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“Parmenide” di Angelo Giubileo, un atto d’amore per la filosofia

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Angelo Giubileo, "Parmenide"

Il cuore pulsante del libro è senza dubbio la sezione “Il Medesimo”

Leggere “Parmenide” di Angelo Giubileo è come ricevere un abbraccio lungo e silenzioso da qualcuno che ama profondamente il pensiero.

Non è un saggio freddo o un trattato accademico distaccato: è un viaggio intimo, appassionato e profondamente umano attraverso il cuore stesso del pensiero di Parmenide, condotto con una tenerezza rara e una competenza che non schiaccia mai il lettore, ma lo invita ad alzare lo sguardo insieme all’autore.

Fin dalle prime pagine si capisce che siamo di fronte a un’opera nata da un amore vero e duraturo.

Angelo Giubileo non “spiega” Parmenide: lo accompagna, lo difende, lo libera dalle interpretazioni che nel corso del Novecento hanno tentato di rinchiuderlo dentro schemi troppo angusti – siano essi fisici, metafisici o scientifici moderni.

Con pazienza affettuosa l’autore ripercorre le grandi letture del filosofo di Elea (Calogero, Heidegger, Severino, de Santillana) e mostra, con delicatezza ma con fermezza, dove queste hanno rischiato di piegare il pensiero originario verso un “nuovo inizio” razionale, tecnologico e postbellico.

Giubileo vuole restituirci Parmenide nella sua grandezza originaria: non un fisico o un metafisico nel senso moderno, ma un erede della sapienza antica, capace di tenere insieme scienza, mito e visione metafisica senza riduzioni.

Ciò che colpisce di più è la calda umanità che attraversa tutto il volume.

L’autore scrive come se stesse parlando a un amico caro, a un compagno di viaggio.

Non c’è mai arroganza, mai superiorità.

Al contrario, si percepisce una gratitudine costante verso i grandi spiriti che lo hanno preceduto: de Santillana e von Dechend con il loro Mulino di Amleto, Tilak, Coomaraswamy, Heidegger, Plutarco, e naturalmente lo stesso Giulio Prisco, al quale il libro è in parte dedicato e con il quale dialoga con evidente affetto.

Quando Giubileo parla della “meccanica irrazionale” di Prisco, lo fa con gli occhi che brillano: riconosce in quell’audacia futurista la stessa scintilla che animava i presocratici, la stessa apertura al mistero che permette di immaginare viaggi più veloci della luce, ingegneria psichica, retrocausalità e perfino una nuova forma di consolazione spirituale.

Il libro è ricco di fili intrecciati con maestria.

Si passa dal “volo” di Garuda al principio di indifferenza di Parmenide, dalla tradizione vedica al testamento del Principe di Lampedusa, dal dialogo immaginario tra Parmenide, Gödel, Rendich e Calasso fino alla riflessione sul “corpo di realtà”.

Ogni sezione è scritta con cura, con una prosa elegante, misurata e calda allo stesso tempo. Giubileo sa essere analitico senza diventare pedante, poetico senza perdere rigore. Riesce a rendere comprensibili concetti complessi – il continuum, il Medesimo, l’eterno ritorno del Medesimo (non dell’eguale), la differenza tra οὐκ e μή, il principio di indifferenza applicato allo spazio e al tempo – facendoli sentire vivi, necessari, quasi affettuosi.

Particolarmente toccante è il modo in cui l’autore tratta il tema della “verità e tradizione”.

Qui il libro raggiunge uno dei suoi vertici: mostra come il detto parmenideo «l’essere è e non può non essere» non sia in contraddizione con la tradizione perenne (hindu, parsi, greca, cristiana autentica), ma ne costituisca piuttosto il nucleo più profondo.

Il simbolo AUM, lo stato supremo di Coomaraswamy, il sonno profondo dell’Atman in cui scompare la dualità, il “conosci te stesso” delfico: tutto viene presentato non come dottrina astratta, ma come via possibile per ciascuno di noi oggi.

Si sente che per Giubileo queste pagine non sono solo studio, ma esperienza vissuta, meditazione personale, consolazione dell’anima.

Toccante anche la sezione dedicata al “testamento del Principe di Lampedusa”.

Qui l’autore compie un piccolo miracolo: collega il lascito intimo e affettuoso di Tomasi di Lampedusa (quella delicatezza verso la moglie e il figlio adottivo) con le grandi questioni della memoria, del ricordo, dell’oblio e della tradizione.

Il richiamo al Qoèlet (che io considero con il Libro di Giobbe una chiave ermeneutica irrinunziabile) diventa allora non un lamento rassegnato, ma un invito sereno a riconoscere il ciclo eterno del Medesimo sotto il sole che sorge e tramonta.

Il cuore pulsante del libro è senza dubbio la sezione “Il Medesimo”, dove Giubileo orchestra un dialogo immaginario tra le grandi voci del pensiero antico e moderno. Parmenide, Anassimandro, Heidegger, Nietzsche, Gödel, Rendich, Calasso e Platone parlano tra loro come vecchi amici che si ritrovano dopo secoli.

Non è un artificio retorico: è un modo affettuoso e vivo per far risuonare ancora oggi quelle parole che “sono” e che non possono non essere.

Quando Parmenide ripete «allora di via resta soltanto una parola che è», il lettore sente quasi un brivido di riconoscenza: quell’«è» nudo, senza predicato, appare improvvisamente come la cosa più concreta e al tempo stesso più misteriosa dell’universo.

Angelo Giubileo ha scritto un libro che è, prima di tutto, un atto d’amore: per Parmenide, difeso con tenerezza dalle riduzioni moderne; per la tradizione perenne che continua a parlarci attraverso i millenni; per la scienza coraggiosa che non ha paura di diventare “irrazionale” pur di restare fedele al mistero; per il lettore, che viene accompagnato con pazienza, rispetto e profonda empatia.

La scrittura è calda, mai fredda. La cultura è vasta, ma mai esibita. L’erudizione serve sempre alla comprensione, mai all’ostentazione.

Si sente che l’autore ha scritto queste pagine perché per lui il pensiero di Parmenide non è un capitolo chiuso della storia della filosofia, ma una luce ancora viva, capace di illuminare il nostro presente confuso, la nostra scienza in rapido mutamento e il nostro desiderio umano di “stare” nell’Essere.

Questo libro è un invito gentile ma fermo a volare più in alto, come Garuda. È un richiamo a ricordare ciò che siamo sempre stati. È un abbraccio al Medesimo che è, e non può non essere.

Se ami Parmenide, se ti affascina il dialogo tra antichità e futuro, se cerchi un testo che sappia tenere insieme rigore intellettuale e calore umano, allora questo volume di Angelo Giubileo è un regalo prezioso.

Leggendolo si ha la sensazione dolce di tornare a casa dopo un lungo viaggio.

Si torna al Medesimo, ma con occhi nuovi, con il cuore un po’ più grande e con la quieta certezza che “l’essere è” resta la parola più semplice e più rivoluzionaria che sia mai stata pronunciata.

Si deve ringraziare l’autore. Ha scritto un libro che accarezza l’Essere con la stessa delicatezza con cui si accarezza una persona cara.

 

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