
di Giuseppe Augieri
Trump c’è. E’ brutto e cattivo? Sì, ma c’è. Rappresenta un’altra America, che ha fatto una scelta radicale meno cervellotica ed imprevedibile di quanto si racconti. Guida ora, su terreni del tutto nuovi, una America che ha espresso un giudizio tranciante del suo passato. E lo ha bocciato.
I neo-dem – mi si perdoni qualche semplificazione – americani, nella “filiera” Bush padre/Clinton/Bush figlio/Obama/Biden hanno progressivamente spostato su un unico versante la molteplicità di interpretazioni del concetto di neo-con.
Per anni, accanto ai “falchi”, hanno convissuto, più o meno pacificamente, quei neoconservatori che hanno interpretato la lotta americana nel mondo contro le autocrazie e i regimi come una missione animata da altissimi ideali di libertà e uguaglianza. Ed una terza schiera, quella dei cosiddetti “realisti politici”, che guardavano all’afflato ideale della lotta americana semplicemente come a uno strumento attraverso il quale l’impero americano poteva continuare a prosperare. In comune, l’ossessione di esportare la democrazia americana nel mondo.
Quest’ultima idea, malata alla radice, ha prevalso e si è ingigantita. L’élite intellettuale ha, in questi anni, dominato il dibattito politico americano (ma anche europeo) sui media, nelle università, nei think tank, occupando le aree strategiche e i gangli del potere: dalla Cia, al Dipartimento di Stato, dal Pentagono, alla Casa Bianca, al mainstream. Le politiche sono state tutte svolte in direzione precisa. Quella interna e quella internazionale.
I risultati non sono stati sempre positivi, anzi spesso tragici. E sono stati “esportati”: anche la cultura occidentale si è decisamente colorata di contenuti, significati, giudizi, prospettive molto evidenti.
Dietro questa politica, che ha interferito pesantemente con le politiche interne di molti Paesi, anche Europei, si è raccolta una finanza – non solo Soros, e Goldman Sachs, e i fondi sauditi – che ha assecondato questa visione. Evidentemente nello svolgimento di quella politica, oltre all’”afflato ideale”, vi erano interessi e business che facevano gola.
E’ lampante. Così anche la finanza è cresciuta come potere al punto di interferire, anche in autonomia dalla politica ed in nome proprio, sulle vicende non solo politiche del mondo. Con tanta capacità di “pesare” da mettere in crisi anche la Chiesa: è stata, con le sue azioni, tra le principali cause delle dimissioni di Benedetto XVI. La vicenda della esclusione dello IOR dallo SWIFT in un momento di particolare tensione “politica” con il “conservatorismo Vaticano”, e l’immediato consenso al rientro il giorno dopo le dimissioni, lo dicono chiaro. Più della vicenda Becciu che invece andrebbe chiarita di più.
Non farò l’errore di esprimere un giudizio sulla validità della reazione che gli americani hanno avuto. Vicende complesse come queste vanno capite fino in fondo. Questo non significa agnosticismo o acriticità: la soluzione Trump a me non piace. Ma c’è.
Si è svolto uno scontro durissimo tra Trump, le sue idee, e la “sua” aggregazione contro quella politico-filosofica-culturale-finanziaria precedente. Una frattura senza precedenti. Quella cha ha governato ogni respiro dell’America è stata sconfitta. L’America di oggi è tutta un’altra America. Questo è un fatto, anzi il fatto. Con il quale dobbiamo fare i conti. Tutte le condanne del mondo contro Trump non scalfiranno assolutamente quello che Trump ha deciso di fare. Potranno ammorbidire contorni e spigoli, non la sostanza. Ha come obiettivo un nuovo ordine mondiale; muove interessi e poteri colossali e ne contrasta altri fortissimi.
Dunque, oltre ai giudizi morali, se proprio non ci va di tacerli, pensiamo a cosa dobbiamo fare e a cosa possiamo fare. Senza cadere nelle tentazioni, che ho visto e vedo, di immaginare scorciatoie e semplificazioni che non esistono. E senza abboccare ai tanti ami lanciati.





