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I nostri giovani preferiscono le lampadine ai fulmini

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I nostri giovani preferiscono le lampadine ai fulmini

La tradizione come antidoto della modernità

La tradizione s’incarna sempre in forme nuove pur rimanendo invariata nella sostanza e s’incarna in donne e uomini di ogni generazione spirituale.
Il senso di vuoto generato dalle ideologie correnti colpisce soprattutto i nostri giovani, perciò disprezzano la tradizione e tutto ciò che appartiene al passato.

Da qui, il distacco innaturale dai genitori, considerati disorientati dal nuovo che avanza, sostituiti dagli amici di svago. In realtà, è tradizionale tutto ciò che non passa, che è vivente, oltre ogni moda e tendenza.

Le nuove generazioni appaiono sempre più orfane di padre e, per questo, abboccano all’illusione narcisistica del “facciamoci da soli”.

L’Io sarebbe il nuovo idolo da adorare e alimentare, falso mito della libertà individuale senza limiti. Cos’è questa libertà tanto invocata?

È una libertà maniacale e arbitraria, sganciata da responsabilità, puro capriccio che abiura le proprie radici, non onora il debito simbolico e morale di chi è venuto prima. I nostri giovani perseguono l’obiettivo di diventare padroni e genitori di sé stessi.

A cosa è dovuto questo scollamento col passato? Al liberismo, il pensiero del distacco, dello sradicamento.

L’ex ministro Padoa-Schioppa nel 2007 definiva “bamboccioni” quei figli ancora attaccati alla gonnella di mammà: via dalla famiglia e dal luogo d’origine, andate a lavorare magari all’estero, in nome della libertà e del progresso…

Sradicando i nostri giovani dalla famiglia, l’élite egemone è riuscita a disgregare quel collante formidabile che teneva in piedi la Nazione, senza il quale tutto degenera. È una libertà che non libera e rende i nostri giovani compulsivi, pulsionali al godimento immediato, senza limiti, quindi mortifero.

Generazione “apericena”, quella dello spritz, che crede di rimanere giovane per sempre, un desiderio insaziabile che rende schiavi. Nessun bene materiale può colmare quel “vaso forato” di cui siamo fatti (Lucrezio, De Rerum Natura).

La materia consuma chi la consuma, in un vortice continuo di insoddisfazione. Chi abusa è abusato, perché si crede autogenerato. Non si è più liberi ma soli e dunque più vulnerabili.

I nostri giovani sono dei lattanti psichici, ossia non iniziati a quell’alternarsi di dare e ricevere che è la condizione per diventare esseri morali.

I padroni del vapore questo vogliono: facendo regredire dei giovani adulti a un livello infantile, li si rende controllabili. Parlo di élite, di padroni del vapore.

Esiste da tempo indecifrabile un Consorzio di Interessi Globali, che include forme ereticali di religioni arcaiche miste al culto di Moloch, che ha creato il Mercato, modernamente inteso.

Mercato che mantiene insicurezza, che ci aliena dalla nostra identità isolandoci nella gabbia individualista, sradicandoci. Il mercato ci rende precari, indefiniti, nuovi servi del Principe. Ma non parlo solo di merci, di cose.

Il mercato è informazione unica, costume, che annulla ogni spirito critico, ci spoglia da ogni legame simbolico. Da Singapore a New York City passando per Roma via Barcellona, ascoltiamo la medesima musica, entriamo nelle stesse catene di negozi, ci vestiamo allo stesso modo, usiamo un linguaggio indifferenziato, mangiamo cibo spazzatura.

Tagliando i ponti cancellano il passato. È ugualmente destabilizzante per i nostri giovani se, delusi dall’Occidente, si fanno inebetire da pratiche spirituali orientaleggianti, mal digerite e meno capite, abbracciando un buddhismo riveduto e corretto ad uso nostrano. Dall’edonismo reganiano al bric-à-brac yogico il passo è breve.

A onor del vero non mi sento di dare la colpa unicamente ai nostri giovani. Noi, insegnanti genitori politici, abbiamo veramente lottato per difendere la tradizione?

Ci siamo lasciati andare ad una quieta disperazione che sa più di stanchezza morale, assuefazione, viltà. Abbagliati anche noi dai riflessi obliqui della modernità, ci siamo lasciati scappare le redini, fiaccati da un sistema cannibale.

Ma cosa intendo per tradizione?

Né nostalgismo per un tempo che fu, né voglia di ripristinare un Ordine esteriore. Tradizione come forma rivoluzionaria di pensiero e azione, che ci riconduce al nostro centro trascendente e sovraindividuale, che ci rende consapevoli del nostro sé, quindi difficilmente gestibili dai moderni titani che vorrebbero spacciarci per libertà l’oblio.

La tradizione è l’antidoto contro il veleno di una modernità acefala, disgregatrice, antiumana; è la panacea contro il solvente che discioglie l’identità e promuove l’uscita dal simbolico, travolgendo esseri e cose sotto l’onda dissipativa dell’amnesia.

La memoria, però, va intesa non come mera conservazione, ma come risveglio di un’energia latente, di una fiamma affievolita perché trascurata. Chi dimentica si distrae dal suo compito principale, trascura la sacra fiamma accesa nel petto, è chi non ha saputo accendersi nella notte.

Aderire alla tradizione significa possedere la luce quando la vista si affievolisce.

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