Il tramonto dell’etica essenzialista
I
Il Direttore, Silvano Danesi, con la sensibilità e la cultura che lo contraddistinguono, ha lanciato il sasso nello stagno di un dibattito che dobbiamo necessariamente affrontare tutti, come comunità.
Qual è la matrice del degrado morale che è arrivato sino alla perversione apicale della società dell’Occidente, trasformandola in una infame setta perversa e assassina?
Entro subito nel cuore del discorso. A mio avviso il problema di fondo è il tramonto dell’etica essenzialista, ossia di quel sistema di norme morali che replicano in terra le idee dei valori che, platonicamente, stanno nell’Iperuranio come articolazioni dell’Uno e che, agostinianamente, stanno nella mente di Dio.
Tali idee sono essere pleno iure, tanto quanto ciò di cui fanno parte, che è il vero essere considerato in sé. Le azioni dell’uomo, nella misura in cui le replicano, sono più o meno buone, ma rimangono parti di un mondo in divenire, che esiste solo per lo più.
L’etica invece si parametra su queste essenze, che di per sé sono immutabili e che esisterebbero anche se l’uomo non ci fosse. Sono le regole del “funzionamento” umano, che è stato calibrato proprio su di esse e che ad esse deve aderire, quasi in un ossimoro, liberamente.
L’uomo può cogliere queste idee coi propri concetti in modo parziale, suscettibili di sviluppo e di approfondimento, ma esse sussistono di per sé. Con Tommaso d’Aquino, che pur essendo aristotelico in questo non poteva discostarsi dal platonismo cristiano distillato da Origene, Clemente Alessandrino e Agostino, possiamo dire di queste idee di valori che intelliguntur circa sensibilia et subsistunt praeter corpora, che esistono ante rem di per sé, in re nelle azioni e post rem nella conoscenza umana.
L’etica vissuta è quindi una elaborazione razionale, come ha intuito Socrate, ma riposa sui principi metafisici sistematizzati dal suo grande discepolo Platone.
Giova ricordare che questa fondazione dell’etica a modo di fortilizio avvenne in un’epoca in cui i valori greci tradizionali, riposanti sull’autorità – ma non sull’esempio – degli Dei, erano stati battuti in breccia dal relativismo sofistico, come attestano, ad esempio, sia l’idea protagorea dell’uomo misura di tutte le cose che, ancor di più, l’inconoscibilità o almeno l’incomunicabilità dell’essere e delle sue leggi sostenuta da Gorgia. Un quadro molto simile al presente.
Dopo il magistero socratico-platonico, perfezionato da Aristotele, nessuno mise più in dubbio l’oggettività delle norme etiche, dimostrabili dalla ragione, indipendentemente dalle posizioni metafisiche. Non gli Stoici, non gli Epicurei e nemmeno gli Scettici.
L’incontro tra il Medio Platonismo e la morale biblica tramite Filone l’Ebreo e quello tra il Cristianesimo nascente e il pensiero di quest’ultimo tramite Giovanni Evangelista fece sì che la feconda polla biblica delle norme morali, riposanti sull’autorità di un Dio unico e legislatore, identificato Egli stesso con l’Esse ipsum da Agostino, si incontrasse e si fondasse sulla scaltrita ragione greca.
I Padri della Chiesa, parallelamente ai maestri neoplatonici, educarono i contemporanei ad un’etica rigorosa. Nel momento in cui il Neoplatonismo venne ripensato del tutto dall’Ipponense, il connubio divenne perfetto. La morale era diventata una condizione indispensabile per piacere a Dio e la strada per eccellenza per conoscerlo.
L’incontro con l’etica biblica fu, per il mondo greco, quello con un sistema morale più antico di quello greco, che affondava le sue radici nel mondo mesopotamico e che si era sviluppato progressivamente, in corrispondenza di quelle che i teologi chiamano le tappe della Rivelazione. La stratificazione della composizione biblica lo dimostra chiaramente.
Ma anche i documenti più antichi del Pentateuco, quelli, per intenderci, individuati dalla critica del Radt, insegnavano senza infingimenti quelli che sono stati i principi base della morale fino ad oggi: la sacralità della vita, per esempio, si evince dal racconto del Sacrificio di Isacco o da quello della Figlia di Jefte; il ripudio della sessualità non procreativa si ricava dalla storia di Onan o dal racconto della distruzione di Sodoma, e via dicendo.
Il Decalogo mosaico rappresenta, nella sua stesura che oscilla tra il XVII e il XIII sec. a.C., il punto ad oggi insuperato dell’etica naturale, che da allora riposò sull’autorità di Dio stesso. Un Dio che, proprio a Mosè, anche se in forme non filosofiche, si era presentato come l’Essere stesso, Colui Che è. Da allora, la morale biblica si era sempre affinata, nelle formulazioni universali dei Profeti, nell’umanesimo della letteratura sapienziale, fino al magistero altissimo di Gesù e alla sua morale della carità, del perdono e delle Beatitudini.
Se i greci diedero all’etica la precisione e il nitore della ragione, la Bibbia le diede una concezione, per così dire, intensiva che fino ad allora non aveva avuto eguali. Pensiamo alle asserzioni di Gesù: amatevi come Io vi amato o Padre perdona loro perché non sanno quel che fanno.
La vocazione al proselitismo universale del Cristianesimo ha fatto sì che non vi fosse popolo alcuno che non venisse fatto oggetto di questa predicazione e non la potesse assorbire, fino ad oggi.
Fino a quando l’etica è rimasta essenzialista, ossia fino a quando il Cristianesimo in Occidente si è preso la briga di educare le coscienze, sicuramente non sono mancate colpe, peccati, violenze anche gravissime, ma almeno si potevano giudicare alla luce di principi condivisi.
Un grande filosofo come Pietro Abelardo, nel cuore del Medioevo, aveva evidenziato l’importanza dell’intenzione nell’azione morale, sottolineando il ruolo del soggetto rispetto alla norma di per sé e contribuendo a fare della buona prassi un elemento essenziale della realizzazione spirituale naturale dell’uomo.
Anche l’agnostico e l’ateo partecipavano di queste certezze, perché all’evidenza del loro raziocinio si imponevano poche, ma chiare regole per la convivenza umana, fondate non sul sentire comune, che pure le esprimeva, ma sulla luce della coscienza che sfavilla nell’intimo del singolo, sull’intuizione etica, se mi passate il termine, di ognuno.
Quando è iniziato il declino della coscienza dell’Occidente, grazie ai maestri del sospetto, allora è iniziata anche la crisi della morale, intesa come difficoltà a trovare il grund, il fondamento di essa.
Il problema etico si era posto nella sua gravità per la prima volta nella Controriforma con la nascita della casistica, che svincolava la vita morale dall’essenza della norma e dal modello da imitare, frantumandola in una miriade di casi che di fatto indebolivano la capacità del singolo di scegliere.
In questo furono maestri i gesuiti e il sistema del probabilismo ne rappresenta l’esempio più eloquente. Era una risposta al nominalismo etico introdotto da Lutero e radicalizzato da Calvino, ma che a sua volta veniva dal cuore della crisi della Scolastica, veniva da Ockham.
L’Illuminismo aveva messo in discussione la morale solo nelle sue frange estreme, come i Libertini francesi, ma i grandi maestri dell’Aufklarung tedesca, con in testa Leibniz, armato di teodicea e di un cosmo ordinato nella libertà, aveva rintuzzato questi attacchi. Il grosso del dibattito morale si era però svolto nel quadro dell’Illuminismo inglese
Una prima vera erosione era venuta dallo scetticismo di Hume, che affidava al sentimento l’individuazione dei valori, indimostrabili dalla ragione come realtà sussistenti, ma il soggettivismo etico kantiano aveva fatto da correttivo. Non va sottovalutato l’apporto, di nicchia ma influente, della filosofia della perversione di De Sade.
Ma la prima responsabile della crisi di cui parliamo è stata la Sinistra hegeliana. La Ragione universale di Hegel fu dapprima declassata a Ragione Umana da Feuerbach e poi a Ragione dell’Unico, ossia del singolo, da Stirner, dinanzi al quale si aprì la prospettiva di una libertà umana per la prima volta senza alcun criterio di riferimento operativo al di fuori di sé. Marx, poi, riconducendo la matrice dell’agire umano al contesto sociale, annullò la responsabilità dei singoli risolvendola in quella di classe.
Concomitante a questi filoni, la stagione illuministica e quella del Meriggio di Nietszche, applicando il metodo genealogico allo studio della storia dell’etica, degradò a morale degli schiavi la coscienza comune, riesumò quella razzistica dei padroni e propose la trasvalutazione superomistica dei valori, che altro non era che la loro ridefinizione volta per volta, partendo dal presupposto del rifiuto netto di qualsiasi certezza metafisica immutabile.
La nascita della psicanalisi freudiana, che sciolse la responsabilità del soggetto nei meandri inesplorabili dell’inconscio e relegò la coscienza nella mansarda del Super Io, contribuì ad abbassare la soglia collettiva del senso morale, specie in quell’ambito sessuale che fu quello dell’indagine del maestro austriaco, che addirittura ravvisò nella libido sessuale la forza motrice della mente.
Il colpo di grazia al sistema etico essenziale lo ha dato il Sessantotto, i cui maestri hanno propugnato una lotta ai valori tradizionali per la conseguente trasformazione della struttura sociale. Pensiamo a Reich e alla sua idea di utilizzare la libido come mezzo di trasformazione sociale e alla conseguente Rivoluzione Sessuale, con tutto quello che ne è derivato come crisi delle certezze in quel campo.
Bisogna anche dire che tutti i grandi sforzi della filosofia del Novecento di rifondare l’etica dopo le corrosive critiche di Nietzsche si sono rivelati insufficienti. Il Neocriticismo kantiano, la Fenomenologia, il Personalismo neotomista non hanno avuto la forza pervasiva necessaria, per cui oggi il relativismo etico è la condizione divulgata e volgare in cui i più vivono, diseducati, nell’ordine cronologico, dalle ideologie totalitarie, dal consumismo, dalla tecnocrazia e dalla cancel culture, per cui, accanto all’oblio dell’Essere di heideggeriana memoria, oggi abbiamo anche quello della morale, considerato un sottoprodotto della psicologia e della sociologia, nel quadro di una autentica dissoluzione antropologica che viene spacciata per rifondazione, e che di recente è dilagata anche nelle confessioni cristiane, ultima la Chiesa Cattolica, dove all’essenzialismo montiniano, wojtyliano e ratzingeriano è subentrata la casistica soggettivista bergogliana di matrice gesuita, di cui è intriso molto clero, già rovinato dal teleologismo e dal proporzionalismo etici. È in questo contesto che si colloca la crisi morale del presente, anche se non è esso che spiega come mai si è arrivati alle aberrazioni da cui siamo partiti.
II
Il nostro drammatico presente, occultamente ed elitariamente satanista, è diventato tale perché l’erosione dell’etica, concomitante alla secolarizzazione e alla marginalizzazione della religione cristiana, ha fatto riemergere dalle paludi del passato forme ancestrali di culto sanguinario e di codici di comportamento disumani.
Un primo dato è, appunto, la secolarizzazione. Finita la Controriforma, gli spazi sociali del Cristianesimo si sono andati via via riducendo, a partire da quelli nella classe dirigente.
Un secondo è costituito dal fatto che, all’interno della cultura delle élite, l’esoterismo, non più sottoposto alla pressione delle Chiese strutturate, a partire dai Paesi protestanti, si è in parte spostato via via verso l’occultismo – anche se il termine è posteriore – e all’interno di esso, verso il satanismo propriamente detto, con un percorso che si è accelerato nell’Ottocento.
Un terzo dato verte su quello che, proprio per questo scivolamento, è stato riesumato da un lontano passato o, più propriamente, riportato alla luce dalle correnti carsiche della storia. Vi è un nome, quello dello Gnosticismo, che va sottolineato.
All’interno del suo calderone ribollente e nel dibattito perpetuo sulle sue origini, l’elemento dualista è importante. Già a Qumran i monaci trasfusero nei loro scritti la consapevolezza che Michael e Satanael, ossia colui che confessa che nessuno è come Dio e colui che a Dio si oppone, sono in una eterna lotta che Dio stesso permette per mettere alla prova i suoi eletti.
L’accentuazione della conflittualità ben presto produsse l’aberrazione per cui la lotta avverrebbe tra Dio stesso e Satana, che pure, essendone una creatura, non potrebbe in nessun caso reggere il confronto.
Questa correzione concettuale si giustificava, all’interno delle complesse cosmologie dei maestri gnostici, come conseguenza del fatto che il Dio a cui l’avversario si contrapponeva non era quello supremo, ma solo il Demiurgo di questo mondo, ultima ed imperfetta emanazione del mondo sovrasensibile.
Il vero Dio sarebbe al di sopra della sfera del nostro cosmo, anzi sarebbe del tutto irraggiungibile. In questa prospettiva l’avversario può diventare, di volta in volta, un messaggero dell’Eone supremo o addirittura una espressione dello spirito cristico. In questa maniera, contraddire le norme date dal Demiurgo sarebbe un atto doveroso con cui emanciparsi dal suo dominio, definito tirannico.
E le norme, ovviamente, sono quelle morali. Lo gnosticismo è stato combattuto e debellato dalla Chiesa sin dal II sec. con Ireneo di Lione, incredibilmente proclamato Dottore della Chiesa solo da Papa Francesco – e forse non è una coincidenza – ma ha continuato ad esistere, ibridandosi con le forme più disparate di dualismo.
Il satanismo classico sta tutto qua, ossia nella ribellione che porta alla luce, la ribellione di Lucifero nel senso etimologico, e che nel corso del tempo si sostanzia delle cose più disparate: dal culto vero e proprio verso il principe delle tenebre alla stregoneria alla riesumazione di forme religiose precristiane.
Di certo, il satanismo può nascere solo nel Cristianesimo e nel monoteismo, perché solo in esso vi è la figura del diavolo come oppositore dell’unico Dio.
E solo in esso la negazione della morale si può esprimere come opposizione a Lui, che chiede santità. Questo filone è quello nel quale si inserisce la setta segreta di Epstein.
In questa sede non ci interessa tanto classificare le forme del satanismo – razionalista, libertino, luciferino propriamente detto, e acido – né le sue correlazioni con altre correnti religiose contemporanee. Ci interessa sottolinearne la condizione di brodo colturale delle aberrazioni scoperchiate dagli Epstein File.
L’ultimo dato è costituito dal dualismo tradizionale della cultura indoeuropea, che affiora compiutamente nella mitologia dei Veda e nello Zoroastrismo. Esso in origine non è altro che una monolatria. Solo il principio del Bene viene adorato.
Ma va da sé che ogni compiuto dualismo porta in sé il rischio dell’adorazione del Male il quale, essendo assiologicamente contrapposto al Bene, ha una consistenza ontologica e una funzione precisa nella struttura metafisica del reale.
In questa prospettiva, Bene e Male perdono la connotazione etica. Nonostante la dotta e radicale confutazione del doppio principio primo fatta da Agostino, che pure lo aveva professato da manicheo – e il manicheismo è un figlio illegittimo della religione iranica – questa visione del mondo, di più facile presa, non è mai scomparsa del tutto, non solo nelle forme strutturate dei bogomili o dei catari, ma anche in quelle anarchiche e sommerse che sono affiorate fino ai giorni nostri.
Per esempio, il nazismo si alimentava di una cosmologia dualista. E l’eugenetica e i rituali della congrega epsteiniana somigliano molto ai suoi.






