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Xi e Trump, no al nucleare di Teheran

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Il possibile compromesso strategico tra Washington e Pechino

Xi, Trump e il dossier Iran: la convergenza strategica che può ridisegnare gli equilibri energetici globali

La dichiarazione di Donald Trump dopo il vertice con Xi Jinping non va letta come una semplice frase politica. Quando Trump afferma che “l’Iran non avrà mai l’arma nucleare”, il messaggio è soprattutto geoeconomico e marittimo.

La questione non è soltanto il programma nucleare iraniano, ma la sostenibilità del sistema energetico globale e la sicurezza delle principali Sea Lines of Communication (SLOC), in particolare nello Stretto di Hormuz.

Il dato realmente strategico riguarda però la dipendenza asiatica. La Cina importa oltre 11 milioni di barili al giorno e una quota significativa proviene dal Golfo Persico. Pechino, quindi, pur mantenendo rapporti economici con Teheran, non può tollerare una destabilizzazione permanente delle rotte marittime energetiche.

Qui emerge il possibile compromesso strategico tra Washington e Pechino.

Gli Stati Uniti hanno necessità di impedire all’Iran di raggiungere una capacità nucleare militare che altererebbe radicalmente gli equilibri regionali, aumentando contemporaneamente il rischio di leverage energetico su scala globale.

La Cina, invece, ha interesse a preservare stabilità commerciale, continuità energetica e prevedibilità dei costi logistici. In altre parole: entrambe le superpotenze hanno convenienza a evitare che Teheran trasformi Hormuz in una piattaforma di coercizione economica.

Da qui nasce uno scenario plausibile: una tacita convergenza sino-americana su operazioni più aggressive di contenimento iraniano, purché limitate e calibrate per evitare shock sistemici incontrollabili.

I segnali economici sono già visibili.

Nel momento in cui aumenta il rischio operativo nel Golfo:

crescono i premi assicurativi “war risk” sulle petroliere;
aumentano i costi di noleggio tanker;
si allungano i tempi logistici;
cresce la volatilità del Brent;
aumentano i costi del diesel raffinato in Europa.

Quest’ultimo punto è fondamentale e spesso ignorato in UE.

L’Europa non è più autosufficiente sul piano della raffinazione diesel.

In caso di crisi prolungata su Hormuz, il problema europeo non sarebbe soltanto il prezzo del petrolio, ma la disponibilità fisica di carburanti strategici:

diesel per logistica e industria;
jet fuel per il traffico aereo;
feedstock petrolchimico;
GNL per compensare squilibri energetici.

Gli Stati Uniti mantengono una superiorità schiacciante nella regione grazie alla Quinta Flotta e alla capacità di projection power aeronavale.

La UE non dispone oggi di una marina integrata capace di garantire autonomamente la sicurezza permanente delle rotte indo-mediterranee. Le missioni europee nel Mar Rosso e nel Golfo mostrano già limiti operativi, numerici e logistici.

Per anni il commercio internazionale ha beneficiato della sicurezza garantita dalla US Navy. Oggi quel modello entra in ue .

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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