
di Giorgio Cattaneo
Di recente, lo storico Gianni Oliva ha ricordato quanta fatica fece, Dario Fo, nel tentativo di liberarsi di certi fantasmi. Gli spettri erano quelli del suo passato di repubblichino: l’uomo simbolo dell’antifascismo militante degli anni Settanta, infatti, era stato un volontario del Battaglione Azzurro, che raggruppava i paracadutisti di Salò. Glielò ricordò “Il Giorno”, nel 1975, recensendo un suo bello spettacolo teatrale. Lui reagì negando tutto e querelando il quotidiano, che ritrattò. Tre anni dopo, però, la questione tornò a galla quando un lettore della “Tribuna”, piccolo periodico di Borgomanero (Novara), in una lettera al giornale scrisse: si guardi bene dal venire a fare spettacoli da queste parti, Dario Fo, perché qualcuno potrebbe riconoscerlo come uno dei rastrellatori dell’autunno 1944.
Stavolta il processo si celebrò, il giornale esibì le foto del giovane Fo in divisa e l’artista fu costretto a cambiare versione: ammise di aver militato nel reparto fascista che aveva rastrellato la Valsesia, ma – aggiunse – si era arruolato d’intesa con due comandanti partigiani, per fare il doppio gioco e aiutare i ribelli. Sfortunatamente, precisa Oliva, i due partigiani citati erano morti: non potevano confermare. Non solo: un ufficiale di collegamento italo-canadese, che aveva assistito i partigiani della zona, dichiarò di non aver mai saputo nulla dell’ipotetico infiltrato Dario Fo (il quale, se davvero avesse lavorato per la Resistenza, dopo il 25 aprile avrebbe avuto tutto l’interesse a rivendicare quel ruolo).
Morale: se per il giudice non c’erano prove che Fo avesse partecipato al sanguinoso rastrellamento lungo il Sesia, di certo l’attore (futuro Premio Nobel) non fece una gran figura. Oliva ricorda il commento di Montanelli: se avesse ammesso tutto fin da subito, sottolineando che era ancora minorenne, la cosa sarebbe finita lì. Il problema – aggiunse Indro – non è ciò che si fa a 17 anni, ma quello che a 60 o 70 anni ci si ostina a negare di aver fatto da giovanissimi. In tanti, all’epoca, si erano trovati nella stessa situazione: per esempio l’attore Enrico Maria Salerno, il conduttore radiofonico Enrico Ameri (quello di “Tutto il calcio minuto per minuto”) e lo stesso Gorny Kramer, che dirigeva l’orchestra di Sanremo. Senza scordare Mauro De Mauro, il giornalista fatto sparire dalla mafia nel 1970.
Fra i 34.000 repubblichini catturati dagli americani – annota sempre Oliva – c’erano pure Walter Chiari e Raimondo Vianello. «Sornione com’era, Vianello fece un’intervista intitolata “Non rinnego nulla, né Sanremo né Salò”». E spiegò: «Ero figlio di un ammiraglio della Regia Marina, ero cresciuto con quella educazione e quei riferimenti; avevo 17 anni, ho scelto la parte sbagliata della storia ma non potevo sceglierne un’altra». Walter Chiari invece non parlò mai di quel suo passato: era stato volontario nella X Mas. Però, ricorda sempre Oliva, «all’inizio dei suoi spettacoli diceva: “Saluto tutti quelli della prima fila e anche quelli della decima”, lasciando il dubbio se fosse la decima fila o la X Mas».
Tutte queste persone che cos’erano? Dei fascisti incalliti? No, risponde lo studioso: «Erano dei “ragazzi di Salò”, figli di quell’educazione, che avevano scelto la parte sbagliata». Cresciuto nella sinistra piemontese, Gianni Oliva ha esordito come apprezzato storico della Resistenza. Precisa: «Prima Violante e poi Ciampi definirono “ragazzi di Salò” quelli che nel 1943 andarono volontari nella Repubblica Sociale. Erano dei giovanissimi, tutti quegli anni di scuola avevano insegnato loro che l’onore e la bella morte, il morire in piedi, sono le caratteristiche a cui un uomo deve guardare. E il fatto che, per tanto tempo, i cattivi, i veri fascisti, i duri, siano stati considerati solo quelli di Salò – sottolinea Oliva – fa parte di quei conti con la storia che non sono mai stati fatti. Questo ha permesso di assolvere tutti quelli che erano stati fascisti nel Ventennio, e che avevano accumulato onori, ricchezze, carriere e prestigio».





