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I DUE ANTIFASCISMI

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di Lucio Leante

La vicenda Scurati-Rai mostra tra l’altro come ancora circoli in Italia un doppio significato della parola “antifascismo”; un doppio significato che riflette i due antifascismi che uscirono dalla Seconda guerra mondiale. Da un lato vi fu l’antifascismo filosovietico e “rivoluzionario” egemonizzato dai comunisti e dall’altro vi fu l’antifascismo liberale, democratico, monarchico o cattolico che era antitotalitario e quindi anche anti-comunista. Per varie ragioni (che qui non rileva ricordare) il primo riuscì ad oscurare e, in parte, a fagocitare il secondo riuscendo anche a far passare la bizzarra tesi per cui chi fosse anticomunista non poteva essere un “vero democratico” e, quindi, nemmeno un vero antifascista.

Il predominio dell’antifascismo filo-comunista fu dovuto anche al fatto che molti intellettuali di svariata ispirazione trovarono “progressivo” e conveniente aderire all’antifascismo filo-comunista e farsene fagocitare. Molti, tra cui diversi ex fascisti, aderirono al marxismo, alcuni di loro anche al Partito comunista. Molti altri preferirono il ruolo apparentemente indipendente di “compagni di strada”.  Il Partito comunista , nonostante la scivolata filo nazista sulla scia staliniana degli anni 1939-1941, e, nonostante la sua successiva connivenza con il totalitarismo sovietico, riuscì a farsi passare per la forza più radicalmente anti-fascista e quindi ad apparire persino “la più democratica” al punto da poter -distribuire le patenti di antifascismo e quindi anche quelle di “sincero democratico” (un’espressione che designava in pratica gli intellettuali filo-comunisti disposti a chiudere gli occhi sul totalitarismo sovietico).

L’equivoco dei due antifascismi è continuato e continua da allora a serpeggiare in Italia perché i post-comunisti, nonostante la loro repentina conversione sulla via del liberalismo, continuano a respingere la categoria del totalitarismo che, fatte le debite differenziazioni, consente di condannare sia il “nazi-fascismo”, sia il comunismo come due diverse espressioni di uno stesso fenomeno politico (e parareligioso di adorazione di assoluti terrestri come la Classe, il Partito, la Razza o la Nazione) del ‘900.

I post-comunisti e i loro compagni di strada ancor oggi non ne vogliono sapere di dichiararsi anti-totalitari ed anti-comunisti perché ciò significherebbe abiurare la loro fede professata per decenni e ammettere la superiorità dell’antifascismo liberal-democratico e anti-totalitario.

Dall’altra parte, gli eredi dell’anticomunismo e in particolare quelli della destra nazionale, nonostante le ripetute prese di distanza dal periodo fascista, riluttano a definirsi “antifascisti” perché ciò significherebbe automaticamente in Italia ancora oggi aderire a quel significato, a quel concetto e a quel tipo di anti-fascismo filo-comunista (e filototalitario) che ha egemonizzato ed egemonizza ancora il linguaggio pubblico nel nostro paese.

Insomma, a mio avviso, solo quando i post-comunisti  ed i loro intellettuali compagni di strada di ieri e di oggi, si decideranno a condannare apertamente e senza remore o riserve mentali, il totalitarismo comunista e si dichiareranno anti-comunisti (contribuendo così a conferire alla parola antifascismo un significato univoco e non equivoco e cioè anti-totalitario e non filo-comunista), solo allora potranno chiedere a chi ha fatto dell’anticomunismo il cuore della sua identità politica di dichiararsi “antifascista”.  Ma temo che dovremo aspettare parecchio.

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  • Redazione

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