Viaggio tra essere e non essere da Anassimandro a Heidegger
A differenza di quanto operato da Giorgio De Santillana, precursore degli stoici pensatori “attuali”, non occorre ripartire il detto iniziale della filosofia, ovvero comunemente inteso “Il detto di Anassimandro, in “due membri di un’equazione”, il primo inerente alla dimensione dello spazio e il secondo conforme all'”ordine del tempo”.
E ancora: secondo la tradizione accademico-platonica, un primo membro concernente una “natura delle cose” separata dall’orizzonte di ricerca e analisi del pensiero dell’uomo sull’uomo.
Viceversa, giunto al termine del percorso della filosofia, che da Anassimandro (e in specie Parmenide) giunge fino a se’, Martin Heidegger testimonia che il detto rappresenta invece un sistema unitario, spazio-temporale, mediante cui la dimensione del tempo è legata unicamente all'”esser-presente” nello “spazio naturale” inteso come tutto ciò che è “eternamente” presente. Ovvero, gli ess-enti; e cioè altro dall’essere in sé e per sé, che “è” senza predicato alcuno.
Tutto ciò che è com-prende “il nascosto e il non-esser-nascosto” e, sia “l’uno” che “l’altro”, “sono il Medesimo ma non l’eguale”. Il “non-esser-nascosto” è ciò che è visibile o manifesto e quindi, in qualche modo, un “pro-dotto”. E, in sintesi, è il prodotto della tecnica, che accade o si manifesta secondo “l’ordine del tempo”. Tale per cui, aggiunge De Santillana, è “controllo automatico, cibernetica”. Oggi, ciò che diciamo “intelligenza artificiale” (AI).
La questione essenziale – ovvero tutto ciò che è – si risolverebbe pertanto, attualmente (actualitas), nella definitiva com-prensione dei meccanismi dell’intero funzionamento della natura, com-presa la ri-velazione di ciò che è significato dall’espressione τὸ χρεών. L’uomo, in base al suo giudizio logico e morale, che secondo De Santillana fonda il secondo membro dell’equazione, sarebbe e diverrebbe così capace di cogliere l’essenza di sé e dell’intero universo.
Così che il concetto di “giustizia”, fondamento e schema ricompreso nel secondo membro dell’equazione, non riguarderebbe più il significato, viceversa originario e proprio del “pensiero iniziale”, reso con espressioni quali “esattezza” o “giustezza” della misura (maat). Concetto iniziale inerente alla capacità di un pensiero dell’uomo, tutt’altro che “primitivo”, totalizzante e cioè onni-comprensivo dell'”essere”, fisico e meta-fisico, inteso come ἐποχή o “sospensione del giudizio”.
Tale per cui Heidegger, “com’è giusto”, conclude: “l’essere si sottrae mentre si scopre nell’ente”.
E in definitiva, per quanto “Il detto” dice: “l’essente-presente ha l’origine della sua essenza in ciò che è senza limiti (ἀπείρων). Ma ciò che è senza limiti non è alcunché di connesso secondo accordo e cura-riguardosa, non è un essente-presente, bensì τό χρέων. Il mantenimento, ordinando accordo e cura-riguardosa, lascia essere l’essente-presente nel suo soggiorno e l’abbandona ad esso (…) Il mantenimento connette il ‘non'”. E così, nel linguaggio degli ess-enti, il tempo assume in definitiva le caratteristiche proprie di ciò che Platone chiamava “non-essere”, e tutti i pensatori postsocratici, alla sua stessa stregua, hanno chiamato e chiamano “divenire”.





