Qual è il prossimo passo dell’Iran?
C’è una domanda molto semplice, ma anche molto scomoda, che è emersa in questi giorni durante condotta dall’ottima Lucia Capuzzi, di Avvenire.Un’ascoltatrice trentina, dichiaratamente cattolica credente, ha detto di avere grande rispetto per Papa Leone, ma che le resta un dubbio molto concreto: cosa si può fare di fronte a un regime come quello iraniano?
Un regime che reprime nel sangue le proteste, che fa strage di decine di migliaia di giovani che chiedono libertà, che li impicca, li tortura, che viola sistematicamente i diritti umani fondamentali, e che allo stesso tempo persegue un programma nucleare e sviluppa capacità missilistiche offensive.
Davvero basta dichiararsi “per la pace” quando si è di fronte a un avversario aggressivo?
La risposta di Capuzzi è stata prudente: non sarebbe dimostrato che l’Iran sia vicino alla bomba atomica, anche perché Donald Trump aveva dichiarato l’anno scorso, subito dopo i bombardamenti sui siti nucleari iraniani, di aver “obliterato” il programma nucleare.
Io resto abbastanza stupito da questa posizione.
Trump ha affermato già la sera stessa dell’attacco che il programma nucleare iraniano era stato “completamente e totalmente obliterato”, cioè, poche ore dopo i bombardamenti e prima che vi fosse qualsiasi possibilità di verifica dei danni.
Nei giorni successivi, però, le valutazioni dell’intelligence statunitense hanno indicato che la situazione non era affatto chiara, che non si sapeva neppure se l’uranio arricchito fosse stato totalmente o parzialmente rimosso prima dell’attacco, e che il programma, lungi dall’essere stato distrutto in modo definitivo, era stato al massimo ritardato.
Ed è qui il punto: dare affidamento a una dichiarazione di Trump, per definizione iperbolica, non è il modo corretto di analizzare la questione.
Quello che invece si sa con certezza – ed è un dato tecnico – è che l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica aveva rilevato che l’Iran aveva arricchito uranio al 60%.
Questo è un punto fondamentale: il 60% è poco sotto la soglia militare e non ha alcun uso civile. Nessuno. Non esiste un impiego civile per un livello di arricchimento del genere.
Quindi, le alternative sono due, entrambe molto chiare: o l’Iran stava cercando di costruire l’arma nucleare, oppure voleva arrivare a un passo dal poterla costruire, per mantenere sempre la possibilità di completare l’ultimo passaggio e, nel frattempo, esercitare una pressione costante sull’Occidente e su Israele. In entrambi i casi, la conclusione non cambia.
E, poi, c’è una questione di logica elementare.
Un Paese come l’Iran, con enormi quantità di petrolio e gas naturale a basso costo, perché dovrebbe affrontare per decenni sanzioni devastanti per sviluppare un programma nucleare “civile”? Non ha alcuna logica.
Anche ammesso – per ipotesi – che volesse energia nucleare, il costo economico e politico sarebbe completamente irrazionale rispetto ai benefici.
L’unica spiegazione coerente è che l’obiettivo non sia civile.
A questo si aggiunge un dato politico spesso sottovalutato: il regime iraniano ha asserito più volte ufficialmente di voler eliminare Israele, senza nemmeno nominarne il nome, parlando di “entità sionista”.
E questa non è solo retorica: a Teheran, in Palestine Square, è stato installato un grande orologio digitale pubblico che conta i giorni mancanti alla distruzione di Israele, basato su dichiarazioni ufficiali della leadership iraniana. È un simbolo concreto, visibile, della postura ideologica del regime.
E, contemporaneamente, l’Iran ha investito enormi risorse in un programma missilistico offensivo che si è rivelato molto più avanzato e di maggiori dimensioni del previsto, con capacità di colpire a grande distanza, anche questa una sorpresa per le agenzie di intelligence.
Non è certo la prima volta che questo accade: poco dopo la Prima Guerra del Golfo del 1991, le ispezioni condotte dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e dalla Commissione Speciale delle Nazioni Unite (UNSCOM) rivelarono che il programma nucleare di Saddam Hussein era molto più avanzato di quanto si fosse stimato prima del conflitto, con attività clandestine che erano sfuggite alle valutazioni iniziali.
Di fronte a tutto questo, limitarsi a dire “pace” rischia di essere una risposta che non tiene conto della realtà.
Capuzzi ha poi sostenuto che sia ormai chiaro che la democrazia non si esporta con la forza, citando Afghanistan e Iraq. Anche qui, io dissento. La democrazia è stata esportata con successo, anche con la forza, in tutta l’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale – Italia e Germania incluse – e in Giappone.
Il punto vero è un altro: la democrazia non si esporta quando la società non è pronta. Le aree rurali dell’Afghanistan non erano pronte. In Iraq il risultato è stato complesso, ma esiste comunque oggi una forma di sistema rappresentativo. In Afghanistan si è provato per vent’anni, poi si è deciso di andarsene.
Ma l’Iran non è l’Afghanistan. È una società avanzata, urbana, istruita. Sotto molti aspetti è molto più simile a Paesi in cui la democrazia può attecchire.
Un’ultima osservazione. Dopo l’11 settembre 2001, l’Occidente si trovava di fronte a una minaccia terroristica islamista molto agguerrita, Al-Qaeda, e a un intero Paese che faceva da santuario del terrorismo islamista.
Oggi, quella rete non esiste più. Il terrorismo jihadista internazionale è stato in larga parte neutralizzato in conseguenza della reazione USA, comprese le guerre in Afghanistan e Iraq. Anche i talebani, pur tornati al potere e restando un regime autoritario, non sono più proiettati verso l’esterno come allora.
Questo non significa che tutto sia stato perfetto. Ma significa che la realtà è più complessa delle semplificazioni che parlano di fallimento totale.
E allora la domanda iniziale resta, intatta: basta dichiararsi per la pace quando si è di fronte a un regime aggressivo, repressivo e potenzialmente nucleare?
No, non basta.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


