Nel silenzio e nell’ignavia ci hanno fatto tanto male
Falange macedone, testuggine romana, cavalleria, artiglieria napoleonica, controllo dei cieli sempre più sofisticato. Infine, controllo dello spazio. Le armi si aggiornano e le tecniche di guerra anche.
I bombardamenti a tappeto, come chiedevano Churchill e Roosevelt, dovevano servire per fiaccare gli animi della popolazione.
Oggi lo si fa attraverso la stampa non indipendente ed i social: il solletico alla pancia ed il populismo fanno più danni e morti della strage di Dresda. Solo che lo fanno in silenzio.
La conquista del terreno e poi della cittadella e poi del castello e poi del territorio oggi è sostituita dalla conquista dei governi, se deboli o pavidi o incapaci e, comunque, consenzienti, ovvero attraverso la conquista dei debiti sovrani.
Inutile ridimostrare qui che quest’ultima ipotesi è possibile senza sforzi. Per quanto mi riguarda ne ho parlato più volte. Nello scetticismo di tanti: cioè nel silenzio.
Il nucleare come freno e deterrenza? Sinora sì.
Il conflitto è in pieno svolgimento e solo quella deterrenza impedisce che sia mondialmente guerreggiato. Non so per quanto tempo. Ma non impediscono che il conflitto ci sia. Se non si ha piena comprensione di questo non si capisce il pericolo mortale del “silenzio”.
Il conflitto tra “l’isola America” e il “continente euroasiatico” ha abbandonato la prudenza ed i “sottocoperta” perché l’arrivo di Trump e il suo modo di fare ha scompigliato, nel modo peggiore possibile, una regia che andava avanti da tempo. Fatte di operazioni tutte in silenzio.
Spiace constatare di essersi fatti incantare – quella che avrebbe dovuto essere Europa e non lo è stato – da teorie che si sono presentate come innovative, richiami culturali che hanno blandito le coscienze, processi ideologici che hanno perso il senso vero dei valori mantenuti in tabernacoli; tutto quanto al quale non si è reagito opportunamente, cullandosi in certezze illusorie di vecchie glorie, di passate egemonie culturali e valoriali.
Una “confort zone” che ci ha annientato. Nel silenzio e nell’ignavia ci hanno fatto tanto, troppo male.
In un condivisibile – per me in gran parte – articolo di Elena Tempestini e relativo commento di Paola Bergamo su Nuovo Giornale Nazionale si ripropone una visione di insieme del motivo di base di questo conflitto – “a rate” ma mondiale – in corso.
Condivido quella visione.
Il rifiuto degli USA ad accettare la logica delle regole – tutta europea e purtroppo però degenerata in burocrazia e dunque inaccettabile – è stato più volte espresso.
Il “fuck the EU” sfuggito all’americana Victoria Nuland data oltre un decennio fa ed ha plasticamente illustrato qualcosa che poi è degenerato. Alcuni, lo stesso Formica, lo avevano capito e messo più volte in chiaro; per ultimo un anno fa. (“Un colpo di Stato “costituzionale” contro il piano dei reazionari”).
Il perché dell’Ucraina descritto in questi scritti che ho citato – esame che, nel complesso, condivido – ne è una dimostrazione: il contrasto sull’Ucraina tra USA e Alleati europei è antico, data molto prima di Trump, e non riguarda l’invasione Russa ma la posizione di quest’ultima sullo scacchiere mondiale. Essendo frontiera, esserlo ma per chi.
Dunque è un episodio, un piccolo pezzo della trama, non l’intera commedia. Non se ne è voluto parlare. Ancora una volta, la trappola del silenzio.
Ma se è chiaro, come spero, lo scenario, le forze in campo, il perché dello scontro in atto l’urgenza di essere Europa – magari anche più piccola di questa che ha prodotto il nulla o quasi – risulta rafforzata. E non vedo nulla di questo nel dibattito casalingo.
Così come, essendo oramai in guerra anche se senza uso di armi, il come affrontare quello che accadrà all’economia – e, dunque, agli strati sociali più deboli – non può essere né argomento e neppure motivo di scontro interno. Di questo qualcosa sul tavolo vedo e vorrei però non vederlo.
Continuiamo nel silenzio della ragione. Non è sonno, ma genera altrettanto mostri.





