
di Giuseppe Augieri
Qualcuno lavora per dare più spazio all’astensione
Al di là dei titoloni di “Repubblica” che parla di “crolli” (meno zero virgola qualcosa), il persistente gradimento del centrodestra – che a due anni dalle elezioni mantiene un consenso pari o superiore a quello elettorale – va spiegato affiancando alla “politologia” il cercare di comprendere come funziona, detto senza alcuna offesa, “la pancia” degli elettori. Dico la mia.
L’ex PCI non ha solo sulle spalle il crollo – ormai quarantennale – del sogno del socialismo reale, quello di un paradiso in terra che non c’è e non è proponibile.
Il suo vero problema è che è andato al Governo.
E quando le sue proposte – giuste ma non possibili, fatte per anni con tranquillità perché la “conventio ad escludendum” lo metteva al riparo dal doverle concretizzare – hanno avuto uno stop, l’elettorato ha sbandato. In più è arrivato il M5Stelle. Scavalcato “a sinistra” con proposte popolari, ma populistiche, da chi orgogliosamente dichiarava di non avere ideologie, l’attuale PD non è stato capace di denunciarne la demagogia ma si è messo pigramente sulle sue tracce. E poiché quelle proposte hanno mostrato tutto il volo disvalore, l’effetto è stato una fuga dal voto a sinistra. Ciliegina sulla torta, il PD ha conservato “di se” le discussioni fra le correnti, le verbose dispute su problemi che non interessano all’elettorato, la tendenza al più esagerato catastrofismo. Poi si sono aggiunti gli “attentati” alla questione morale. Ma è un altro capitolo.
Questa fuga di voti si è concretizzata in una “prima volta” del centro-destra, votato non perché gli italiani fossero sicuri che Meloni e compagni facessero miracoli, (insisto che due anni di accuse a Meloni e soci di essere stati incoerenti e bugiardi non ha sortito effetti tangibili, anche perché spesso strumentali) ma perché sono così delusi dalla sinistra (e dei Cinque Stelle), che il principio fondamentale è stato: «Proviamo anche questi qua». E poiché l’opposizione prevede ogni giorno sfaceli e catastrofi che non ci sono, e i disastri che si devono affrontare hanno origine nelle precedenti demagogie (il popolo non è scemo come si vorrebbe, e comprende cosa è successo), questo consenso al Governo regge.
L’opposizione oggi si limita a remare contro, su tutto. Proposte poche (non tocca a noi farle, dicono) e, oltre a praticare un fascismo revanscista che non sembra gli italiani vedano da nessuna parte e fanno inoltre sbagliare bersaglio, quelle messe sul tappeto sono indicazioni che parlano di spese, spese e ancora spese. Ignorando drammi già provocati dal “poi si vedrà chi paga”.
In definitiva, nel concreto senza proposte e ideologicamente ancora in cerca di un nuovo che vada oltre il marxismo; imbacuccati nel peggio del neo-liberismo (che si dice di voler respingere ed invece si segue, non solo con la partecipazione alla finanziarizzazione dell’economia, ma anche con la subordinazione alle logiche culturali del woke, del cancel culture, del green estremo, della deformazione del valore delle libertà…) non si trova di meglio che limitarsi a mettere sotto accusa sempre e comunque il Governo, lavorando per l’abbandono delle simpatie di cui gode.
Un lavoro che però finisce solo per sottolineare ogni e tutte le derive della politica. Che alimenta la sfiducia nella politica. Quello che non si capisce è che perpetuare questo modo di fare – in verità di non fare – opposizione, potrà al più spostare i voti verso l’astensione, non verso l’isola che non c’è. E poiché l’elezione dei parlamentari non prevede un quorum, tutto questo non cambia di una virgola la situazione. Resta il fatto che l’isola non c’è; e non si vede l’inizio lavori.
Il Pci, e tutte le sue successive evoluzioni, si sarebbero salvati se, invece di assassinare il Partito Socialista, avessero saputo raccoglierne il messaggio e coltivarne gli ideali democratici e moderati. La grande stagione, anche europea, del dibattito a sinistra (a proposito: oggi ricorre il cinquantenario della rivoluzione dei garofani) e dell’affermazione del socialismo libertario, progressista, riformista, che ha raccolto consensi e disegnato sviluppo, benessere e welfare, sembra non suggerire nulla. Anzi, più si appalesano le difficoltà della sinistra, più si disegna un quadro ideologico nel quale qualsiasi apertura di alleanze verso il centro viene vissuta come una nemesi culturale, un’offesa all’essere sinistra, un cedimento alla “borghesia”. Mi sembrano follie.
Questo però vale anche per i socialisti. Vivere di ricordi non serve: e la politica non si fa con i risentimenti. La diaspora deve terminare. Certo, se la scelta del PD resta quella attuale, non c’è spazio neanche per iniziare una discussione. Ma c’è spazio, anche così, per proporre, sollecitare il cambiamento. Qualcuno pensa che i socialisti non ne abbiano titolo, e né diritto?
Craxi nel 1981 con un “messaggio” a Berlinguer inviato tramite Scalfari, e poi nel 1982 quando fu evidente la precarietà del Governo Spadolini, ed ancora nel 1983 al Congresso PCI, e su tutto con la spinta per la presenza del PCI nell’Internazionale Socialista, fece alcuni tentativi. Infruttuosi. Ma l’alternativa era se potesse essere il PSI o la DC al centro della rete.
Oggi l’alternativa è mantenere quello che c’è. O incrementare solo l’astensione.





