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I conflitti moderni, tra strategia militare e politica

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strategia militare e politica

L’insegnamento di questa crisi

Osservando ciò che sta accadendo nel conflitto con l’Iran, emerge un paradosso.
Sul piano militare, gli Stati Uniti e Israele sembrano aver ottenuto risultati significativi in tempi relativamente brevi.

Una parte consistente delle capacità militari iraniane è stata colpita o distrutta, infrastrutture strategiche sono state neutralizzate e figure chiave del regime eliminate.

Dal punto di vista puramente operativo, molti degli obiettivi iniziali dell’azione militare sembrano quindi essere stati raggiunti.

Tuttavia, come spesso accade nelle guerre moderne, il successo tattico non coincide necessariamente con il successo strategico.

Il regime iraniano è ancora al potere.

Non solo: la guerra potrebbe aver rafforzato proprio quelle componenti più radicali che, da anni, sostengono la necessità di dotarsi di un’arma nucleare come garanzia di sopravvivenza del regime. In altre parole, l’attacco militare rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: accelerare la corsa alla bomba atomica.

Questo è il cuore del dilemma strategico.

Un regime che prima utilizzava il proprio programma nucleare soprattutto come strumento di pressione diplomatica potrebbe ora concludere che se essere una potenza “quasi nucleare” ti rende un bersaglio, pertanto, meglio diventare una potenza nucleare a tutti gli effetti.

Nel frattempo, la guerra ha già prodotto conseguenze che vanno ben oltre il campo militare.

Il primo è energetico. Lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più cruciali del pianeta, è tornato al centro della geopolitica globale.

Anche attacchi limitati contro il traffico navale sono sufficienti per destabilizzare i mercati energetici e far salire rapidamente i prezzi del petrolio e della benzina.

In un mondo economicamente interconnesso, bastano pochi episodi per generare conseguenze globali: aumento dei costi dell’energia, fertilizzanti più cari per gli agricoltori, pressioni inflazionistiche che si propagano in tutta l’economia.

È una dimostrazione concreta di quanto la sicurezza energetica sia ancora oggi una delle leve principali della geopolitica mondiale.

C’è poi una seconda dimensione, spesso sottovalutata: quella del “tempo strategico”.

Le guerre raramente finiscono quando una delle parti dichiara di aver raggiunto i propri obiettivi. Finiscono quando entrambe le parti decidono – o sono costrette – a fermarsi.

In questo caso, anche se Washington decidesse unilateralmente di ridurre o interrompere le operazioni militari, non è affatto detto che l’Iran accetterebbe automaticamente una de-escalation.

Il rischio è quindi quello di essere trascinati in un conflitto sempre più lungo, con obiettivi che si spostano continuamente e un punto finale sempre più sfuggente.

Di fronte a questo scenario, le opzioni realistiche sono poche e tutte difficili.

Una trasformazione dall’interno del regime iraniano sarebbe ovviamente l’esito più positivo per la stabilità della regione.

Un Iran democratico, orientato allo sviluppo economico e alla cooperazione regionale, rappresenterebbe una minaccia molto minore per i suoi vicini e per l’ordine internazionale.

Tuttavia, la storia recente dimostra che le guerre aeree, da sole, raramente producono cambiamenti politici profondi.

Un’altra possibilità sarebbe una strategia di pressione militare continua, intervenendo ogni volta che il programma nucleare iraniano riprende slancio.

Ma una simile strategia comporterebbe costi economici, politici e militari enormi, oltre al rischio di trasformare il Medio Oriente in un teatro di conflitti ciclici e permanenti.

Rimane, quindi, l’opzione più scomoda e politicamente difficile: un accordo.

Un compromesso negoziale con un regime profondamente ostile può sembrare moralmente insoddisfacente. Ma nella storia della diplomazia internazionale, spesso la stabilità si è costruita proprio attraverso accordi imperfetti tra avversari.

Se un’intesa credibile riuscisse a limitare in modo permanente il programma nucleare iraniano, con verifiche internazionali rigorose e la riduzione delle scorte di uranio altamente arricchito, potrebbe rappresentare comunque il risultato meno rischioso.

Il vero insegnamento di questa crisi è forse più ampio: nelle guerre moderne, distruggere capacità militari è relativamente semplice. Molto più difficile è trasformare quella vittoria tattica in una soluzione politica stabile.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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