Media silenti di fronte alla profanazione di chiese cattoliche, ma pronti a indignarsi per atti contro l’Islam
Sette chiese cattoliche profanate in trenta giorni. L’Italia non ha avuto niente da dire. Niente.
Non un titolo, non un’interrogazione parlamentare, non un sopracciglio alzato in una qualunque redazione del Paese che ospita la Sede di Pietro.
I dati li ha forniti OIDAC Europe, l’Osservatorio sulle discriminazioni e le intolleranze contro i cristiani: trentasette crimini d’odio anticristiano censiti nel continente nel solo maggio 2026.
Otto schede riguardano l’Italia. Sette episodi verificati nel 2026 e uno su cui puntualizzare solo la data, su trentasei. Il venti per cento del totale europeo concentrato in un solo Paese.
L’Italia sul podio con Francia e Germania. Ma con una differenza: la Francia ne discute, la Germania indaga, l’Italia tace.
Roma, Bologna, Guidonia, Genova, Villalba, Legnano, Campania. Chiese violate, statue distrutte, altari imbrattati, immagini sacre danneggiate, porte incendiate, bestemmie sui muri, inviti a “bruciare la chiesa”.
A Corviale quattro individui profanano la Parrocchia di San Paolo della Croce: olio sacro versato, tovaglia dell’altare imbrattata, immagine della Madonna danneggiata, feci nel bagno della chiesa.
A Bologna una statua di Sant’Antonio viene distrutta dopo un’irruzione durante il Rosario. A Guidonia si dà fuoco a una fioriera mentre arrivano i fedeli.
A Genova San Siro viene coperta di scritte anarchiche. A Villalba viene spaccata una statua di Gesù Bambino. A Legnano bestemmie e oscenità deturpano San Bernardino.
Al Santuario di San Michele Arcangelo si incendia la porta, si rubano corona e spada dell’Arcangelo e perfino un pianoforte elettrico.
Sette chiese. Trenta giorni. Cinque regioni. Profanazioni, incendi, effrazioni, devastazioni durante le funzioni religiose.
Qualunque analista di sicurezza classificherebbe questa sequenza come pattern emergente.
Qualunque redazione, davanti alla stessa sequenza rivolta a moschee o sinagoghe, avrebbe lanciato l’allarme al secondo episodio. Non al settimo. Non mai.
Si provi a immaginare lo scenario rovesciato. In trenta giorni qualcuno incendia la porta di una moschea in Campania.
Un gruppo entra in una sinagoga romana, versa olio rituale e lascia escrementi nei bagni.
A Bologna un uomo irrompe in un centro islamico durante la preghiera urlando e distruggendo arredi.
Non sette episodi: ne basterebbero due. Edizioni straordinarie dei telegiornali, cortei spontanei, hashtag, editorialisti in lacrime, interrogazioni a raffica, il Presidente della Repubblica che ricorda i valori della Costituzione.
E sarebbe giusto. Sarebbe sacrosanto. Allora perché sette chiese cattoliche profanate nello stesso mese non producono nemmeno un trafiletto?
La risposta ha un nome: doppio standard. L’antisemitismo è un orrore fuori discussione. L’islamofobia è una truffa linguistica che la sinistra cerca di imporre. Una fobia è una paura irrazionale, patologica.
Il termine trasforma un fatto politico in una malattia mentale. Chi solleva il problema non è un cittadino preoccupato: è un fobico. Non sta ragionando: sta avendo una crisi d’ansia.
Curiosamente nel lessico pubblico italiano la cristianofobia non esiste. Non come parola: la parola c’è. Come categoria che produce conseguenze. Come allarme che mette in moto una risposta. Quella parola attraversa il dibattito pubblico senza lasciare traccia, come acqua su pietra consumata.
Il cristianesimo è la religione più perseguitata del pianeta. Secondo la World Watch List 2026 di Open Doors, oltre 388 milioni di cristiani nel mondo vivono sotto persecuzione o discriminazione.
Lo confermano i dossier diplomatici che ogni cancelleria occidentale tiene nel cassetto e nessun editorialista apre.
Chi gestisce questo doppio standard ha un indirizzo preciso. Abita a sinistra.
È la sinistra italiana che ha importato il termine islamofobia nel lessico pubblico. È la sinistra che lo ha trasformato in arma di interdizione contro chiunque ponga domande scomode sull’Islam.
Ed è la stessa sinistra che corteggia il voto musulmano organizzato con una sistematicità che non lascia spazio al caso. Candidati musulmani, manifesti elettorali in arabo sui muri delle città italiane. Una lista che si chiama senza pudore “Musulmani per Roma 2027”.
Una saldatura che procede indisturbata, sotto silenzio, senza che nessuno chieda conto della compatibilità tra programma coranico e Costituzione repubblicana.
Il silenzio sulle sette chiese profanate non è un vuoto. È il prezzo del biglietto. Non puoi denunciare la cristianofobia e contemporaneamente costruire un’alleanza elettorale con chi della cristianità, nei Paesi dove governa, fa strage.
Non puoi alzare la voce per un altare imbrattato a Corviale se il tuo prossimo candidato al consiglio municipale cita il Corano come fonte normativa per la raccolta differenziata.
Quindi si tace. Non per distrazione, non per sciatteria, non per ignoranza. Si tace per calcolo.
Dei cristiani massacrati nei Paesi musulmani qualcuno, ogni tanto, si accorge. Con stupore da turista, come se fosse una novità. Delle chiese profanate in Italia non si accorge nessuno, neanche passando davanti a un portone bruciato.
A voler essere generosi, troppo generosi, potrebbe essersi assuefatto a quello che accade.
Questa assuefazione è il problema vero. Non i muri imbrattati, non le porte bruciate, non le statue spaccate: quelle si restaurano.
Quello che non si restaura è il riflesso civile di un Paese che non riconosce più un attacco alla propria identità profonda quando lo vede.
Un Paese dove la Basilica di San Siro può essere marchiata dalla scritta “bruciare la chiesa” senza che nessuno, in nessuna redazione, in nessun palazzo, alzi la voce.
L’OIDAC fa il suo lavoro: conta, classifica, pubblica. Un osservatorio europeo non può sostituire la coscienza civile di una nazione.
Quella coscienza, davanti a sette profanazioni in trenta giorni, ha scelto il silenzio. E il silenzio, quando è così uniforme, così trasversale, così impermeabile ai fatti, non è distrazione. È complicità.





