La guerra non si fermerà
Leggeremo venerdì il testo definitivo dell’accordo tra USA e Iran.
Le anticipazioni che sento e leggo danno una doppia illustrazione di quanto deciso: la versione americana dice che Trump ha perso; quella iraniana che ha perso ma anche con lo sberleffo.
Sono problemi di Trump, sento dire, anche con un pizzico di piacere.
Non è così. Quello che resta della guerra ora è problema tutto nostro. Se non si acclara che Hormuz resta “acque internazionali” i riflessi economici saranno pesanti. Ancor più il ricatto che l’Iran potrà far pesare controllando il traffico e monetizzandolo.
E, seconda ma non meno importante, la questione dell’atomica può non preoccupare solo i semplici di spirito: forse vedranno il paradiso ma il modo con il quale ci arriverebbero non mi piace.
Quello che più mi preoccupa, qualsiasi sia il testo finale, è che quello sul tappeto è un premio all’Iran, non una soluzione. Il regime resta lì dov’era a dimostrare di essere vittorioso.
L’accordo non smantella la minaccia iraniana: la finanzia. L’Iran potrà contare sulla ripresa degli scambi e sull’allentamento della pressione economica forse senza essere costretta, in cambio, a distruggere le sue scorte di uranio arricchito ma certamente senza essere costretta a smantellare la rete di terroristi che ha armato. Anzi, si può essere certi che li armerà ancor più. Contro Israele.
Questo è il punto centrale. Sento accusare Israele di continuare la guerra in Libano, indifferente all’accordo raggiunto.
Domando: tra chi è l’accordo di Pace? Tra Iran e USA. E che c’entra Israele?
E se i due avessero negoziato che Israele può morire, – e che Israele sia stata lasciato inerme è fuori discussione – il “criminale” Netanyahu dovrebbe applaudire? La guerra non si fermerà.
Credo sia giusto un punto di chiarezza. Il diritto di Israele a difendersi non è negoziabile: quello di come difendersi sì. Su quest’ultimo bisogna essere estremamente duri. Ma, in tal caso, occorrerebbe un intervento internazionale di Paesi che invece si limitano a dare condanne.
Se lasciato solo, Israele farà quello che riterrà più opportuno. L’isolamento politico? Le sanzioni economiche? Israele dice che in gioco è qualcosa di più: la sua esistenza. E se questa fosse solo una presunzione, invece di fare omelie bisognerebbe dimostrargli che sbaglia. Un po’ difficile se parte dell’Occidente fa, plaude o anche solo accetta cortei che chiedono Palestina dal fiume al mare. Cioè senza Israele.
Anche qui: si sta maturando un problema che non è solo di Netanyahu. È tutto nostro come Europa. Mi sembra manchi una riflessione su un aspetto. Il dato politico è che con il memorandum di accordo, gli Stati Uniti si sono seduti al tavolo con una media potenza regionale e hanno negoziato, ovvero si sono messi nella condizione di fare concessioni: che ci sono state.
In tal modo essi abbandonano di fatto il ruolo di controllo politico e militare del Medio Oriente che, in attesa di una più pressante presenza cinese (anche russa? Lo vedremo tra poco), finisce nella mani proprio dell’Iran.
Niram Ferretti sottolinea:
“I sunniti, Arabia Saudita in testa come custode della Mecca, e quindi Egitto, Giordania, Emirati, lo hanno capito molto bene così come, inevitabilmente lo ha capito Israele”.
L’isolamento totale di Israele si sta compiendo. L’assedio all’Europa anche.
Ai semplici di spirito che pensano che questa sia la conseguenza della violazione del diritto internazionale compiuta da Netanyahu chiederei mi spiegassero come classificare la trasformazione in ‘privato’ di una fascia di mare ‘pubblica’; o il finanziamento di gruppi che noi stessi proclamiamo essere terroristici; o la dichiarata volontà di dotarsi di un’arma per cancellare un popolo; o l’accredito internazionale di un regime che dichiara spavaldamente le decine di migliaia di impiccagioni dopo torture e stupri come ragione di Stato.
Mi piacerebbe vedere meno omelie e più ragionamenti, meno scandalizzate condanne e più politica per evitare di spostare solo un po’ nel tempo una nuova deflagrazione. Una guerra che stavolta non potremo dire ‘non nostra’.





