Qual è la percezione della credibilità americana?
L’invito di Xi Jinping a Cheng Li-wun, leader del Kuomintang, storico Partito nazionalista cinese e oggi principale forza di opposizione a Taiwan, espressione dell’area politica più incline al dialogo con Pechino e a una gestione meno conflittuale dei rapporti sullo Stretto, non è un semplice gesto protocollare, ma una mossa strategica di alta precisione.
La visita prevista tra il 7 e il 12 aprile, con tappe a Pechino, Shanghai e Jiangsu, arriva in una finestra temporale estremamente sensibile, a poche settimane dal summit tra Xi e Donald Trump, inizialmente previsto per i primi di aprile ma poi rinviato a metà maggio.
Sappiamo che le date hanno un linguaggio diretto.
La nuova sequenza degli incontri fa pensare che Pechino stia cercando di arrivare al tavolo con Washington avendo già modificato il quadro politico sullo Stretto e il primo obiettivo è Taiwan.
La Cina continua a rifiutare qualsiasi interlocuzione con il presidente Lai Ching-te, definito “separatista”, ma apre invece un canale diretto con il principale partito di opposizione.
Pechino probabilmente sta tentando di internazionalizzare un messaggio molto preciso, che a Taiwan esiste una componente politica disposta al dialogo, e dunque la linea del governo Lai non rappresenterebbe l’unica voce dell’isola.
Un’operazione di pressione politica indiretta, dove non si colpisce frontalmente il governo, ma si lavora sugli equilibri interni, il secondo obiettivo resta comunque Washington.
Il rinvio dai primi di aprile a metà maggio, additando la crisi iraniana, potrebbe mettere in evidenza che Pechino vuole arrivare al summit con il Presidente Trump mostrando che la questione Taiwan non è più soltanto militare o di deterrenza americana, ma anche una questione politica interna all’isola.
In altre parole, Xi può presentarsi al tavolo sostenendo che la riapertura di un dialogo con Taipei è possibile, purché si aggiri l’attuale leadership del DPP.
Una forma sofisticata di pressione diplomatica sugli Stati Uniti?
Il messaggio implicito è chiaro, non trasformate Taiwan in un fronte militare permanente, perché esiste ancora uno spazio politico da valutare, poi c’è anche l’opinione pubblica taiwanese.
Qui la Cina sembra puntare non tanto a un consenso sull’unificazione, oggi largamente respinta soprattutto dopo Hong Kong, quanto a insinuare un dubbio strategico.
Il dubbio è se gli Stati Uniti sono davvero in grado di garantire la sicurezza dell’isola mentre sono impegnati in più teatri, dal Medio Oriente al Mar Rosso fino all’Europa orientale, un tema che sui cittadini di Taiwan pesa molto.
La guerra in Iran e il rinvio del summit USA – Cina alimentano la percezione che Washington possa essere costretta a redistribuire attenzione e risorse e su questo Pechino potrebbe muovere l’attenzione.
Non tanto per convincere i taiwanesi ad accettare l’integrazione politica, ipotesi oggi scarsamente realistica, quanto per rafforzare nell’elettorato moderato l’idea psicologica che la stabilità passi attraverso la de-escalation con la Cina.
Il Kuomintang, in questa fase, cerca di capitalizzare il logoramento del presidente Lai. La maggioranza parlamentare dell’opposizione e le difficoltà del presidente nel consolidare consenso, soprattutto tra i più giovani e nei ceti produttivi, aprono uno spazio politico che Pechino intende utilizzare.
Nei momenti decisivi, la società taiwanese si ricompatta attorno all’identità dell’isola e alla difesa dello status quo.
È accaduto dopo Hong Kong ed è probabile che accadrebbe di nuovo in presenza di una pressione eccessiva da parte cinese. La vera partita, dunque, non è l’unificazione, ma la percezione della credibilità americana.
Se Washington appare meno presente o meno affidabile, il dibattito interno taiwanese potrebbe spostarsi, non verso Pechino, ma verso una linea più prudente e meno assertiva.
Praticamente sembra che Xi voglia arrivare a maggio con un risultato politico già sul tavolo, che dimostri che Taiwan non è un blocco monolitico filoamericano, ma un sistema politico attraversato da divisioni che Pechino è in grado di utilizzare; sicuramente non sarà ancora una svolta, ma appare una mossa di grande strategia.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


