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DANTE E I BEATLES, UN IMPENSABILE COLLEGAMENTO

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Chi è il relatore. 

Dario Sardo è professore di lettere. Nella sua lunga carriera professionale, svolta interamente nell’ambito dei Centri Provinciali dell’Istruzione dell’Età Adulta, ha tenuto vari corsi di lettura integrale della Commedia di Dante connessi ad attività di ricerca letteraria laboratoriale.

Ha recentemente pubblicato il saggio – recensito positivamente dalla Società Dantesca Italiana – «Dante e la sfera di Alano: la metafora del cerchio nel Sermo de sphaera intelligibili di Alano di Lilla e nel Paradiso di Dante» in cui approfondisce una certa idea connessa alla metafora del cerchio largamente impiegata in Dante. Collabora con varie riviste, tra cui quella della Fondazione Civiltà Bresciana sulla quale ha pubblicato il recente articolo “Fra Dolcino e le eresie nel bresciano”.

“Amor che ne la mente mi ragiona”: A come AMORE.

La parola A compare in tutta la poetica dantesca, con graduale intensificazione partendo dalle Rime sino a giungere al Paradiso: la parola amore ricorre 19 volte nell’Inferno (di cui ben 7 nel canto di Paolo e Francesca), nel Purgatorio 50 volte e nel Paradiso, – la cantica a più alto tasso teologico – 85 volte.

L’amore pervade tutta la letteratura dantesca, ma è nella Commedia che raggiunge il suo trionfo, legato alla celebrazione della figura della donna come soggetto femminile capace di salvare l’uomo dalla perdizione eterna della selva oscura.

Dall’inizio alla fine della sua produzione poetica Dante declina l’A. in tutte le sue forme: passionale e familiare, terreno e divino, disperato e soave.

Dall’amore terreno iniziale per Beatrice (L’A. personificato e sempre scritto con lettera maiuscola) – sotto la cui forza si piange e si ride, l’amore che incontra per la prima a nove anni –:

io sono stato con Amore insieme

de la circulazion del sol mia nona,

e so come egli affrena e come sprona

e come sotto di lui si ride e geme.                 Rime, L, 1-13

all’amore che coincide con la si definizione di Dio stesso con il quale inizia e termina il Paradiso:

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove                    Par., I, 1-3.

 

Ma già volgeva il mio disio e ‘l velle

sì come rota ch’ igualmente è mossa

l’amor che move il sole e l’altre stelle.           Par., XXXIII, 142-145.

 

Dante definisce sè stesso “fedele d’amore” in tre sonetti – Dante templare? [1] – in questi parla degli elementi del suo amore per Beatrice: il saluto a Beatrice, la distinzione tra gli occhi, che sono il principio di amore, dalla bocca che è il fine dell’amore, l’amore insomma nella donna come gentilezza e fede che è l’amore con la quale vede Beatrice divenuta:

 

spirital bellezza grande / che per lo cielo spande / luce d’amore che gli angeli saluta (Vita Nuova, XXXIII, 8-24).

Già nel Convivio il poeta ribadisce la centralità dell’amore – amor che ne la mente mi ragiona – sino ad eleggerlo poi a sinonimo dell’essenza stessa di Dio, l’eternità:

Sì come lo Divino Amore è tutto etterno, così convien che sia etterno lo suo obietto di necessitate, sì che etterne cose siano quelle che esso ama. E così face a questo amore amare, chè la sapienza, ne la quale questo amore fere, etterna è. (Conv. III, XIV, 7).

Così come l’amore divino è completamente eterno, così è necessario che sia eterno il suo oggetto cui necessariamente si rivolge, così che siano eterne le cose che esso ama. E così (cioè in eterno) dirige il suo amore nel suo esprimersi (face a questo amore amare) perché la sapienza, nella quale questo amore finisce (fere) è eterna.

Qui non si può non cogliere l’insistita ricorrenza dei due termini complementari – etterno e amore – che troviamo entrambi ripetuti ben quattro volte nello spazio di sole due righe.

Però il più esplicito rimando al concetto di amore divino come eternità credo lo si possa cogliere racchiuso in un distico di straordinaria concisione evocativa, l’autodefinizione che probabilmente Dante avrebbe voluto come epitaffio sulla sua tomba:

ïo, che al divino da l’umano,

a l’etterno del tempo era venuto,

                                                       (Par., XXXI, 36-38)

All’inizio dell’Inferno l’A. è la passione intellettuale, il desiderio di conoscenza (desiderio= de sidera, che attiene alle stelle e quindi al divino) di cui è debitore a Virgilio:

 

«O degli altri poeti onore e lume,

vagliami ‘l lungo studio e il grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.         (Inf., I, 82- 84)

Amore è ciò che muove Beatrice che ha mandato Virgilio in soccorso del poeta:

 

 

 

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno dal loco dove tornar disio;

amor mi mosse che mi fa parlare

                                                           (Inf., II, 70-73)

Nel Purgatorio Dante esprime con forza come la sua vera professione di poetica sia incentrata sull’amore, di cui lui altro non è che un (umile) scriba, uno scrivano che esegue il suo compito sotto dettatura poiché chi detta – e quindi il vero autore della poesia – è Amore:

 

E io a lui«io mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch’ei ditta dentro vo significando»         Purg., XXIV, 52-54 

 

«Io sono soltanto uno che quando amore mi parla dentro, annnoto quello che mi dice e cerco di trascriverlo via via esattamente nel modo in cui lui, Amore, me lo detta.

L’amore di cui Dante “è fatto scriba” è anche quello dei due celeberrimi amanti dell’Inferno – lussuriosi, peccator carnali – Paolo e Francesca, al canto V, dove la parola amore viene ripetuta 7 volte, di cui ben 5 (amor, amato, amar) è riferita ai due (vv. 100-107):

 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui della bella persona

che mi fu tolta; e il modo ancor m’offende.

Dove l’amore che attecchisce immediatamente in un cuore nobile – legame indissolubile teorizzato dai trovatori dell’amor cortese – è messo sulla bocca di Francesca da Dante che riprende un verso (v.11) della canzone Al cor gentil rempaira sempre amore di Guido Guinizzelli che recita «Foco d’amore in gentil cor s’aprende, mentre la terzina

Amor, ch’ a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Il costui piacer sì forte è la passionalità tutta fisica e terrena – piacer deriva dal provenzale plazer che significa bellezza – che, con finissima intuizione psicologica, serve al poeta ad esaltare l’ingrediente sostanziale del rapporto d’amore che ne costituisce l’essenza stessa: la reciprocità del sentimento, poiché nessun amato può sopportare di non essere, a sua volta, amato.

Ed è l’amore – Eros e Thanàtos – che conduce Paolo e Francesca alla morte.

Amor condusse noi ad una morte

Caina attende chi a vita ci spense.

L’amore ha condotto Paolo e Francesca ad una medesima morte, ma chi li ha uccisi a tradimento sarà punito nel fondo dell’Inferno – la Caina – che accoglie i traditori dei parenti.

Paolo e Francesca sono i peccator carnali, per la lussuria dei quali si impone una digressione.

Innanzitutto, una premessa che sgombra il campo al sospetto di un Dante sessuofobico: la lussuria non è la condanna del piacere sessuale tout court ma la condanna di un “eccesso” d’amore mal diretto, i peccator carnali sono coloro che “la ragion sommettono al talento”. Francesca, uccisa per amore, è il prototipo dell’eroina femminile che non si pente del suo amore che lo rivendica anche con forza straordinaria nella pena dell’Inferno (i due amanti a differenza degli altri lussuriosi sono avvinghiati nella bufera che li punisce – la bufera infernal che mai non resta – e Francesca non riesce a capacitarsi della violenta dismisura tra il suo amore e l’enormità delle sue nefaste conseguenze, la crudeltà dell’uccisione da parte di Gianciotto che ancora Francesca rivive con orrore). Una precisazione nel caso in cui sia vera la storia di Francesca che c’è stata trasmessa non da Dante ma da Boccaccio e dai commentatori della Commedia: dovremmo prendere in considerazione le sue relazioni cioè quella matrimoniale e quella adultera; secondo questa versione Francesca da Rimini, figlia di Guido il vecchio da Polenta, era stata data in sposa a Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, zoppo e ormai anziano, per sancire la pace tra le due famiglie nemiche, i  Malatesta e i Polenta; si sarebbe trattato insomma di un matrimonio che perseguiva il puro utile. Prima di cominciare il suo racconto Francesca riconosce il proprio peccato con una sorta di reticenza – noi che abbiamo macchiato il mondo di color di sangue – con allusione si badi bene alle loro morti violente non al peccato di lussuria. Del resto, Francesca, irriducibile, manifesta non tanto il pentimento quanto piuttosto il rimpianto di non poter pregare Dio che purtroppo non è amico di queste anime.

A Francesca, insomma, viene imposto l’amore attraverso un matrimonio di convenienza e la conseguenza è che alla fine Francesca si innamora di Paolo, fratello del marito, e cerca in lui ciò che non aveva trovato in Gianciotto.

Dante crea intorno al racconto di Francesca un’atmosfera di profondo raccoglimento, un intervallo di pace e di silenzio nell’assordante frastuono del secondo cerchio nell’inferno. Qui e altrove il suo è un sentimento di profonda umana pietà nei confronti del peccato e del dei peccatori. Nessuno ormai legge più la pietà di Dante come contraddittoria: da una parte c’è la condanna morale per il peccato ma dall’altra vi è la partecipazione umana alla sofferenza dei peccatori, quella pietas che è uno dei tanti motivi grazie ai quali Dante ci è più attuale.

All’inizio del Purgatorio (secondo canto) l’Amore è l’amicizia celebrata nell’incontro tra Dante e il musicista Casella, fraterno amico di Dante che cerca di abbracciarlo invano per tre volte (simbologia del numero), colui che, forse, mise in musica la poesia dantesca sulla bocca del quale il poeta mette la canzone del Convivio “Amor che ne la mente mi ragiona”.

La musica, espressa dalla soavità del canto collettivo delle anime sbarcate dalla navicella dell’angelo nocchiero sulla spiaggia del Purgatorio, è per esse un vero e proprio programma terapeutico che accompagna il loro cammino penitenziale.

La musica e la poesia – quella di Dante e dei Beatles – non salvano il mondo ma possono accompagnarci nel mondo per viverlo meglio.

       

E io: «Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l’amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l’anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!  

“Amor che ne la mente mi ragiona”

cominciò elli allor si dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.    (Purg., II, 106-114)

Se qualche nuova legge non ti toglie la memoria o la pratica del canto d’amore che solleva addolcire tutti i miei dispiaceri, ti prego, conforta con quel tuo canto d’una volta l’anima mia ma che venendo qui col suo corpo si è così affaticata. Allora egli intonò con tanta soavità “Amor che nella mente mi ragiona”.

Su richiesta di Dante Casella intona Amor che nella mente mi ragiona la canzone dantesca del Convivio qui presentata tra l’altro come canzone amorosa mentre nel trattato essa appare piuttosto una canzone filosofica e l’amore che vi si celebra è quello della Sapienza.   L’invito di Dante rivolto all’amico fraterno crea un momento di svago e di vagheggiamento amoroso – un Intermezzo musicale – in cui le anime dei penitenti appena sbarcati sembrano volersi perdere quasi a dimenticare i loro doveri di proseguire il cammino.

Ci pensa Catone a rimproverarli severamente e a ricondurli  al loro dovere: «Cosa vi piglia? Che indugio è questo? Su al monte, a cominciare le vostre penitenze!»

                     

 

Ma cosa c’entra Dante con i Beatles?

Cosa hanno in comune l’amore dei Beatles – “All you need is love”– in cui la parola amore è ripetuta nel brano 39 volte e 613 volte nelle loro canzoni – con “l’amor che move il sole e l’altre stelle” di Dante?

 

 

 

 

 

A tale riguardo avanzo alcune mie personalissime idee legate ad altrettanto personalissime suggestioni.

A mio parere la ricerca spirituale, il senso del divino e della trascendenza – per Dante il paradigma è il nome di Dio con cui inizia e finisce il Paradiso – lo vedo riflesso maggiormente nella fase mistica dei Beatles (l’India, la fascinazione per il Maharishi, la meditazione trascendentale, la psichedelia, Timothy Leary, ecc.) di cui fu (forse il più convinto, certamente il più duraturo) interprete George Harrison, cantore di un Dio-Amore politeista (Krishna,  Rama, Brahama,Vishnu ecc. ): 

 

My Sweet Lord / Hm, My Lord / My Lord, / my sweet Lord /

I really want to see you / I really want to be with you Lord /

But it takes so long my Lord…  

(All things must pass, 1970)

Penso ancora all’amore che salva il mondo di “Within you without you”, il brano composto da George il primo giugno del 1967:

 

About the love we all could share

when we find it

to try our best to hold it heare

With our love

With our love

We could save the word

                             

(Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band)  

L’amore che può salvare il mondo di George è la piccolezza dell’uomo di fronte all’universo di Dante che dà l’addio alla terral’aiuola che ci fa tanto feroci – per immergersi e trovare rifugio nell’amore del Paradiso:

 

L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom’ io con gli etterni Gemelli,

tutta ma apparve da’ colli e da foci,

poscia rivolsi lì gli occhi agli occhi belli.   Par., XXII, 151-154.

 

La terra, la piazzola, che ci fa essere, noi uomini, così feroci gli uni con gli altri, mentre io mi volgevo intorno ad essa nel segno dei Gemelli, mi apparve tutta, dalle montagne alle foci dei fiumi.

Poi rivolsi gli occhi agli occhi belli di Beatrice.  

Penso ancora alla Beatrice del sonetto della Vita nuova (Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta, di scolastica memoria)[2] il cui andare – ella si va benignamente d’umiltà vestuta (ella si muove in modo tale vestita solo di umiltà) – non riflette solo la nobiltà d’animo della donna- angelo degli stilnovisti ma le terrene movenze di una donna in carne ed ossa che si muove in tutta la sua grazia, qui sulla terra e non nel Paradiso, in tutta la sua bellezza –  straordinariamente terrena – come solo una donna sa fare.

Questa donna è la stessa donna di “Something” [3] per queste –“indimostrabili“ – analogie:

  • il modo di muoversi – somethig in the way she mooves – traduce ella si va sentendosi laudare della Betrice di Dante

 

  • il suo modo di fare – something in her style that shows me

che accosto a Mostrasi sì piacente a chi la mira / che dà per gli occhi una dolcezza al core che intender non la può chi non la prova

 

  • le cose che dimostra – something in the things she shows me – che accosto apar che sia una cosa venuta / da cielo in terra a miracol mostrare.

 

Un altro accostamento tra i Beatles e Dante è il sole.

 

Nel brano “Here comes the sun”, esaltazione “mistica” dell’alba (aurora dalle rosee dita), la parola è ripetuta 22 volte.

La parola sole, inteso come pianeta o in senso metaforico, compare in D. in un esponenziale e innumerevole numero di volte.

II sole apre la poesia mistica del Paradiso: è l’Empireo, il cielo più vicino a Dio, quello che più abbondantemente riceve la sua luce, il cielo in cui è consentita al poeta la visione di Dio:

Nel ciel che più della sua luce prende

fui io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;   Par., I, 3-6.

Un’ultima suggestione legata al verso più celebre della Commedia – Nel mezzo del cammin di nostra vita: la metafora della strada lunga e tortuosa -– The long and winding road – non è forse la stessa metafora del viaggio lungo e tortuoso che D. compie non solo nella Commedia ma nella sua stesa vita di esule?

 

Vorrei a questo punto “dare i numeri” per introdurre la simbologia dei numeri nella commedia.

Il senso medievale del numero e la simbologia ad esso correlata domina la cultura del Trecento.

La numerologia di Agostino – che influenza non poco Dante – è disseminata in molte delle sue opere.

Il punto di partenza e il motore delle speculazioni numerologiche agostiniane è la convinzione che a ogni essere creato competono dei numeri.

Il creato esiste solo in forza del numero; se alle creature si toglie il numero esse si disgregano nel nulla:

«Intuere caelum et terram et mare et quaecumque in eis vel desuper fulgent vel deorsum repunt vel volant vel natant. Formas habent quia numeros habent ; adime illis haec, nihil erunt» De libero arbitrio , II,42, PL, XXXII, 1263.

Guarda il cielo, la terra, il  mare e tutte le cose che in essi o in alto brillano o in basso strisciano, o volano o nuotano. Hanno forme perché hanno numeri, togli loro questa proprietà, non saranno nulla.

Agostino fonda le sue convinzioni sull’idea di ordine, che abbraccia e spiega tutto ciò che esiste.  Nelle parole del libro della sapienza di Salomone troviamo:

«omnia in mensura, numero et pondere disposuisti» (tu – Dio – disponesti ogni cosa secondo il numero la misura e il peso.

Dante, traduce il concetto riferendolo al numero: il numero è l’ordine su cui è costruito “l’universo a Dio somigliante” :

 

Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l’universo a Dio fa somigliante                 Par., I, 103-105

 

e in questa ordinata forma dell’universo tutte le nature inclinano all’ordine armonioso e ciascuna – attraverso “il gran mare dell’essere” – si muove verso differenti destinazioni (porti) guidata dall’istinto che le è stato infuso:

                              Ne l’ordine ch’i dico sono accline

                              tutte nature, per diverse sorti,

                              più al principio loro e men vicine;

                              onde si muovono a diversi porti

                              per lo gran mare de l’ essere, e ciascuna

                              con istinto a lei dato che la porti.                                                                                   Par., I, 109-114.

E questa è la legge che il Medioevo vedeva rivelata da Dio: la struttura, l’ordine, che originando da Dio e riconducendo a Dio abbraccia tutto il gran mare dell’essere, come cerchio cosmico (cfr. la metafora del cerchio del mio saggio). 

              

Diamo i numeri? Simbologia dei numeri nella Commedia: qualche esempio.

L’esempio più immediato è il 3 – che rappresenta la trinità – e i suoi multipli – come il 9 – che D. (già in Vita Nuova, “io sono stato con Amore insieme de la circulazion del sol mia nona» l’incontro con Beatrice a nove anni) identifica come la massima espressione dell’amore divino in quanto esso è la radice quadrata di 3.

I numeri più ricorrenti in Dante:

 

1 è l’assoluto, l’origine di tutte le cose, il monoteismo.

 

3 la trinità, la perfezione divina, la conoscenza.

 

7 la perfezione riferita all’umano: i giorni della creazione e della settimana, i 7 peccati capitali corrispondenti alle 7 cornici del Purgatorio, i 7 pianeti (= astri erranti nel medioevo) del sistema solare tolemaico (Luna, Sole, Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno).

 

9 gli anni di D. al suo primo incontro con Beatrice

 

10 numero perfetto, è la totalità della realtà espressa nei 10 comandamenti.

Dante sceglie il 3 per costruire la struttura della Commedia: 33 canti x 3 cantiche = 99 + 1 canto introduttivo = 100 (10, numero perfetto, moltiplicato per sé stesso). Tutto il poema è scritto in terzine per un totale di oltre 14000 endecasillabi.

 

 La trinità nell’1, il 2, il 3

L’esempio più immediato è la terzina con cui Dante enuncia la formula trinitaria. I numeri sono indissolubilmente legati tra loro retti dalla reiterazione del sempre con cui i nomi di Dio – L’Uno = il Padre, Due = il Figlio, Tre = lo Spirito Santo – sono enunciati in forma chiasmica (1, 2, 3 e poi all’inverso 3, 2, 1) e tradotti in numeri:

Quell’uno e due e tre che sempre vive

e regna sempre in tre e ‘n due e in uno

non circuncscritto, e tutto circunscrive          (Par.,XIV, 27-30)

 

 

Il 4 e il 3: i «quattro cerchi e le tre croci, l’inizio del Paradiso:

Surge ai mortali per diverse foci

                      la lucerna del mondo; ma da quella

che quattro cerchi giugne con tre croci,

                      con miglior corso e con miglior stella

                      esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella. Par., I, 37-42

Come al solito, il racconto del viaggio inizia con una complessa, quanto enigmatica, rete di riferimenti cosmologico-astronomici, nel cui ginepraio conviene non avventurarsi.

Semplificando possiamo dire che Dante si trova a volare con Beatrice, lungo la verticale ascensionale Purgatorio-Luna, verso il Paradiso nel momento in cui il sole, nel segno favorevolissimo dell’Ariete, è prossimo al punto dove spunta l’equinozio di primavera generando, in tal modo, la figura dei quattro cerchi, tre dei quali vanno ad intersecarsi con il quarto, cioè l’orizzonte astronomico, sino a formare tre croci.

Quattro cerchi, come le virtù cardinali; tre croci, come le virtù teologali: 4 + 3 = 7 il numero della perfezione. Sette i sacramenti, sette i peccati capitali, sette i gironi infernali, sette le cornici del Purgatorio, sette i pianeti e le sfere celesti del Paradiso ecc. Il sette è numero sacro, indica la perfezione.[4]

 

Tre cerchi – tre giri di tre colori diversi e d’una contenenza – simbolo del mistero trinitario (vedi i cerchi trinitari di Gioacchino da Fiore):

Ne la profonda e chiara sussistenza

                      de l’alto lume parvemi tre giri

                      di tre colori e d’una contenenza;

                      e l’un da l’altro come iri da iri

                      parea reflesso, e ‘l terzo parea foco

                      che quinci e quindi igualmente si spiri.

Par., XXXIII, 115-120

Nel profondo della luce divina appaiono a Dante, rappresentanti la Trinità nella figura del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, tre giri , tre sfere o dischi di tre colori diversi e della stessa dimensione: l’uno, il secondo di quei giri, sembrava riflesso dal primo come un arcobaleno si raddoppia da un altro; i due arcobaleni (iri) sono il Padre e il Figlio, quest‘ ultimo generato dal primo e a lui identico nella natura divina, mentre il terzo sembrava un giro di fuoco che venisse alimentato dall’uno e dall’altro in egual misura.

Potremmo dire che tutta la struttura della Commedia è fondata sui numeri e sulla loro non sempre chiara valenza simbolica; i numeri insomma diventano delle tracce che ci guidano ai punti più importanti dell’opera di Dante, fornendoci indispensabili elementi per decodificarla. Non si parli di esoterismo occulto ma si tenga conto semplicemente che i numeri (e il loro simbolismo che permea tutta la cultura medievale) e le proporzioni legate a detti numeri sono i mezzi con cui il poeta certifica la sua opera come parte della creazione del Sommo Artefice poiché solo i numeri ne rappresentano la veridicità e la perfezione.

Lo studioso tedesco – Manfred Hardt – alla fine delle oltre 300 pagine del suo «I numeri della Divina Commedia» si chiede chi poteva leggere ed interpretare i criteri numerologici della struttura della Commedia, in punti ben occultati riguardanti la posizione di centralità dei canti a seconda della loro tematica o le ricorrenze dei nomi riferiti al divino – il termine grazia, i vari nomina Dei, celati in criteri di ordine di successione esoterici.

E noi con lui ci chiediamo. A chi era rivolto questo messaggio numerico esoterico? Quale lettore era in grado di decodificarlo? La risposta è: pochissimi, probabilmente solo Dante stesso. Ma allora tutto questo a chi era diretto, a cosa serviva questo messaggio? La risposta dello studioso è disarmante nella sua semplicità: l’esoterismo dei numeri non deve nascondere significati occulti – dietro il velame de li versi strani  – in quanto esso rappresenta per Dante la sua intima e più immediata via per comunicare con Dio. Dio è il destinatario di tutta la complessa costruzione numerologica dantesca. Il numero rappresenta per Dante il mezzo privilegiato per essere vicino e parlare con Dio.

*Tratto dal mio saggio DANTE E LA SFERA DI ALANO. La metafora del cerchio nel Paradiso di Dante

 

 

 

Il numero nei cerchi trinitari di Giacchino di Fiore

… e lucemi da lato il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato… (Paradiso, XII, 139-141).

E la metafora della strada lunga e tortuosa dei Beatles – Long and winding road – non è forse la stessa metafora della lunga e tortuosa strada del lungo viaggio  di Dante?

E l’amore che fai – che  intendo piuttosto come l’amore che dainon è quello stesso che (forse)  salverà il mondo e almeno che lo rende di molto migliore?  

E alla fine l’amore che prendi è uguale all’amore che fai

And in the end the love you take is equal

The love you make

The end – Abbey Road    

 

[1] D. con l’amico Guido Cavalcanti avrebbe fatto parte della setta iniziatica chiamata “Fedeli d’amore ” una  sorta di ramificazione dell’Ordine Templare;  una medaglia conservata al museo di Vienna riproduce l’effigie di Dante con la dicitura D.P.I.K.F.T., acronico per Dantis poeta imperialis Kadosh Frater templarius. A ciò si aggiunga la scelta di San Bernardo, come ultima guida del Paradiso, acceso sostenitore dell’Ordine.

[2] «Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua devèn, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta,
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova; 

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: <<Sospira!>>.»

[3]Something in the way she moves
Attracts me like no other lover
Something in the way she woos me
I don’t want to leave her now

You know I believe and how

Somewhere in her smile she knows
That I don’t need no other lover
Something in her style that shows me
I don’t want to leave her now
You know I believe and how

You’re asking me will my love grow
I don’t know, I don’t know
You stick around, now it may show
I don’t know, I don’t know

Something in the way she knows
And all I have to do is think of her
Something in the things she shows me
I don’t want to leave her now
You know I believe and how

[4] «Questo campo di ricerca è trascurato persino dai lavori che si occupano di poetica sull’idea di poetica dantesca e delle questioni inerenti alla correlazione tra poesia e teologia in Dante poeta thelogus […] La teoria numerologica poggia su Agostino […] Punto di partenza e fulcro delle speculazioni numerologiche agostiniane è la convinzione che ad ogni essere creato competano dei numeri. […] Agostino fonda le sue convinzioni sull’idea di ordine, che abbraccia e spiega tutto ciò che esiste.

Nelle parole del Libro della sapienza di Salomone («omnia in mensura, numero et pondere disposuisti», 11, 21), il Medioevo vedeva rivelata la legge strutturale che, originandosi da Dio e riconducendo a Dio, abbraccia tutto l’essere. […]; essa è ripresa dall’estetica numerologica di Bonaventura che rappresenta la più autorevole testimonianza della speculazione numerologica coeva a Dante, […] per lui, come Agostino, il numero è la più evidente e nitida delle tracce che conducono alla sapienza», MANFRED HARDT, I numeri della Divina Commedia, Salerno Editrice, 2014, pp.21-23.

Il secondo capitolo dell’opera del critico tedesco (p.276, segg.) riveste particolare interesse in quanto Hardt tratta dei «numeri come elemento portante della struttura della Commedia, la cui ripartizione in canti e versi e loro posizione risponde a precisi criteri numerologici di definizione di punti, in genere ben occultati, che Dante calcola come i centri del Paradiso (XVII, 83-84) e del poema (Purg., XVII 124), per mezzo delle occorrenze di “grazia” e dei “nomina Dei”, MANFRED HARDT, id., p.287.

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