
Lo va dicendo da giorni: insieme a Trump sarà il benvenuto. Orban ha srotolato un tappeto rosso per Putin, il più famoso latitante al mondo, inseguito da un mandato di cattura della CPI (Corte Penale Internazionale) con l’accusa di aver deportato migliaia di bambini dai territori occupati in Ucraina, paese dove il numero degli infanti rifiutati dalle proprie famiglie è almeno il doppio della media internazionale, con gli orfanotrofi che per mancanza di fondi sono costretti a liberarsene non appena raggiungono un minimo di capacità di discernimento, ossia ben prima del raggiungimento della maggiore età.
Per molti Orban dovrebbe arrestare Putin e consegnarlo all’Aja. Ma le cose stanno davvero così? Orban è obbligato a consegnare il presidente russo alla CPI?
Neanche per idea. E stupisce che gli stessi organi della CPI facciano pressione su Orban perché consegni Putin invocando il Trattato di Roma del 1998, istitutivo della CPI, guardandosi bene dal citare proprio quelle norme del trattato che, al contrario, fondano e legittimano il rifiuto di Orban.
Il Trattato di Roma del 1998 ha spezzato una tradizione millenaria: l’intoccabilità dei capi di Stato, di Governo e dei ministri degli Esteri. Fino al 1998, arrestare un capo di Stato o soggetti equiparati durante il loro mandato era impensabile. Immunità assoluta da qualsiasi giurisdizione, nazionale e internazionale. Almeno, finché rimanevano in carica.
Una tradizione interrotta con il varo dell’art. 27 dello Statuto di Roma: «La qualifica ufficiale di capo di Stato o di governo, di membro di un governo o di un parlamento non esonera una persona dalla sua responsabilità penale». E l’ordine di consegna previsto dall’art. 89, rivolto allo Stato nel quale si trova la persona da processare, sembra completare il quadro normativo di riferimento.
Sembra. Perché tutto ciò viene messo in discussione dall’art. 98, che neutralizza in parte quando disposto nei precedenti articoli: «La Corte non può presentare una richiesta di assistenza che costringerebbe lo Stato richiesto ad agire in modo incompatibile con gli obblighi che gli incombono in diritto internazionale in materia d’immunità degli Stati o d’immunità diplomatica di una persona, a meno di ottenere preliminarmente la cooperazione di tale Stato terzo in vista dell’abolizione dell’immunità».
In parole semplici, quando si tratta di estradare in favore della CPI un capo di Stato o di governo, o una figura comunque protetta da immunità diplomatica sin dai tempi dei babilonesi, non è possibile pretenderne la consegna da parte dello Stato ospitante, a meno che non sia lo Stato terzo stesso a revocargli l’immunità. Nel nostro caso, Orban sarebbe obbligato a consegnare Putin alla CPI soltanto se Mosca revocasse l’immunità al proprio presidente.
Additare Orban alla stregua di traditore dei principi del diritto internazionale è operazione a dir poco disonesta. Orban può rifiutarsi di consegnare Putin alla CPI semplicemente perché è lo stesso atto fondativo della CPI a consentirglielo. Lo Statuto di Roma dovrebbe far parte integrante dei programmi scolastici. In questo modo si eviterebbe di credere a simili baggianate, diffuse al solo scopo di sabotare un processo di pace.





