
Paolo Raffone, nel suo articolo pubblicato ieri https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/estero/politica-internazionale/15125-resti-di-guerra-fredda-e-nuovi-fallimenti-dellunione-europea-1.html
ci ha ricordato come Bill Clinton, presidente Usa dal 1992 al 2000, abbia abbandonato il realismo kissingeriano per attuare la linea politica dell’inarrestabile espansione del modello americano, basato sulle regole della primazia economico finanziaria.
Il 2 giugno 1992 Mario Draghi salì sul Britannia con politici, banchieri, rappresentanti del mondo economico e diede l’avvio alla svendita dell’Italia a tutto vantaggio del kombinat economico finanziario internazionale.
In questo trentennio che abbiamo alle spalle, come ben ricostruisce Paolo Raffone, il Clan Clinton, in simbiosi con il Clan Bush, in base alla prassi delle porte girevoli, ha portato l’America, l’Occidente e, soprattutto l’Europa, a precipitare in una crisi mortificante, non solo economica e geopolitica, ma identitaria.
Mario Draghi, di quel mondo americano clintoniano che opera secondo i criteri della primazia economico finanziaria è stato ed è esponente di primo piano.
Pensare a Mario Draghi come presidente della Commissione dell’Unione Europea significa ipotizzare che l’Europa salga sul Britannia, pronta ad essere definitivamente svenduta.
Mario Draghi è sicuramente un valente burocrate della finanza internazionale, ma l’Unione Europea, che di burocrazia muore, non ha bisogno di un super burocrate che comandi 30 mila burocrati, ma di un’iniezione massiccia di politica e di leadership.
Peraltro le idee di Draghi a fronte della guerra in Ucraina hanno prodotto solamente effetti boomerang.
Il blocco dello swift ha dato fiato ai Brics e alle idee di de-dollarizzazione. Il price cap è una ciofega fallita. Le sanzioni hanno fatto del male all’Europa e hanno dato alla Russia l’opportunità di venderci quello che ci vendeva prima, triangolando e aumentando il prezzo.
La triangolazione non ha impedito alla Russia di approvvigionarsi di materiale strategico occidentale.
I suggerimenti di Mario Draghi sono stati un fallimento totale.
Nei giorni scorsi il Washington Post ha pubblicato due lunghissimi articoli dove descrive, in sostanza, il fallimento della controffensiva ucraina.
“Per tre mesi – scrive il Post – , giornalisti a Washington, Londra, Bruxelles e Riga, in Lettonia, così come a Kiev e in prima linea in Ucraina, hanno parlato con più di 30 alti funzionari provenienti dall’Ucraina, dagli Stati Uniti e dalle nazioni europee per esaminare la pianificazione militare dietro la controffensiva e come ciò abbia contribuito a far sì che l’operazione non raggiungesse i suoi obiettivi. Il Post ha parlato con ex militari russi che avevano combattuto nella guerra, nonché con blogger e analisti di guerra russi. Reporter, fotografi, assistenti giornalistici e consulenti per la sicurezza del Washington Post hanno percorso centinaia di chilometri in tutta l’Ucraina per parlare con soldati e funzionari governativi per questa serie. I giornalisti hanno effettuato numerose visite in prima linea nelle regioni di Zaporizhzhia e Donetsk, anche in compagnia di unità combattenti entro cinque miglia dalle forze russe”.
Il 15 giugno, ci racconta il Post, in una sala conferenze presso la sede della NATO a Bruxelles, il segretario alla Difesa Lloyd Austin, ha chiesto conto al ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov dell’andamento del conflitto e Reznikov, scrive il Post“ha detto che sono i comandanti militari ucraini a prendere quelle decisioni. Ma ha notato che i veicoli corazzati ucraini venivano distrutti da elicotteri, droni e artiglieria russi ad ogni tentativo di avanzata. Senza supporto aereo, ha detto, l’unica opzione era usare l’artiglieria per bombardare le linee russe, scendere dai veicoli presi di mira e procedere a piedi. “Non possiamo manovrare a causa della densità delle mine terrestri e delle imboscate dei carri armati”, ha detto Reznikov, secondo un funzionario presente”.
“L’incontro di Bruxelles – ci dice il Post – a meno di due settimane dall’inizio della campagna, illustra come una controffensiva nata nell’ottimismo non sia riuscita a dare il colpo atteso, generando attriti e ripensamenti tra Washington e Kiev e sollevando domande più profonde sulla capacità dell’Ucraina di riprendere quantità decisive di territorio”.
Il Post mette in chiaro la situazione drammatica dell’Ucraina: “Gli elementi chiave che hanno modellato la controffensiva e il risultato iniziale includono:
- Ufficiali militari ucraini, statunitensi e britannici hanno organizzato otto importanti strategie di guerra da tavolo per costruire un piano di campagna. Ma Washington ha calcolato male la misura in cui le forze ucraine potrebbero essere trasformate in una forza combattente di tipo occidentale in un breve periodo, soprattutto senza conferire la potenza aerea di Kiev come parte integrante degli eserciti moderni. I funzionari statunitensi e ucraini a volte si sono trovati in netto disaccordo su strategia, tattica e tempistica. Il Pentagono voleva che l’assalto iniziasse a metà aprile per impedire alla Russia di continuare a rafforzare le sue linee. Gli ucraini hanno esitato, insistendo sul fatto che non erano pronti senza armi e addestramento aggiuntivi.
- Gli ufficiali militari statunitensi erano fiduciosi che un attacco frontale meccanizzato alle linee russe fosse fattibile con le truppe e le armi di cui disponeva l’Ucraina. Le simulazioni hanno concluso che le forze di Kiev, nel migliore dei casi, potrebbero raggiungere il Mar d’Azov e tagliare le truppe russe nel sud in un periodo compreso tra 60 e 90 giorni.
- Gli Stati Uniti sostenevano un assalto mirato lungo l’asse meridionale, ma la leadership ucraina riteneva che le sue forze dovessero attaccare in tre punti distinti lungo il fronte di 600 miglia, a sud verso Melitopol e Berdyansk sul Mar d’Azov e a est verso la città assediata di Bachmut”.
- La comunità dell’intelligence americana aveva una visione più pessimistica rispetto all’esercito americano, valutando che l’offensiva avesse solo il 50% di possibilità di successo, date le robuste difese a più livelli che la Russia aveva costruito durante l’inverno e la primavera.
- Molti in Ucraina e in Occidente hanno sottovalutato la capacità della Russia di riprendersi dai disastri del campo di battaglia e di sfruttare i suoi punti di forza perenni: manodopera, mine e la volontà di sacrificare vite umane su una scala che pochi altri paesi possono tollerare”.
I due lunghi articoli mettono in chiaro, per arrivare alla conclusione, che l’offensiva è fallita.
L’uscita del Post avviene in contemporanea con il crollo degli aiuti americani e con il blocco dei finanziamenti attualmente fermi al Senato.
Non è difficile capire che gli Usa stanno preparando gli americani ad una exit strategy che lascerà l’Ucraina a se stessa.
Il risvolto drammatico di “Kiev come Kabul”, sarà che l’Unione Europea si troverà con una guerra in casa e con un’America lontana.
Una situazione simile presuppone una capacità di leadership europea che non c’è.
L’Unione continua a discutere di green, di clima, di auto elettriche e di una miriade di minchiate che escono dal cervellone burocratico ammalato di Bruxelles.
Per affrontare un prossimo futuro, che è già un presente, non ci vuole la guida di un super burocrate che comanda 30 mila burocrati, ma una vera nuova leadership politica europea.
Difficile pensare che questa possa essere incarnata dalla signora Ursula von Der Leyen con aggregati socialisti, primari responsabili della disfatta dell’Unione.
Cosa possa nascere dalle prossime elezioni è difficile da ipotizzare.
Quello che è certo è che gli attori del passato e del presente devono andare o stare a casa.





