, da Kiev è arrivato l’annuncio che a rappresentare l’Ucraina a Danzica sarà la premier Yulia Svyrydenko.
Nessun boicottaggio ufficiale, almeno sulla carta, ma l’ennesimo capitolo della polemica che oppone Varsavia e Kiev sulla memoria storica della Seconda guerra mondiale.
Lo scontro è esploso dopo la decisione di Kiev di intitolare un’unità militare all’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), formazione nazionalista (di fatto nazista) considerata in Ucraina un simbolo della lotta per l’indipendenza, ma ritenuta in Polonia responsabile dei massacri di decine di migliaia di civili polacchi in Volinia tra il 1943 e il 1945.
I massacri di Volinia (o “strage ucraina in Volinia”) si riferiscono alla campagna di pulizia etnica compiuta principalmente dall’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), braccio armato dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN-B, fazione di Stepan Bandera), contro la popolazione polacca in Volinia, Galizia orientale e aree limitrofe tra il 1943 e il 1945, durante l’occupazione tedesca della Polonia.
La Volinia (oggi in Ucraina occidentale) faceva parte della Seconda Repubblica Polacca prima della guerra e aveva una popolazione mista: maggioranza ucraina rurale, minoranza polacca (spesso proprietari terrieri, intellettuali o coloni), ebrei. Le tensioni etniche preesistevano (polonizzazione degli anni ’30, repressione del nazionalismo ucraino), ma esplosero con l’invasione sovietica del 1939 e soprattutto con l’occupazione nazista dal 1941.
L’OUN-UPA mirava a creare uno Stato ucraino etnicamente “puro” eliminando o espellendo polacchi, ebrei e altri “stranieri”. I massacri furono pianificati e sistematici.
I primi massacri organizzati risalgono al febbraio – marzo 1943 ed ebbero il loro culmine nel luglio-agosto 1943, con l’“Bloody Sunday” dell’11 luglio: attacchi simultanei a oltre 100 villaggi polacchi. Migliaia furono le vittime in un solo giorno.
Le uccisioni furono estremamente brutali: uso di armi bianche (asce, falci, forconi), torture, stupri, incendi di case e chiese con i fedeli dentro. La maggior parte delle vittime furono donne, bambini e anziani (non combattenti). La pulizia etnica si estese alla Galizia orientale e ad altre aree fino al 1945.
Le stime più accreditate parlano di circa 100.000 polacchi uccisi in totale (40.000-60.000 in Volinia, decine di migliaia in Galizia orientale e altre zone). Alcune fonti polacche arrivano a 130.000 o più.
In Polonia le azioni di Bandera sono considerate genocidio e crimini contro l’umanità.
Stepan Bandera non era un nazista nel senso stretto del termine (non era membro del Partito Nazista né un funzionario tedesco), ma fu un collaboratore dei nazisti e un ultranazionalista ucraino con ideologia estremista.
Chi era Stepan Bandera? Leader della fazione più radicale dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN-B) che combatteva per l’indipendenza dell’Ucraina da Polonia e Unione Sovietica, usando metodi terroristici già negli anni ’30 (omicidi politici, attentati).
Bandera ideologicamente era un ultranazionalista di estrema destra, influenzato da fascismo e nazionalismo integralista e promoveva un’Ucraina etnicamente “pura”, autoritaria e a partito unico.
Prima dell’invasione tedesca, Bandera collaborò con la Germania nazista. Bandera e i suoi avevano contatti con l’Abwehr (intelligence tedesca). Formarono battaglioni ucraini (Nachtigall e Roland) che avanzarono con la Wehrmacht. Il 30 giugno 1941 a Leopoli proclamarono uno “Stato ucraino indipendente” alleato della Germania nazista.
I seguaci di Bandera (Banderiti) parteciparono a pogrom antiebraici (come quello di Leopoli) e violenze contro polacchi ed ebrei all’inizio dell’occupazione.
Successivamente, poiché i nazisti non volevano uno Stato ucraino indipendente (vedevano l’Ucraina come colonia per “Lebensraum”), arrestarono Bandera pochi giorni dopo la proclamazione e lo rinchiusero nel campo di concentramento di Sachsenhausen dal 1942 al 1944.
L’idea di Zelenski di intitolare un’unità militare all’Esercito insurrezionale ucraino (UPA) di Bandera è sintomo di quali idee abbia in testa quello che gli europei abbracciano e sostengono.
La risposta del presidente polacco Karol Nawrocki non si è fatta attendere. La scorsa settimana il capo dello Stato, trumpiano di ferro, ha revocato a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza civile polacca che gli era stata conferita nel 2023 come riconoscimento del ruolo svolto nella resistenza all’aggressione russa.
La mossa, a sua volta, ha provocato l’immediata reazione da parte di Kiev: Zelensky ha restituito simbolicamente il riconoscimento e, in segno di solidarietà, lo stesso hanno fatto gli ex presidenti Leonid Kuchma, Viktor Yushchenko e Petro Poroshenko.
E proprio mentre Kiev continua a godere di una bonaccia favorevole sul piano politico e militare, il ritorno dei fantasmi della Seconda guerra mondiale rischia ora di incrinare uno dei cardini del fronte pro-ucraino.





