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UN MONDO SENZA AMORE PIENO DI GURU

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di Carlo Di Stanislao
 
“Il sacrificio dell’amato per l’amante è molto più apprezzabile: l’amante infatti è entheos – invasato dalla divinità – mentre l’amato reagisce di sua volontà. Per tutto questo  Eros è il dio più venerando per età, più onorevole e potente ed è fonte di arete e eudaimonìa per gli uomini, vivi e morti”.
Platone, Simposio, Discorso di Fedro
 
Il discorso di Fedro,  è costruito sugli endoxa o opinioni autorevoli – di un poeta, di uno storico e di un filosofo – e sulla morale della vergogna. Nel dialogo a lui dedicato Socrate lo incontra intento a imparare a memoria un discorso di Lisia che sostiene una tesi esattamente opposta a quella presentata qui: Eros è follia (mania), e l’eromenos farebbe bene a cedere al corteggiamento di un pretendente non innamorato, che offre maggiore certezza contrattuale, piuttosto che a quello di un innamorato – pazzo e quindi inaffidabile.
 
L’uso del testo platonico come fonte fenomenologica consente di giungere ad alcune ipotesi sulla duttilità del sentimento della vergogna nel pensiero antico e sulla divergenza del percorso di crescita attraverso il superamento della stessa prospettato da Platone, rispetto al presunto itinerario evolutivo che, secondo un modello di matrice kantiana, dovrebbe portare a vedere nello sviluppo del sentimento di colpa il solo progresso significativo per l’acquisizione della consapevolezza di sé e dell’autonomia morale.
 
Ecco come il limpido pensiero antico viene modificato e l’amore che ci manca sempre e comunque, viene  soffocato da paura, vergogna  e senso di colpa.
Sempre nel Simposio, dopo il discorso pieno di amore del giovane Agatone, Socrate arringa i presenti e li induce a riflettere sul fatto che le belle parole possono pero’ ingannare e conclude: ” Vi è una sapienza superiore nella quale sussiste una verità assoluta che conduce alla libertà vera. Questa sapienza è fatta d’amore”.
 
Zygmunt Bauman ne Il “Demone della Paura” aveva compreso che i dominatori, gli arconti,  debbono soffocare il duetto amore/entusiasmo nella paura, per farci tremanti e quindi ubbidienti.
Pertanto crisi economiche, climatiche, conflitti religiosi, violenza domestica e urbana, pandemie e guerre ovunque debbono serpeggiare e non avere mai  fine. 
 
La paura è il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo.
Incerti, fragili, insicuri, ci sembra di non controllare più nulla, da soli, in tanti o collettivamente. A rendere la situazione peggiore, concorre l’assenza di quegli strumenti che consentirebbero alla politica di ricongiungersi al potere, permettendoci di riacquistare il controllo sulle forze che determinano la nostra condizione comune, fissando la gamma delle nostre possibilità e i limiti della nostra libertà di scelta. 
Un controllo che ora ci è sfuggito o ci è stato strappato dalle mani. Il demone della paura non sarà esorcizzato finché non avremo trovato (o più precisamente costruito) tali strumenti attraverso la conoscenza di noi e il recupero dell’amore che, essendo immortale, vince la paura primigenia: quella della morte. 
 
Ciò che manca in tutti noi è recuperare entusiasmo e con lui fiducia, speranza e  amore.
Entusiasmo viene dal greco 
ἐνϑουσιάζω «essere ispirato», da ἔνϑεος, composto  da ἐν «in» e ϑεός «dio»]. – e può essere tradotto  come avere Dio in noi, ovvero avere una forza o furore divino (ἔνϑεος), cioè la forza della pitonessa, dell’indovino, del sacerdote, nonché del poeta che supera la paura e si reca ad incontrare se stesso e gli altri attraverso se. 
 
Nel I secolo a.C. il Mediterraneo era infestato dai pirati che erano diventati una vera e propria piaga per viaggiatori, mercanti e città costiere. La loro flotta arrivò a toccare la quota di mille navi.
La potenza romana dovette affrontare la situazione in modo radicale e ci fu un uomo che riuscì a travolgere in soli tre mesi quel fenomeno diffuso con una strategia grandiosa, Pompeo.
 
Lo scontro finale si tenne in Cilicia, dove i romani cinsero d’assedio la  roccaforte dei pirati.  Essi vedendosi spacciati, chiesero clemenza. Pompeo li risparmiò e assegnò loro terre da coltivare, incarnando la missione civilizzatrice della Repubblicani romana.
Gli storici del tempo dissero che la clemenza di Pompeo era ispirata dagli dei, lui disse solo: “ogni uomo per quanto nemico va rispettato in quanto essere capace d’amore”.
 
Nel marzo del 2015 Roland Barthes, ha pubblicato un libro dal titolo apparentemente frivolo e sdolcinato: “Frammenti di un discorso amoroso”, in cui nota drammaticamente che il problema dei nostri giorni è la  mancanza d’amore in tutti i suoi aspetti.
 
Siamo una specie straordinariamente pericolosa. Abbiamo cacciato mammut lanosi, bradipi di terra e uccelli giganteschi come i moa fino all’estinzione. Abbiamo distrutto pianure e foreste per espandere l’agricoltura, modificando oltre la metà della superficie terrestre del pianeta. Abbiamo alterato il clima globale, per alimentare il nostro bisogno di fonti di energia.
È probabile che abbiamo direttamente distrutto altre specie umane con cui siamo venuti a contatto, per competizione e anche direttamente con la violenza. La storia è piena di esempi di popolazioni che combattono e spazzano via altri gruppi umani, e in questo momento possiamo contare numerosi esempi di attualità.
Fino alla scoperta di segni evidenti di genocidi avvenuti nel neolitico, i nostri predecessori sono stati spesso raffigurati come pacifici, nobili selvaggi, sostenendo che la nostra cultura, non la nostra natura, avrebbe creato la il confronto organizzato e violento fra gruppi. Ma gli studi sul campo, i resoconti storici e l’archeologia mostrano tutti che la guerra nelle culture primitive era intensa, pervasiva e letale.
 
Dagli studi paleontologi sappiamo che almeno un uomo di Neanderthal, proveniente dalla grotta di Shanidar in Iraq, è stato trafitto da una lancia al petto. Da quella lancia ai missili che oggi seminano devastazione e morte in Ucraina e a Gaza è cambiata solo la nostra tecnologia: il cablaggio dei nostri cervelli, invece, è a quanto pare rimasto lo stesso e la violenza organizzata continua a essere un tratto specifico di noi umani.
Nati da un atto d’amore siamo solo capaci di violenza.
 
Con la fine della Guerra fredda, molti hanno sperato che si aprisse un’era di pace, in cui tanta parte delle risorse indirizzate a mantenere l’equilibrio del terrore potesse indirizzarsi finalmente al miglioramento delle condizioni di vita dell’umanità.
Non è andata cosi’. E’ solo cambiata la tipologia dei conflitti, con una diminuzione di quelli fra Stati, un aumento dei conflitti interni internazionalizzati, ossia di quelli che pur mantenendo l’epicentro all’interno di uno Stato finiscono per coinvolgere altre nazioni, e una prosecuzione inalterata degli altri conflitti interni, ma con potenziale coinvolgimento di un numero sempre superiore di persone, anche in relazione alla diffusione del terrorismo.
 
Il rapporto dell’uomo con la sua distruttività è una questione dibattuta da secoli. Basti ricordare che mentre Jean-Jacques Rousseau sosteneva che disuguaglianza, oppressione e paura fossero un portato di una società complessa mal regolata, Thomas Hobbes sosteneva che la vita senza l’ordine sociale e una rigida gerarchia era “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”. Ma mentre alcuni studi antropologici della prima metà del secolo XX – come quello sugli Arapesh della Nuova Guinea, che nel 1935 portarono Margaret Mead a scrivere che “uomini e donne sono naturalmente materni, gentili, sensibili, e non aggressivi” – sembravano dare ragione al filosofo francese, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale si diffuse l’idea dell’uomo come “scimmia assassina”, in contrapposizione agli altri primati considerati invece pacifici. Un’idea che si faceva forte, anche forzandole, delle tesi sostenute da Konrad Lorenz nel suo libro “Il cosiddetto male”, che indicava l’aggressività come eticamente neutra, un istinto destinato a regolare problemi di territorialità, difesa della prole, selezione sessuale e ordine gerarchico.
 
La distinzione fra “noi” (ingroup) e gli “altri” (outgroup) è al centro anche degli articoli di Richard Crisp e Rose Meleady, dell’University of Kent, e di Naomi Ellemers, della Leiden University, che affrontano il problema del multiculturalismo e delle dinamiche di gruppo correlate.
L’aumento di tensioni e conflitti interni in paesi che  nei decenni scorsi hanno visto un flusso di immigrazione significativo ha portato molti a parlare di fallimento del multiculturalismo. Nel loro articolo, Richard Crisp e Rose Meleady illustrano una serie di recenti studi che mostrano come i nostri comportamenti sociali siano legati a due differenti sistemi cognitivi: da un lato, abbiamo un ancestrale propensione, cablata nei circuiti cerebrali, a classificare le persone nelle categorie “noi” e “loro”; dall’altro il nostro cervello ha anche un sistema dedicato all’aggiornamento delle aspettative sulla base di nuove informazioni.
 
L’esistenza di due sistemi per stringere alleanze, osservano gli autori, potrebbe spiegare i risultati divergenti in caso di contatto interculturale. Dove i gruppi tendono a essere chiusi in se stessi, ad agire è in prevalenza il primo sistema cognitivo, mentre dove la politica incoraggia le persone a far proprie più appartenenze sociali trasversali – in particolare quelle che sfidano le aspettative basate su categorizzazioni ancestrali – si mobilita il secondo sistema cognitivo che riduce le emozioni negative stimolando la creazione di nuove alleanze.
Insomma la clemenza verso il diverso e il  rispetto sono le basi per un amore che si faccia agape e annienti la nostra innata, biologica aggressività. Non vi è altra via. 
 
Affinché la nostra anima non sia in pena e la nostra condizione terrestre una tortura dobbiamo credere anche ad un futuro, che sia migliore del presente. Dobbiamo avere la possibilità di proiettarci in una condizione per cui tutte le fatiche e le sofferenze dell’uomo abbiano un senso, una giustificazione, uno scopo.
I giapponesi lo chiamano ikigai, i buddisti reincarnazione, i cristiani parlano di eterna beatitudine, i taoisti di realizzazione di un mandato attraverso il tempo..
 
È nella nostra natura umana credere a qualcosa di indimostrabile perché siamo noi stessi, ontologicamente, degli eventi inspiegabili, poiché inspiegabile è Dio e noi siamo a sua immagine.
Ma se l’aldiqua prende il posto dell’aldilà, se la tecnica sostituisce Dio, se all’esistenza degli uomini viene sottratto il significato del loro stare sulla Terra, perché bisogna vivere?  Il rischio è sprofondare nell’angoscia della nostra insensatezza e di trovare palliativi che ci sollevino da tanta inquietudine. Così, dopo il canto del cigno del Cristianesimo, noi occidentali abbiamo preso in prestito altre spiritualità da popoli lontani e le abbiamo riadattate in una forma  più smart e confortevole. Yoga, meditazione trascendentale, pratiche olistiche, pop-buddismo, sedute sciamaniche fuori città e aperture chakrali popolano ormai da un decennio il nostro immaginario, un menù a cui attingere in casi di spossatezza, stress, crisi coniugali e mal di schiena da scrivania. Se un tempo la spiritualità serviva a preparare i cuori alla morte che verrà, oggi ci si ricorre per sopravvivere alla vita che c’è già.
 
Una umanità cosi’ non potrà che essere insoddisfatta, arrabbiata, violenta.
Anche per i meno spirituali sono previste salvezze prêt- à-porter. Possono, infatti, fare sempre affidamento su altre pratiche e credenze come l’astrologia, il karma, la lettura dei tarocchi, il manifesting per cercare le risposte ai propri dolori o affrontare le piccolezze del quotidiano e la violenza dell’universo.
 
Dal dopoguerra ad oggi, numerosi registi nostrani sono stati influenzati dal magico e dal mistico. Primo fra tutti Fellini che dell’irrazionale non solo ne ha fatto una cifra stilistica nei suoi film, ma l’ha utilizzato come lente attraverso cui osservare il mondo. “Il cinema mi ha risucchiato, ma io volevo fare il mago” confidò al suo assistente alla regia, Filippo Ascione. In Fellini e gli incontri paurosi, articolo raccolto nei Misteri di Italia, Buzzati racconta come il regista riminese abbia condotto un viaggio alla scoperta di medium, curatori, uomini che si credevano animali, per acquisire una visione fantastica e un’aura surreale da trasporre nei suoi film – Giulietta degli spiriti in primis. Ma alla magia poetica si affianca anche il realismo contemplativo di Vittorio de Seta che ha documentato il quotidiano dei pastori, pescatori e contadini in cui i canti, la ritualità, la devozione verso la natura costruiscono un mondo perduto di incanto e di piccoli miracoli.  
 
Pulire i propri chakra, trovare il proprio centro, stare bene con se stessi sono formule che sentiamo ripetere ogni giorno e che sembrano far parte della stessa ricetta con cui la nostra società impasta noi individui, allenati interiormente a sopportare le necessità e le regole sempre più stringenti della macchina capitalista.
Ma nessuno che ci dica che la risposta è quella data da  Pompeo 21 secoli fa e non da cialtroni che si fanno chiamare guru.
 

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