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Mena, ma studia

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Mena, ma studia

Un’ordinanza contro ogni logica

Avevano caricato la polizia a bastonate, ferendo decine di agenti. Messo a ferro e fuoco la stazione Centrale di Milano. Per difendere Gaza. Meritavano dunque di stare in galera. E invece no, perché secondo il GIP devono studiare.

Non è una battuta. È un’ordinanza di trenta pagine. La giudice Giulia D’Antoni ha negato i domiciliari chiesti dalla Procura per non imporre “eccessive limitazioni alla formazione e ai percorsi di studio” degli indagati.

Diciassette indagati, ventisette denunciati, quattordici misure cautelari. Per guerriglia urbana al termine di un corteo Pro Pal. Resistenza aggravata, lesioni, porto di armi improprie, interruzione di pubblico servizio. La preoccupazione del tribunale non era per gli agenti feriti. Era che quei ragazzi non perdessero la sessione d’esami.

L’ordinanza andrebbe studiata nelle facoltà di giurisprudenza. Non come esempio di diritto. Come esempio di resa.

Le aggressioni sono diventate “espressione esasperata della volontà di affermazione degli ideali”. Tradotto: picchiavano i poliziotti perché ci credevano tanto. La “concitazione del momento” e il “tumulto trascinante della folla” sono diventati attenuanti.

Come se quei bravi ragazzi si fossero trovati lì per caso e avessero raccolto per terra i bastoni che qualcuno aveva distrattamente abbandonato. La “motivazione profondamente sentita” ha trasformato il reato in passione civile.

Non un’ordinanza. Una lettera di referenze per l’idealista che mena.
A un manifestante veniva contestata la tentata rapina per aver strappato lo scudo di protezione a un agente durante l’assalto. Il GIP non ha riconosciuto il reato. Togliere lo scudo a un poliziotto mentre lo pesti non è rapina. È espressione esasperata di un ideale.

La giudice ha annotato che gli indagati erano stati identificati perché tutti a volto scoperto. Come fosse un merito. Basta guardare le foto di quel pomeriggio: incappucciati che lanciano transenne metalliche contro le vetrine della stazione, volti travisati ovunque.

Questi otto no. Chi è sicuro di non pagare conseguenze e ritiene di godere di una buona dose di impunità non ha bisogno di un passamontagna. L’ordinanza ha confermato quella certezza.

Al Commissariato erano apparsi addirittura angelici. Durante gli interrogatori nessuno voleva “fare del male”. Una ragazza non avrebbe voluto “isolare” un agente e “provocargli lesioni”. Ma lo aveva fatto. Controvoglia di sicuro.

Un altro definiva l’occupazione della stazione Centrale un “atto di disobbedienza civile”. Gandhi occupava le saline. Questi sfasciavano una stazione ferroviaria per solidarietà con la Palestina come fosse la stessa cosa.

Il GIP ha recepito tutto. Il linguaggio dell’ordinanza ricalca quello degli indagati come una carta carbone. E ha certificato che i guerriglieri avevano avviato “un processo interno di rivisitazione critica del proprio comportamento”. In sei mesi avevano avuto tempo di ripensarci. Avevano fatto autocritica. Il tribunale ridotto a sportello di ascolto.

Ora viene il doppio standard. Un ultrà che devasta una stazione dopo una partita. Un militante No-Vax che carica un agente. Un gruppo di estrema destra che occupa un edificio pubblico. Per quale di questi il GIP avrebbe scritto “motivazione profondamente sentita”? Per quale avrebbe protetto il “percorso di studio”?

Ma c’è un risvolto ancora più devastante.

Il GIP ha scelto obblighi di firma e dimora invece dei domiciliari, per non interrompere gli studi. Ma così sono liberi di frequentare i covi di provenienza: “Rete studentesca Tsunami”. Centro sociale Lambretta. Area anarchica milanese.

Non sono facoltà universitarie. Sono i quartier generali dove si organizzano i cortei, si pianifica la “disobbedienza”, si prepara la prossima carica. La formazione protetta rischia di essere la formazione alla prossima guerriglia.
Come rimandare un piromane nella fabbrica di fiammiferi per non interrompere l’apprendistato.

Ai prossimi cortei il consiglio è semplice. Portate il libretto universitario. Vale più dello scudo. E se, passando vicino al Palazzo di Giustizia, vi sembrasse di sentire cantare Bella Ciao, potrebbe non essere un’impressione.

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