Il 28 febbraio 2026 segna un punto di rottura nella storia strategica del Medio Oriente.
L’operazione “Roaring Lion”, avviata con attacchi congiunti statunitensi e israeliani contro Teheran e altri centri nevralgici dell’Iran, ha oltrepassato in poche ore la soglia della deterrenza per trasformarsi in uno scontro regionale aperto. La risposta iraniana, battezzata “Truth Promise 4”, Promessa di verità, non è stata una reazione con un nome simbolico, ma un atto politico-militare calibrato, concepito per dimostrare continuità strategica e capacità di colpire l’intera architettura di sicurezza americana nel Golfo. Missili e droni hanno preso di mira basi e infrastrutture statunitensi e alleate in Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, con segnalazioni di esplosioni anche nell’area di Riad. Il Bahrein, sede del comando della Quinta Flotta degli Stati Uniti, è emerso come il punto più sensibile, non solo per il valore operativo ma per il messaggio che veicola, nessuna retrovia americana nel Golfo può più considerarsi intoccabile. Le capitali della regione hanno reagito in modo immediato, attivando allerte civili, chiudendo spazi aerei e intercettando parte dei vettori in arrivo, ma il segnale strategico è ormai chiaro. La crisi non è più confinata al rapporto bilaterale tra Iran e Israele, né a una disputa nucleare, bensì investe direttamente la rete di alleanze, basi e rotte energetiche su cui poggia la presenza occidentale nella regione.
I raid iniziali, condotti in pieno giorno, hanno colpito Teheran, Qom, Khorramabad e Isfahan, suggerendo un’operazione su scala nazionale contro nodi militari, politici e simbolici del potere iraniano. Pur in assenza di una dichiarazione ufficiale sugli obiettivi, l’impatto sull’area che ospita la residenza e gli uffici della Guida Suprema indica un’ambizione che va oltre la semplice degradazione delle capacità militari. Colpire quel perimetro significa tentare di incrinare la percezione di invulnerabilità del sistema teocratico, spostando il conflitto sul piano della legittimità e della sopravvivenza del regime. Da fonti israeliane è emersa, con il necessario condizionale, l’ipotesi che la Guida Suprema, Ali Khamenei , possa non essere sopravvissuto agli attacchi. Altre dichiarazioni, provenienti da Teheran, sostengono invece che sia ancora vivo e che i vertici principali della leadership abbiano superato la fase iniziale dei bombardamenti. L’incertezza stessa attorno al destino della figura centrale della Repubblica Islamica è già un fatto strategico, anche senza una conferma, il solo dubbio mina la stabilità simbolica del regime e apre scenari di competizione interna difficilmente controllabili nel breve periodo.
L’operazione militare arriva al termine di settimane di massiccio dispiegamento statunitense nella regione, il più imponente dalla Guerra del Golfo, inizialmente concepito come strumento di coercizione diplomatica. La linea ribadita da Washington, espressa pubblicamente dal presidente americano Donald Trump, è stata netta, nessun livello di arricchimento dell’uranio è accettabile. Il fallimento della trattativa ha trasformato la deterrenza in intervento diretto, anche per ragioni di credibilità politica. Una volta mobilitate forze di tale portata, il costo di non usarle rischiava di superare quello dell’escalation.
Per Israele, la congiuntura rappresenta una finestra di opportunità strategica difficilmente replicabile. L’Iran appare indebolito da una crisi economica profonda, da tensioni interne e dall’erosione della sua rete di influenza regionale dopo gli eventi dell’ottobre 2023. La copertura militare statunitense riduce il rischio di isolamento e consente a Tel Aviv di colpire direttamente il proprio principale avversario strategico, puntando non solo alla deterrenza ma a una possibile ridefinizione degli equilibri di potere regionali.
Il cuore geopolitico di questa escalation resta però lo Stretto di Hormuz, una stretta lingua di mare, che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, è il principale chokepoint energetico del pianeta. Una quota decisiva del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale transita quotidianamente da qui. La minaccia iraniana di chiuderlo, rilanciata nelle ultime ore dai media di Teheran, è la leva più potente di cui dispone la Repubblica Islamica, ma anche la più rischiosa. Un blocco colpirebbe in primo luogo gli stessi Paesi del Golfo e danneggerebbe l’Iran, innescando quasi automaticamente una risposta militare su larga scala. Proprio per questo, Washington e Tel Aviv sembrano aver scelto di agire prima che quella minaccia diventasse operativa, privando Teheran del ricatto energetico come strumento di protezione politica.
Qui si inserisce il ruolo, spesso sottovalutato, dell’Oceano Indiano e della base di Diego Garcia. L’atollo, sotto controllo britannico ma utilizzato dagli Stati Uniti come hub strategico avanzato, garantisce profondità operativa, sicurezza logistica e libertà di manovra anche in uno scenario di massima escalation nel Golfo. In caso di tensioni estreme su Hormuz, Diego Garcia consente a Washington di sostenere operazioni militari e di proiezione senza dipendere esclusivamente dalle basi più esposte del Golfo Persico. La recente esercitazione navale multinazionale con decine di unità e il riallineamento diplomatico che ha coinvolto anche l’India rafforzano questo disegno, creare una cintura strategica che renda sostenibile un confronto con l’Iran senza trasformarlo in uno scontro isolato dell’Occidente contro il mondo islamico. La risposta iraniana, pur estesa, resta finora calibrata. Colpire basi e infrastrutture senza provocare un collasso immediato suggerisce la volontà di dimostrare forza evitando, almeno per ora, una guerra totale su più fronti. Accettare un certo livello di confronto armato può diventare, per Teheran, una forma di resistenza politica interna. E’ il resistere senza crollare, che permette al regime di presentarsi come baluardo contro l’aggressione esterna, comprimendo il dissenso e rafforzando temporaneamente la coesione tra élite e apparato securitario.
Il Medio Oriente entra così in una fase nuova in cui la posta in gioco non è più soltanto il programma nucleare iraniano, ma la sopravvivenza stessa di un ordine regionale costruito negli ultimi decenni. Le capitali del Golfo diventano bersagli diretti, le rotte energetiche strumenti di pressione strategica e le basi americane indicatori della tenuta delle alleanze. Le prossime ore chiariranno se ci si trova di fronte a uno scambio limitato o all’inizio di una spirale destinata a ridisegnare il baricentro del potere regionale. In ogni caso, il 28 febbraio 2026 resterà come il momento in cui la deterrenza ha cessato di essere una minaccia e si è trasformata in realtà.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


