Home Opinioni L’ANTIFASCISMO COMUNISTA

L’ANTIFASCISMO COMUNISTA

0

Da “Studi Cattolici” – Gennaio 2025
L’ANTIFASCISMO COMUNISTA
di Ugo FINETTI

Dopo che nel corso del 2024 si sono incrociati l’anniversario dell’uccisione nel 1924 del segretario del Partito socialista riformista Giacomo Matteotti e della conseguente protesta dell’Aventino (l’astensione dai lavori parlamentari di socialisti popolari e liberali) insieme a quelli della scomparsa del leader democristiano Alcide De Gasperi (1954) e del segretario del Pci Palmiro Togliatti (1964), ricordandoli, è stato inevitabile e costante tornare a rievocare l’opposizione da essi svolta contro Mussolini.
Tra i molteplici motivi di interesse è emersa anche la criticità dell’uso dell’Antifascismo come categoria storica unitaria. Forse sarebbe più esatto parlare di Antifascismi ovvero movimenti di idee e di azione che si sono sviluppati intrecciando convergenze, ma anche forti divergenze.
Il caso più eclatante riguarda l’antifascismo comunista che ha caratteristiche molto specifiche che lo distinguono radicalmente dagli altri antifascismi. Certamente vi è un primato dei suoi militanti durante la Resistenza con numerosi eroi e martiri. In particolare, come sottolineato recentemente dallo storico Tommaso Piffer (“Il fronte segreto. Gli Alleati, la Resistenza europea e le origini della Guerra Fredda. 1939-1945”, Mondadori, pp.399, 28 euro) soprattutto i vertici militari Usa guardavano con favore le brigate comuniste ritenendole le “più aggressive e meglio organizzate”.
Il libro di Piffer rappresenta l’opera più approfondita grazie a un’ampia documentazione finora inedita in Italia circa il rapporto tra gli Alleati e le formazioni partigiane europee durante la guerra a partire dalla costituzione a tal fine del Soe britannico nel 1940 e dell’Oss americano nel 1941.
Ma è anche vero che per quanto riguarda invece i gruppi dirigenti dei partiti comunisti – tutti agli ordini di Stalin in quei decenni – emergono due caratteristiche specifiche che lo caratterizzano rispetto agli altri antifascismi.

In primo luogo, l’antifascismo comunista non è costante e lineare, ma intermittente, cioè presenta “buchi neri” di disimpegno dalla lotta antifascista e persino di collaborazione con il nazismo.
Tra il 1924 e il 1926 i comunisti italiani – proprio nel momento in cui con Gramsci il Comintern eliminava il fondatore Bordiga e prendeva il pieno controllo del comunismo italiano – ruppero con gli altri partiti antifascisti dell’Aventino e parteciparono diligentemente ai lavori della Camera. Di fronte al discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 rimasero silenziosi e indifferenti e parteciparono persino alla seduta in onore del Duce dopo l’attentato Zamboni del 31 ottobre 1926.
Fatto storicamente più clamoroso fu soprattutto il secondo “biennio nero”, tra il 1939 e il 1941 dopo il patto Molotov-Ribbentrop per l’invasione congiunta e la spartizione della Polonia tra Unione Sovietica e Germania nazista provocando la dichiarazione di guerra di Francia e Gran Bretagna. Quella spartizione sarà ancora presente anche dopo l’attacco tedesco del 1941 quando l’Urss finirà finalmente nello schieramento antinazista a fianco di Stati Uniti e Gran Bretagna (ma, nonostante le ripetute insistenze di Roosevelt, senza entrare in conflitto con il Giappone a cui dichiarerà guerra solo alla vigilia della resa, nell’agosto del 1945, dopo il bombardamento di Hiroshima).
Come evidenzia la documentata ricostruzione di Piffer in quegli anni l’Esercito Nazionale polacco, l’Armia Krajowa, combatterà su due fronti – contro nazisti e sovietici – fino alla sua “catastrofica distruzione nel 1944” come “risultato di questo doppio conflitto”.
Di fatto è con il Patto Hitler-Stalin che il Comintern cessa di esistere e Stalin indicherà al suo segretario, Georgi Dimitrov, di dare la direttiva delle “vie nazionali”. In Italia l’alleanza tra sovietici e nazisti avrà un impatto meno drammatico nella sinistra in quanto nel 1939 i comunisti erano perseguitati con carcere e confino. Comunque anche nel partito italiano chi si pronunciò contro quella scelta di Stalin venne espulso.
Ma altrove, in particolare in Francia, fu un trauma con il segretario del Partito comunista, Maurice Thorez, che alla dichiarazione di guerra fugge in Urss lanciando l’appello alla diserzione. Gli fu immediatamente tolta la cittadinanza francese. I comunisti francesi non parteciparono alla resistenza contro i tedeschi e i collaborazionisti del governo Pétain fino all’”Operazione Barbarossa”.
Anche in Norvegia quando la Germania nel 1940 la invade, i comunisti esortano a non combattere contro i tedeschi e li giustificano scagliandosi contro “le provocazioni criminali degli imperialisti inglesi”.

La seconda caratteristica è che i comunisti sono gli unici antifascisti che compiono stragi di antifascisti persino durante la guerra civile spagnola e la resistenza italiana.
In Spagna forti dell’intervento dell’Urss a sostegno della Repubblica contro Francisco Franco, i comunisti organizzano un colpo di stato sostituendo nel maggio 1937 come capo del governo il socialista Largo Caballero con il ministro delle Finanze Negrin a loro fedele.
Largo Caballero viene destituito perché si rifiuta di dividere il fronte antifranchista e di sopprimere il Poum, il partito a guida trockista. Seguono quindi le uccisioni di anarchici e trozkisti da parte comunista.
Carlo Rosselli, leader delle brigate di Giustizia e Libertà, abbandonerà la lotta in Spagna di fronte a questa “guerra civile” in seno agli antifranchisti. “Non riuscì a capire – è il giudizio di Togliatti verso di lui – su quali posizioni avrebbe dovuto battersi nel corso di questa guerra la classe operaia”. Infatti, Togliatti, come commissario del Comintern in Spagna, nel 1937 inveiva contro i seguaci di Rosselli: “Giustizia e Libertà è l’unico movimento antifascista, il quale abbia voluto ostinatamente rimanere estraneo alla brigata. Garibaldi (…) Essa è pure ostile all’Unione Sovietica”.
Anche durante la Resistenza i comunisti saranno intolleranti in particolare nei confronti delle Brigate di “Giustizia e Libertà” fino alla strage di Porzus nel febbraio del 1945 perché, anche in quel caso, i partigiani della “Osoppo” rifiutavano di farsi inglobare nelle formazioni dei comunisti jugoslavi di Tito.

Questa duplice caratteristica – fasi di disimpegno dall’antifascismo e stragi di altri antifascisti – ha una sua coerenza in quanto è dettata dalle due idee fondamentali che sono alla base della condotta di Stalin e quindi dei suoi esecutori anche italiani tra il 1924 e il 1945.

In primo luogo: nessuna differenza sostanziale tra democrazia e fascismo. Nel ’24 i comunisti ruppero l’unità antifascista non per dar vita a un’opposizione più dura contro Mussolini, ma perché si “chiamarono fuori” di fronte allo scontro tra democrazia liberale e fascismo. Per Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti i leader dell’Aventino – Filippo Turati, Luigi Sturzo e Giovanni Amendola – erano “semifascisti”. Dopo il ritrovamento del cadavere Gramsci definirà sprezzantemente Matteotti un “pellegrino del nulla” e Togliatti alla morte, esule in Francia, di Filippo Turati scriverà: “Un’intera vita politica per servire i nemici di classe del proletariato”, “un esempio flagrante di immoralità e corruzione politica”, “l’ultimo episodio di politica turatiana fu l’Aventino, e fu esso pure, tradimento e fallimento”.
Anche il patto con Hitler dell’agosto del 1939 avviene da parte comunista nel venir meno della differenza tra democrazia e fascismo. Già il 7 settembre Stalin convoca il leader del Comintern, Georgi Dimitrov, e gli spiega: “La distinzione degli Stati capitalisti in fascisti e democratici ha perso significato (…) Rimanere oggi sulle posizioni di ieri (Fronte popolare unitario, unità della nazione) significa scivolare sulle posizioni della borghesia. Questa parola d’ordine cade”. In Europa – prosegue il leader del Cremlino – si è aperto un conflitto tra Stati capitalisti, ma da un lato ci sono quelli “ricchi” (Francia e Gran Bretagna) e dall’altro quelli “poveri” (Germania e Italia) e dunque il movimento operaio è naturalmente più vicino a questi ultimi.
A loro volta nazisti e fascisti elogiano il comunismo sovietico. Al ritorno da Mosca il ministro degli esteri di Hitler, von Ribbentrop, dopo la firma del patto con il suo omologo sovietico, Molotov, teorizza che” la Russia non ha più un regime bolscevico, ma si dirige a grandi passi sotto la direzione di un Fuhrer chiaroveggente verso un regime nazionalista a base socialista”. Benito Mussolini gli fa eco nell’ottobre 1939 sostenendo che in Russia il bolscevismo è morto ed è stato sostituito da “una specie di fascismo slavo”. Il 22 dicembre, dopo che l’Urss ha invaso la Finlandia, Molotov telegrafa a von Ribbentrop: “L’amicizia dei popoli tedesco e russo è suggellata nel sangue”. E Winston Churchill l’1ottobre 1939 aveva definito l’Urss “un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma”.

La seconda base ideologica che spiega la conflittualità comunista in seno alla Resistenza è la convinzione stalinista sulla inevitabilità della guerra tra comunismo sovietico e stati capitalisti. Infatti, nel 1956 al XX Congresso del Pcus la “destalinizzazione” coincise con l’abrogazione di questo dogma staliniano sull’inevitabilità della guerra con gli Stati Uniti e da Kruscev venne l’enunciazione della “coesistenza pacifica”.
Per Togliatti, conseguentemente, nel 1944-1945 la resistenza comunista non è “patriottica”, ma “internazionalista” e i comunisti guardano con favore le conquiste territoriali dei jugoslavi. Queste le istruzioni date ai partigiani comunisti: “Trieste, come tutti gli italiani veramente democratici e antifascisti, avranno un migliore avvenire in un Paese dove il popolo è padrone dei propri destini, che in un’Italia occupata dai nostri alleati anglo-americani”.
Al contrario sin dal settembre 1943, nel Cln Alta Italia, Dc e Partito d’Azione denunciano che i partigiani di Tito “sono animati da sentimenti di sopraffazione nei confronti della popolazione italiana” e insistono che “il Cln ha il dovere di difendere anche di fronte agli slavi i propri connazionali”.
Ma nel settembre del 1946, parlando al Comitato Centrale del Pci, Togliatti dichiarava: “Non possiamo ammettere il possesso di Trieste da parte del blocco imperialistico”.
Quella comunista si caratterizza spesso come “resistenza parallela” al di fuori del Cln. In particolare, i Gap, i “Gruppi di azione patriottica” promossi dai comunisti, nelle loro imprese terroristiche più eclatanti – l’attentato di via Rasella e l’uccisione di Giovanni Gentile – registreranno il rifiuto da parte dei Cln di Roma e di Firenze di emettere un documento di approvazione. Inoltre, alla vigilia della cacciata dei tedeschi del Nord Italia sull’onda dell’avanzata anglo-americana, i comunisti danno vita a propri “triunvirati insurrezionali” – per dirigere l’azione dei partigiani comunisti al di fuori del Cln Alta Italia – in Emilia, Piemonte, Lombardia e Veneto.
In questa “resistenza parallela” vi sono già i germi della futura Guerra fredda. Ma soprattutto emerge che la rottura dell’unità antifascista, con l’estromissione dei comunisti dal governo nel 1947, non fu – come è prevalentemente insegnata nei testi di scuole e università – l’esecuzione di un ”ordine” ricevuto da Washington, ma un parto con radici autonome.
Già nel novembre 1944, alla vigilia del secondo governo Bonomi che vedeva insieme Dc e Pci, Alcide De Gasperi – a vent’anni dall’Aventino – esprimeva a Luigi Sturzo i suoi timori verso i comunisti di Togliatti: “Fin d’ora la tattica di penetrazione è da loro perseguita con tenacia e frutto. Ho l’impressione che sperino di conquistare una dittatura di fatto attraverso le forme democratiche”.

Autore

  • Redazione

    Nuovo Giornale Nazionale è una testata Online totalmente indipendente, di proprietà dell’associazione Libera Stampa e Libera Comunicazione LIBERCOM.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui