I sostenitori dell’introduzione del principio di maggioranza finalizzato ad assicurare di una maggiore operatività e funzionalità alla istituzione europea e da sostituire a quello dell’unanimità, sono gli stessi che anche recentemente al meeting di Comunione e Liberazione a Rimini hanno constatato a malincuore il fallimento stesso dell’Unione Europea.
L’ammissione della marginalità politica economica e diplomatica, di cui l’intera classe politica europea risulta responsabile, li spinge verso soluzioni ancora più penalizzanti per le medesime strutture politiche europee.
In un sistema democratico il principio della maggioranza rappresenta l’essenza stessa della rappresentanza degli elettori e contemporaneamente ne assicura un buon grado di funzionalità.
Tuttavia, la distanza tra le istituzioni centrali e le varie realtà locali sono da tempo già conclamati all’interno degli stessi singoli stati, che formano l’Unione.
Questo malessere istituzionale negli ultimi decenni ha portato a nuove e multiple istanze di riconoscimento di parziali autonomie in ambito economico fiscale e normativo, ovviamente senza pregiudicare la centralità e l’unità dello Stato centrale.
Questo tipo di rivendicazione è comune a tutte le nazioni dell’Unione Europea, tanto ad aver portato addirittura alla separazione della Cecoslovacchia in due distinti stati.
Questo Trend internazionale anche all’interno di un tentativo di rilancio dell’attività dell’Unione Europea dovrebbe essere tenuto nella debita considerazione.
In più, a differenza dei singoli stati membri, l’istituzione Europea nasce da un primo accordo commerciale: quindi non può rappresentare un’istituzione pubblica simile a quella degli Stati che la compongono.
Il progressivo processo di accentramento decisionale e l’attribuzione di determinate materie precedentemente di competenza statale, invece di aumentare la centralità della Unione Europea, fa perdere il valore e il senso ed il valore dell’istituzione presso le popolazioni degli Stati membri.
Una percezione assolutamente confermata dalle risibili percentuali di votanti alle ultime elezioni europee in tutta Europa, di poco al di sopra del 50% degli aventi diritto.
La ricerca quindi di una maggiore centralità, che viene giustificata dalla volontà di avere un maggior ruolo all’interno dello scenario geopolitico internazionale, nasconde, invece, una volontà di nuovo accentramento del potere politico a favore delle istituzioni europee ma a scapito dei singoli stati membri.
Una decisione che va esattamente nella direzione opposta rispetto a quanto a gran voce richiederebbe una visione realmente europeista, cioè di riconoscimento e tutela delle peculiarità nazionali attraverso il riconoscimento di maggiori autonomie nazionali all’interno di un contesto europeo.
Viceversa, la volontà di superare il principio di unanimità a favore di quello di maggioranza dimostra essenzialmente la sordità e l’assoluta distanza tra le autorità e le istituzioni europee ed i cittadini che la compongono.
Quindi, anche se ogni posizione ed opinione risultano legittime, andrebbe ricordato come il principio della unanimità garantisce la democrazia Europea, in quanto tutela anche il parere vincolante di un paese che si senta danneggiato da una eccessiva centralità europea.
Viceversa, l’adozione all’interno dell’istituzione Europea del principio di maggioranza tende a diminuirne proprio queste garanzie democratiche per “le minoranze” dei singoli stati membri.
Tanto è vero, solo per fornire un esempio, che, se già da ora vigesse il principio della maggioranza, ora noi saremo in guerra con la Russia di Putin.
La sintesi nefasta tra l’applicazione del Green Deal e l’applicazione del principio di maggioranza destina l’Unione Europea non alla marginalità contemporanea, ma alla irrilevanza economica politica e sociale nel contesto geopolitico internazionale.




