
di Gianvito Caldararo
In un piccolo ma concentrato volumetto dal titolo “Il Fascismo eterno”, Umberto ECO racconta quando scoprì il significato della parola “Libertà”. Eco ricorda che nel 1942, all’età di dieci anni, vinse il premio ai Ludi Juveniles (concorso per giovani fascisti italiani) , elaborando con “virtuosismo retorico” sul tema: ” Dobbiamo noi morire per la gloria di Mussolini e il destino immortale dell’Italia”?
La mia risposta, sostiene Umberto Eco, “era stata affermativa. Ero un ragazzo sveglio”. Poi nel 1943 scopre il significato della parola “Libertà”. In quel momento per Eco “libertà” non significava ancora “Liberazione”. Ha passato due dei primi anni tra SS, fascisti e partigiani, che si sparavano l’un l’altro, e ricorda che in quel periodo “ha imparato come scansare le pallottole e che non è stato male come esercizio”.
“Nell’aprile del 1945 i partigiani presero Milano e due giorni dopo arrivarono nella piccola città dove vivevo con la famiglia. Fu un momento di gioia”. La piazza principale era affollata di gente che cantava e sventolava bandiere, invocando a gran voce Mimo, il capo partigiano della zona. Mimo, ex maresciallo dei carabinieri, che si era messo con i badogliani e aveva perso una gamba in uno dei primi scontri con i fascisti e le SS.
Si fece vedere al balcone del municipio, appoggiato alle sue stampelle, pallido; cercò con una mano di calmare la folla. Eco era lì che aspettava il suo discorso, visto che tutta l’infanzia era stata segnata dai grandi discorsi storici di Mussolini, “di cui a scuola imparavamo a memoria i passi più significativi”. Invece, ci fu silenzio e “Mimo parlò con voce rauca, quasi non si sentiva”. Disse: “Cittadini amici. Dopo tanti dolorosi sacrifici……..eccoci qui. Gloria ai caduti per la libertà“. Fu tutto e tornò dentro.
La folla gridava, i partigiani alzarono le loro armi e spararono in aria festosamente. Noi ragazzi, scrive Eco, ” ci precipitammo a raccogliere i bossoli, preziosi oggetti da collezione, ma avevo anche imparato che la libertà di parola significa libertà dalla retorica “.Alcuni giorni dopo vidi arrivare i primi soldati americani. Uno degli ufficiali (il maggiore o capitano Muddy ) era ospite nella villa di famiglia di due mie compagne di scuola. Così, la mia prima immagine dei liberatori americani, dopo tanti visi pallidi in camicia nera, fu quella di un nero colto in uniforme giallo-verde che diceva: “Oui, merci beaucoup Madame, moi aussi j’aime le champagne” ( Si, grazie mille signora, mi piace anche lo champagne ).
Sfortunatamente mancava lo champagne, ma dal capitano Muddy ebbi il mio primo chewing-gum e cominciai a masticare tutto il giorno. Di notte mettevo la cicca in un bicchiere d’acqua, per tenerla fresca per il giorno dopo. In maggio, ricorda Eco, ” sentimmo dire che la guerra era finita “. Mi resi conto da che cosa eravamo stati liberati. In Italia, sostiene Eco, ” vi sono oggi alcuni che si domandano se la Resistenza abbia avuto un reale impatto militare sul corso della guerra. Per la mia generazione, afferma Umberto Eco, ” la questione è irrilevante; comprendemmo immediatamente il significato morale e psicologico della Resistenza. Era motivo d’orgoglio sapere che noi europei non avevamo atteso la liberazione passivamente”.
In Italia c’è oggi qualcuno che dice che il mito della Resistenza era una bugia comunista. E’ vero che i comunisti hanno sfruttato la Resistenza come una proprietà personale, dal momento che vi ebbero un ruolo primario; ma io ricordo – dice Eco – “partigiani con fazzoletti di diversi colori”. Appiccicato alla radio, passavo le mie notti – le finestre chiuse, e l’oscuramento generale che faceva del piccolo spazio intorno all’apparecchio l’unico alone luminoso – ascoltando i messaggi che Radio Londra trasmetteva ai partigiani. Erano messaggi al tempo stesso oscuri e poetici (“Il sole sorge ancora” – “Le rose fioriranno”) e la maggior parte erano ” messaggi per la Franchi “Qualcuno mi bisbigliò che Franchi era il capo dei gruppi clandestini più potenti dell’Italia del Nord, un uomo dal coraggio leggendario. Franchi divenne il mio eroe, dichiara Eco. Franchi, il cui vero nome era Edgardo Sogno, era un monarchico, così anticomunista che dopo la guerra si unì a gruppi di estrema destra, e venne accusato di aver collaborato a un colpo di stato reazionario.
Ma che importa? Sogno rimane ancora il sogno della mia infanzia, afferma Eco. La liberazione fu un’impresa comune per gente di diverso colore. Il mattino del 27 luglio 1943 mi fu detto che, secondo delle informazioni lette alla radio, “il fascismo era crollato e Mussolini era stato arrestato”. Mia madre mi mandò a comperare il giornale. Ne comprai uno, a caso, e lessi un messaggio stampato in prima pagina, firmato da cinque o sei partiti politici, come democrazia cristiana, partito comunista, partito socialista, partito d’azione, partito liberale.
Fino a quel momento avevo creduto che vi fosse solo un partito in ogni paese, e che in Italia ci fosse solo il partito nazionale fascista. Stavo scoprendo che nel mio paese ci potevano essere diversi partiti allo stesso tempo. Non solo: dal momento che ero un ragazzo sveglio, mi resi subito conto che era impossibile che tanti partiti fossero sorti da un giorno all’altro. Capii subito che esistevano già come organizzazioni clandestine. Il messaggio celebrava la fine della dittatura e il ritorno della libertà: libertà di parola, di stampa, di associazione politica. Queste parole, “libertà”, “dittatura”- Dio mio – “era la prima volta in vita mia che le leggevo. In virtù di queste nuove parole ero rinato uomo libero occidentale”.
Umberto Eco conclude dicendo: “dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora”. Il “fascismo eterno” è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili e può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo”. Umberto Eco, conclude il suo intervento con la parole del presidente Usa Roosevelt del 4 novembre 1938: “Oso dire che se la democrazia americana cessasse di progredire come una forza viva, cercando giorno e notte con mezzi pacifici, di migliorare le condizioni dei nostri cittadini, la forza del fascismo crescerà nel nostro paese”. Libertà e Liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”. Oggi, invece, morto Mussolini e instaurata la democrazia da decenni, in una Italia del tutto diversa, capita che ci si chieda “Ma perché siamo ancora fascisti”?, come recita il titolo di un libro di Francesco Filippi.





