Ma qualcuno fa finta di capire
La differenza fra un Paese che combatte una guerra teorica, discussa nei convegni e nei salotti televisivi, e un Paese che combatte una guerra vera, con i propri cittadini a poche centinaia di metri dai lanciarazzi nemici, non è banale.
Dopo il 7 ottobre Israele ha tratto una conclusione elementare, quasi brutale nella sua semplicità: aspettare il nemico sul confine significa concedergli l’iniziativa. Significa lasciargli il tempo di scavare tunnel, accumulare missili, costruire fortificazioni, addestrare incursori e preparare il prossimo massacro.
Per decenni la comunità internazionale ha predicato la religione del “contenimento”. Israele avrebbe dovuto restare fermo sulla linea di confine, come un sentinella inchiodata al proprio posto, confidando in accordi, risoluzioni e promesse. Il risultato lo si è visto il 7 ottobre: il più grave fallimento di sicurezza della storia israeliana.
Da allora la dottrina è cambiata. E sarebbe sorprendente il contrario. Oggi Israele ritiene di dover intercettare la minaccia prima che raggiunga il recinto di casa. Nel Libano meridionale, a Gaza, sulle alture siriane prospicienti il Golan, la logica è la medesima: creare profondità strategica, negare al nemico la possibilità di attestarsi alle porte delle comunità civili, mantenere libertà operativa.
È una logica che può piacere o non piacere. Ma è una logica militare, non ideologica.
I pacifisti professionali, invece, continuano a ripetere il loro ritornello. Ritiro dal Libano. Ritiro dalla Giudea e Samaria, che preferiscono chiamare esclusivamente Cisgiordania.
Ritorno alle linee precedenti. Come se il 7 ottobre non fosse mai accaduto. Come se la geografia potesse essere abolita per decreto e il fanatismo neutralizzato mediante una conferenza internazionale.
Essi ragionano come chi, dopo aver subito un furto, decidesse di smontare la porta blindata per non irritare il ladro.
La realtà è meno sentimentale. Israele oggi combatte, direttamente o indirettamente, su molteplici fronti: Gaza, Libano, Siria, Yemen, Iran e le varie ramificazioni dell’universo jihadista che lo circonda.
In queste condizioni, chiedergli di attestarsi rigidamente sul confine in una difesa a cordone non significa chiedergli prudenza. Significa chiedergli di rinunciare alla profondità strategica che considera indispensabile alla propria sicurezza.
E qui emerge l’equivoco fondamentale. Molti commentatori parlano come se la questione riguardasse soltanto qualche chilometro quadrato di territorio. Per Israele, invece, la questione riguarda qualcosa di molto più radicale: la possibilità stessa di continuare a esistere.
Ma questo è il punto: chi critica Israele perchè crea zone cuscinetto tra sé e i suoi nemici in potenza, lo fa per per partito preso o perchè, diciamola chiara, attende non la fine delle ostilità ma quella d’Israele.





