
di Marco Pugliese
Ue, la retromarcia è servita: biocarburanti e motori endotermici anche post 2035
Eccola, la solita Europa dei burocrati, che prima detta legge con la baldanza del profeta tecnologico, poi arretra davanti alla realtà industriale come un soldato di fronte al nemico. La rivoluzione verde si sgonfia, non per viltà, ma per quella sapiente arte del compromesso che da sempre caratterizza la macchina europea.
Ma questa volta c’è di più: c’è l’Italia, c’è Eni. Protagonista silenziosa, strategica, che sta per incassare la sua più grande rivincita industriale dopo decenni di subordinazione energetica. I biocarburanti non sono più un optional, sono il grimaldello con cui l’industria italiana può scardinare l’egemonia elettrica tedesca e nord-europea.
Ursula von der Leyen, nuova Giovanna d’Arco dell’elettrificazione, scopre improvvisamente che il rogo dei motori termici potrebbe bruciare più industrie che CO2. Il suo illuminismo burocratico si scontra con la materialità dei fatti: migliaia di posti di lavoro, interi distretti industriali, l’orgoglio manifatturiero di nazioni come l’Italia, tremolano davanti alla mannaia del 2035.
Eni, con i suoi impianti di bioraffinazione, i suoi investimenti nei carburanti green, i suoi progetti di economia circolare, si candida a campione nazionale. Non più solo azienda petrolifera, ma architetto di una transizione intelligente. I laboratori di San Donato Milanese hanno già pronta la soluzione: biocarburanti avanzati, prodotti da rifiuti e scarti agricoli, che abbattono le emissioni senza cancellare un patrimonio industriale.
Ecco allora materializzarsi la soluzione tutta europea e tutta italiana: non si rinnega la meta, si ridisegna la strada. I biocarburanti, ieri considerati quasi un’eresia ambientale, oggi diventano la carta salvifica. Non più solo elettrico, ma un percorso più sfumato, dove l’innovazione non cancella la tradizione, ma la trasforma.
Il rapporto Draghi aleggia come un mentore silenzioso: neutralità tecnologica, dicono. Tradotto dal burocratese: non una rivoluzione, ma un’evoluzione. Si contano i bilanci di CO2 come si contavano una volta i conti in banca, cercando ogni possibile compensazione, ogni piccolo sconto.
Le case automobilistiche tirano un sospiro di sollievo. Le multe da 15 miliardi di euro si trasformano in una minaccia stemperata, quasi un ricatto gentile. I sindacati, che già vedevano operai finire nel tritacarne dell’obsolescenza, possono tirare un primo respiro.
È l’Europa, bellezza. Niente strappi definitivi, niente rotture traumatiche. Un compromesso che è insieme debolezza e forza, arte del possibile e visione del futuro. I motori termini non muoiono, si trasformano. E l’Italia, con Eni in prima linea, non subisce la transizione, ma la guida.





