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Merz europeista a corrente alternata

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europeista a corrente alternata

Il caso Unicredit-Commerzbank smaschera l’Europa dei doppi standard

Per anni Berlino ha predicato il libero mercato europeo, le integrazioni transnazionali e la necessità di costruire “campioni continentali” capaci di competere con Stati Uniti e Cina. Poi arriva Unicredit su Commerzbank e improvvisamente l’europeismo tedesco evapora come nebbia al sole.

Il cancelliere Friedrich Merz ha definito “non appropriato” il modo in cui il gruppo italiano sta aumentando la propria presenza nella banca tedesca, ovvero quando a comprare sono gli altri, la Germania scopre il sovranismo economico.

Eppure la narrativa europea raccontata per anni era diversa. Bruxelles, BCE e governi del Nord hanno sempre spinto verso il consolidamento bancario europeo sostenendo che il sistema finanziario UE fosse troppo frammentato. Ed è vero.

Le prime cinque banche americane controllano quasi metà degli asset bancari USA, mentre in Europa il mercato resta spezzato in decine di istituti nazionali incapaci di raggiungere massa critica globale.

I numeri:

JPMorgan vale oltre 700 miliardi di dollari in Borsa;
BNP Paribas circa 85 miliardi;
Unicredit oltre 75 miliardi;
Commerzbank meno di 30 miliardi.

L’operazione potrebbe creare uno dei più grandi gruppi bancari europei, con oltre 1.300 miliardi di euro di attivi. In teoria dovrebbe essere esattamente ciò che Bruxelles chiede da anni. In pratica no, perché toccherebbe un asset tedesco.

Emerge quindi il vero volto dell’Europa economica: mercato unico finché favorisce Berlino, interesse nazionale quando Berlino rischia di perdere controllo.

Merz si presenta come europeista convinto, rigorista atlantico e difensore dell’integrazione. Ma l’europeismo di certa politica tedesca funziona spesso a geometria variabile: è sacro quando impone austerità, vincoli o regole agli altri Paesi; diventa improvvisamente “prudenza strategica” quando gli interessi tedeschi vengono sfiorati.

La Germania teme soprattutto una cosa: perdere influenza sul credito industriale destinato al proprio Mittelstand, il cuore produttivo tedesco. Un timore comprensibile. Ma allora cade anche la favola di un’Europa completamente integrata economicamente. Perché nei momenti decisivi ogni Stato difende i propri asset strategici.

Commerzbank fu salvata nel 2008 con oltre 18 miliardi di euro pubblici e lo Stato tedesco possiede ancora circa il 12% della banca. Oggi però chi prova a entrarvi viene guardato con sospetto.

Questa vicenda racconta qualcosa di molto più grande di una semplice operazione bancaria. Racconta un continente che parla di unione ma ragiona ancora per confini economici nazionali. E racconta anche un’Italia che, per una volta, non si presenta come preda ma come attore finanziario capace di muoversi in Europa.

Ed è forse proprio questo che a Berlino disturba davvero.

Autore

  • Marco Pugliese

    Marco Pugliese, docente di ruolo area STEAM, giornalista economico scientifico, analista per il CISINT, cura corsi di geopolitica, geoeconomia, politica energetica. Docente di coding, ambito didattico, e nuove tecnologie, IA applicata alla didattica. Presidente di OpenIndustria.

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