Dal sonno ipnotico all’algoritmo: l’identificazione secondo Gurdjieff
Perché credo sia importante studiare Gurdjieff, soprattutto oggi?
Uno degli aspetti più interessanti su cui il filosofo armeno invitava i suoi discepoli a riflettere è quello dell’identificazione: un processo spontaneo che impedisce il percorso di autoconoscenza necessario per uscire dagli automatismi.
Gli automatismi sono quei rapporti di azione e reazione tra eventi od oggetti esterni e risposte nervose o emotive. Sono ciò che caratterizza lo stato di coscienza ordinario, o “sonno ipnotico”, ovvero la condizione in cui il 99% degli esseri umani si trova fin dalla nascita. Non ha connotazioni morali, positive o negative: semplicemente descrive un fatto.
Per Gurdjieff, l’identificazione è uno degli stati più comuni dell’essere umano, dal quale diventa fondamentale emanciparsi. Perché? Per essere pienamente e liberamente Sé. Se ci pensate bene, è proprio quando ci perdiamo completamente in un’emozione, in un ruolo, in un pensiero o in una situazione che smettiamo di ricordarci di noi stessi.
(E anche prima di ricordarci di noi stessi, bisogna trovarci.)
L’identificazione può avvenire su diversi piani. Ne riconosciamo qui due.
Il piano emotivo: quando ci arrabbiamo e diventiamo LA rabbia; quando riceviamo una critica e diventiamo LA ferita.
Il piano sociale: FACCIO l’avvocato di professione e SONO avvocato anche nella vita, infilandomi in ogni situazione in cui si appalesi la necessità di una difesa. Oppure FACCIO l’insegnante e non scendo dalla cattedra neanche fuori dall’aula, quando la situazione non lo richiede.
Tuttavia, questo processo avviene praticamente in ogni ambito dell’esistenza umana, soprattutto nelle dinamiche di appartenenza: sessuale, di genere, di popolo, di categoria professionale, ecc.
Che cosa accade durante l’identificazione?
In quel momento non c’è presenza, ma solo automatismo.
Nell’insegnamento di Gurdjieff, la musica diventa uno strumento di osservazione e conoscenza di sé. Le danze sacre, i movimenti rituali e coscienti sono, in senso profondo, un esercizio per accorgersi del meccanismo di identificazione mentre avviene.
Durante gli esercizi, il lavoro consiste nel restare presenti mentre la musica suscita emozioni, l’ego si aggancia e nascono immagini interiori. Osservare – senza l’interferenza del giudizio morale – ciò che accade nel momento in cui accade è un primo passo fondamentale verso la presa di coscienza.
In realtà, questo tipo di esercizio può essere praticato in ogni momento della giornata e in qualunque situazione. Consiste nel fermarsi di fronte a una reazione e analizzarla, impedendole di manifestarsi immediatamente per poterla osservare. È un momento di raccoglimento e concentrazione intensissimo che permette di immortalare, come in una fotografia, quell’istante per studiarne tutti gli aspetti.
Un altro concetto chiave di Gurdjieff è il ricordo di sé.
Nel contesto musicale significa ascoltare la musica, sentire l’emozione e riuscire contemporaneamente a restare consapevoli del sé che ascolta: una parte vive, l’altra osserva. Questo passaggio è propedeutico alla comprensione dell’automatismo.
Il lavoro di disidentificazione non è uno spettacolo, ma un’esperienza – laboratorio: uno specchio che mostra quanto facilmente ci perdiamo e quanto sia difficile restare coscienti, desti e vigili.
Dopo questa breve ma doverosa premessa – che naturalmente non esaurisce l’approfondimento necessario per uscire dallo stato di coscienza ordinario – diventa inevitabile indagare un altro aspetto: la relazione tra mancata disidentificazione e manipolazione di massa, oggi possibile attraverso i social proprio a causa di questa assenza di presenza.
Ribadiamo l’ovvio: per Gurdjieff l’identificazione è perdersi in ciò che accade dimenticando sé stessi.
In che modo i social si inseriscono in questo scenario?
I social rendono continua, accelerata e monetizzabile questa perdita di sé.
Come?
• Le notifiche rappresentano un’attivazione emotiva costante.
• I like si offrono come micro-ricompense dopaminiche.
• I contenuti sono suggeriti da algoritmi polarizzanti che privilegiano emozioni forti, spingendo l’utente a interagire sempre di più.
Il feed infinito, privo di pause riflessive, non lascia spazio all’osservazione ma produce reazione.
Perché oggi la situazione è più critica rispetto al passato e il lavoro su di sé più faticoso?
Presto detto.
Un tempo, l’identificazione con un’idea era spesso temporanea e non identitaria; poteva durare il tempo necessario a cambiarla — cosa che, nello stato di sonno ipnotico, avviene continuamente.
Oggi, sui social, l’identificazione con un’idea avviene pubblicamente. Diventa parte dell’identità digitale. La community — o forse sarebbe più corretto dire la tribù — la conferma e l’algoritmo la rafforza. L’identificazione diventa performativa: l’identità è continuamente esibita e rinforzata.
Qui emerge un enorme bug di sistema: più l’identità è esposta, più è difficile ritrattarla.
L’identificazione diventa così la chiave di volta di un sistema di marketing in cui il consumatore è prevedibile, segmentabile, emotivamente attivabile — in una parola, manipolabile. Ma soprattutto difensivo. Un individuo identificato non ragiona: difende. E spesso difende attaccando.
Entriamo ora nel punto più delicato: l’utilizzo di questo meccanismo per orientare l’opinione pubblica su qualsiasi tema — cultura, attualità, geopolitica, economia, moda, sanità, costumi, musica. Il paradigma funziona ovunque.
Quando l’identificazione è forte, il leader diventa simbolo del gruppo e dell’appartenenza stessa. La critica al leader viene vissuta come attacco personale. A quel punto il conflitto non è più razionale: è identitario.
È il meccanismo del “noi contro loro”. L’intramontabile divide et impera.
Le piattaforme social amplificano tutto questo: premiano contenuti divisivi che generano engagement; mostrano contenuti coerenti con le convinzioni dell’utente, rafforzando i bias di conferma; spingono narrazioni semplificate e polarizzate.
Il circolo si autoalimenta: non serve manipolare tutti, basta attivare emotivamente i gruppi più identificati.
E non si tratta soltanto di propaganda dall’alto. Il punto cruciale è che le persone collaborano alla propria identificazione: producono contenuti, difendono narrazioni altrui come fossero questioni di vita o di morte, attaccano il dissenso, costruiscono mitologie.
L’algoritmo, quindi, non crea l’identificazione — che è già radicata nella struttura psichica umana — ma la ottimizza, la organizza, la rende scalabile.
Se Gurdjieff parlava di “sonno ipnotico” dell’uomo occidentale tra Ottocento e Novecento, i social oggi producono un sonno sincronizzato: emozioni simultanee, indignazioni coordinate, entusiasmi virali, deliri collettivi. Il tutto amplificato dai mezzi di informazione, sia mainstream sia controinformativi.
C’è un punto che sfugge ai più: la struttura tecnica dei social è progettata per favorire l’identificazione emotiva. E, come abbiamo visto, l’identificazione è il carburante del marketing e della politica identitaria.
Così, mentre vi accapigliate tra Schettini, Malanga e Sanremo, io…
vado a prendermi un tè…
al Café de la Paix…





