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“L’Arte di Asclepio”: curare l’essere umano, conoscere la malattia

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L'Arte di Asclepio

L’arte medica tra Ippocrate ed Asclepio – Conoscere la malattia senza perdere di vista l’essere umano malato

Aprire con un articolo una rubrica del giornale dal titolo “L’Arte di Asclepio”, relativa alla salute dell’essere umano, è impresa che, a mio parere, deve necessariamente condurci per mano a riappropriarci delle parole principiali che stanno all’origine della civiltà occidentale.

Civiltà entro la quale si colloca e si sviluppa l’arte medica, la quale l’ha nel proprio statuto costitutivo.

Asclepio e Ippocrate: due paradigmi della cura dell’essere umano.

Da una parte abbiamo il paradigma asclepiadeo: malattia, persona, equilibrio, ambiente, stile di vita, guarigione e,  dall’altra, quello ippocratico: sintomo, osservazione, segni, cause, diagnosi, prognosi, terapia.

Naturalmente Ippocrate non è semplicemente il «padre della medicina materialista» nel senso moderno. Sarebbe un anacronismo. La medicina ippocratica comprende infatti regime di vita, alimentazione, ambiente, stagioni, costituzione individuale e rapporto fra corpo e ambiente. Non è affatto una medicina riducibile al semplice meccanicismo.

Il punto filosofico

Quello tra Asclepio e Ippocrate è un rapporto solo apparentemente polare, in quanto da un lato abbiamo Asclepio che rappresenta la medicina come arte della guarigione dell’uomo intero e dall’altro Ippocrate che rappresenta la medicina come arte dell’osservazione e della conoscenza della malattia

Le due strade sono complementari e, direi, che la seconda è ancella della prima.

L’una pone la domanda: chi è l’uomo che soffre?

E l’altra: che cosa sta provocando ciò che osserviamo?

La prima guarda maggiormente alla totalità. La seconda alla relazione causale. La prima rischia, se assolutizzata, di diventare spiritualismo non verificabile. La seconda rischia, se assolutizzata, di ridurre la persona alla sua patologia. La sintesi è: conoscere la malattia senza perdere di vista l’uomo malato.

La sintesi nel Giuramento di Ippocrate.

Il Giuramento di Ippocrate è la sintesi tra medicina come arte della guarigione dell’uomo intero e medicina come arte dell’osservazione e della conoscenza della malattia. Il medico non riceve soltanto un sapere, ma assume una responsabilità nei confronti di un altro essere umano.

Il corpo non deve essere visto come materia, ma come sistema organizzato.

La medicina contemporanea può studiare perfettamente una molecola, un gene, una cellula o un organo; ma l’organismo non è semplicemente la somma dei suoi componenti. Esiste una organizzazione che connette le parti.

La medicina contemporanea più avanzata tende proprio a muoversi verso livelli sistemici: fisiologia integrata, medicina preventiva, interazioni fra organismo e ambiente, microbioma, psiconeuroimmunologia, medicina personalizzata.

La medicina ha bisogno di conoscere ciò che accade nel corpo, ma anche di ricordare che ciò che deve essere curato non è una malattia: è una persona.

Testo greco

ὍΡΚΟΣ

ὄμνυμι Ἀπόλλωνα ἰητρὸν καὶ Ἀσκληπιὸν καὶ Ὑγείαν καὶ Πανάκειαν καὶ θεοὺς πάντας τε καὶ πάσας, ἵστορας ποιεύμενος, ἐπιτελέα ποιήσειν κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμὴν ὅρκον τόνδε καὶ συγγραφὴν τήνδε·

ἡγήσεσθαι μὲν τὸν διδάξαντά με τὴν τέχνην ταύτην ἴσα γενέτῃσιν ἐμοῖς, καὶ βίου κοινώσεσθαι, καὶ χρεῶν χρηΐζοντι μετάδοσιν ποιήσεσθαι, καὶ γένος τὸ ἐξ αὐτοῦ ἀδελφοῖς ἴσον ἐπικρινεῖν ἄρρεσι, καὶ διδάξειν τὴν τέχνην ταύτην, ἢν χρηΐζωσι μανθάνειν, ἄνευ μισθοῦ καὶ συγγραφῆς,

παραγγελίης τε καὶ ἀκροήσιος καὶ τῆς λοίπης ἁπάσης μαθήσιος μετάδοσιν ποιήσεσθαι υἱοῖς τε ἐμοῖς καὶ τοῖς τοῦ ἐμὲ διδάξαντος, καὶ μαθητῇσι συγγεγραμμένοις τε καὶ ὡρκισμένοις νόμῳ ἰητρικῷ, ἄλλῳ δὲ οὐδενί.

διαιτήμασί τε χρήσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων κατὰ δύναμιν καὶ κρίσιν ἐμήν, ἐπὶ δηλήσει δὲ καὶ ἀδικίῃ εἴρξειν.

οὐ δώσω δὲ οὐδὲ φάρμακον οὐδενὶ αἰτηθεὶς θανάσιμον, οὐδὲ ὑφηγήσομαι συμβουλίην τοιήνδε· ὁμοίως δὲ οὐδὲ γυναικὶ πεσσὸν φθόριον δώσω.

ἁγνῶς δὲ καὶ ὁσίως διατηρήσω βίον τὸν ἐμὸν καὶ τέχνην τὴν ἐμήν.

οὐ τεμέω δὲ οὐδὲ μὴν λιθιῶντας, ἐκχωρήσω δὲ ἐργάτῃσιν ἀνδράσι πρήξιος τῆσδε.

ἐς οἰκίας δὲ ὁκόσας ἂν ἐσίω, ἐσελεύσομαι ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων, ἐκτὸς ἐὼν πάσης ἀδικίης ἑκουσίης καὶ φθορίης, τῆς τε ἄλλης καὶ ἀφροδισίων ἔργων ἐπί τε γυναικείων σωμάτων καὶ ἀνδρῴων, ἐλευθέρων τε καὶ δούλων.

ἃ δ’ ἂν ἐν θεραπείῃ ἢ ἴδω ἢ ἀκούσω, ἢ καὶ ἄνευ θεραπείης κατὰ βίον ἀνθρώπων, ἃ μὴ χρή ποτε ἐκλαλεῖσθαι ἔξω, σιγήσομαι, ἄρρητα ἡγεύμενος εἶναι τὰ τοιαῦτα.

ὅρκον μὲν οὖν μοι τόνδε ἐπιτελέα ποιέοντι, καὶ μὴ συγχέοντι, εἴη ἐπαύρασθαι καὶ βίου καὶ τέχνης δοξαζομένῳ παρὰ πᾶσιν ἀνθρώποις ἐς τὸν αἰεὶ χρόνον· παραβαίνοντι δὲ καὶ ἐπιορκέοντι, τἀναντία τούτων.

La fonte greca che ho utilizzato è l’edizione W. H. S. Jones, Hippocrates, Vol. I, Loeb Classical Library, 1923, digitalizzata da Perseus. Esiste anche la tradizione testuale dell’edizione Littré del 1844, che presenta alcune differenze ortografiche e testuali, per esempio ξυγγραφήν anziché συγγραφήν.

Traduzione letterale in italiano

ὍΡΚΟΣ – Giuramento

Giuro per Apollo medico, e per Asclepio, e per Igea, e per Panacea, e per tutti gli dèi e tutte le dee, chiamandoli a testimoni, che porterò a compimento, secondo la mia capacità e il mio giudizio, questo giuramento e questo scritto:

Considererò colui che mi ha insegnato quest’arte uguale ai miei genitori, e condividerò con lui la vita; e, se avrà bisogno di denaro, gli farò parte dei miei beni; e la sua discendenza la considererò uguale ai miei fratelli maschi, e insegnerò loro quest’arte, qualora desiderino apprenderla, senza compenso e senza scritto [contratto].

E delle prescrizioni, dell’insegnamento orale e di ogni altra parte dell’apprendimento farò partecipi i miei figli e i figli di colui che mi ha insegnato, e gli allievi legati per iscritto e vincolati dal giuramento secondo la legge medica, e nessun altro.

Mi servirò dei regimi di vita a beneficio dei malati secondo la mia capacità e il mio giudizio, e mi terrò lontano dal danno e dall’ingiustizia.

Non darò a nessuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò una tale prescrizione; e similmente non darò a una donna un pessario abortivo.

Ma con purezza e santità conserverò la mia vita e la mia arte.

Non opererò, e neppure coloro che soffrono di calcoli; lascerò questa attività agli uomini che esercitano questo lavoro.

In tutte le case nelle quali entrerò, entrerò per il beneficio dei malati, rimanendo estraneo a ogni ingiustizia volontaria e a ogni atto corruttivo, e anche agli atti sessuali, sia sui corpi femminili sia su quelli maschili, sia di uomini liberi sia di schiavi.

Ciò che durante la cura avrò visto o udito, o anche al di fuori della cura nella vita degli uomini, ciò che non bisogna mai divulgare all’esterno, tacerò, considerando tali cose come indicibili.

Ebbene, se porterò a compimento questo giuramento e non lo violerò, mi sia dato di godere della mia vita e della mia arte, onorato presso tutti gli uomini per sempre; ma se lo trasgredirò e spergiurerò, il contrario di queste cose[1].

Un punto particolarmente interessante è l’ultima formula: εἴη ἐπαύρασθαι καὶ βίου καὶ τέχνης δοξαζομένῳ che tradotto è: “mi sia dato di godere sia della vita sia dell’arte, essendo onorato…”.

Non dice quindi semplicemente «se sarò un buon medico avrò una buona vita»: lega esplicitamente βίος («vita») e τέχνη («arte»), cioè l’esistenza del medico e la sua arte, alla δόξα, alla reputazione, alla stima, all’opinione presso gli uomini.

Apollo è Ἀπόλλωνα ἰητρὸν, Apollo Guaritore

Nel Giuramento l’espressione greca non è semplicemente «Apollo», ma Ἀπόλλωνα ἰητρὸν – Apollōna iētrón, cioè «Apollo medico/guaritore». Il testo greco del Giuramento lo attesta esplicitamente.

Quindi il riferimento ad Apollo all’inizio del Giuramento non è generico: è Apollo nella sua funzione terapeutica, accanto ad Asclepio, Igea e Panacea.

Il riferimento ad Apollo nella sua funzione terapeutica ci rinvia a Parmenide e al suo essere, come ci riferisce il grecista Angelo Tonelli, “sacerdote di Apollo Oύlios, l’Apollo delle Guarigioni, iatromante e maestro-sciamano di sacralità”.

Con Parmenide incontriamo il punto nodale della questione fondamentale della conoscenza.

Scrive Angelo Tonelli che Parmenide “non lo si può intendere se non si riannoda il filo che già nell’epoca della sapienza tramandata oralmente connetteva con la sophía d’Occidente con quella orientale. E insieme era politico illuminato, alla maniera dei Pitagorici, e raffinatissimo indagatore della Natura, e fu il primo, emergendo dallo sfondo della tenzone dialettica originaria, a fornire da modello per l’articolazione razionale del pensiero, attraverso l’uso del principio di non contraddizione, terzo escluso, e altro. Ma per lui la ratio e la “scienza” erano ancelle della conoscenza che si ottiene per visione e contatto: il culmine conoscitivo è frutto del noûs, l’intuizione metafisica, che è il vero centro: il resto, pur significativo, è periferia[2]“.

Apollo è il dio che guarisce, Asclepio è il dio-eroe nel quale l’arte della guarigione assume una forma specificamente medica, mentre il Giuramento ippocratico colloca esplicitamente il medico sotto la loro tutela divina.

C’è un dettaglio straordinario: Apollo non è soltanto guaritore. È anche profeta.

Il termine greco ἰατρόμαντις (iatromantis) significa infatti letteralmente «medico e indovino», ed è applicato ad Apollo e ad Asclepio. Eschilo usa proprio questo termine per Apollo nelle Eumenidi.

La medicina arcaica non separava necessariamente conoscenza e guarigione nel modo radicale in cui le separiamo oggi.

Il mondo greco nel quale nasce la medicina ippocratica è ancora un mondo nel quale cura, conoscenza, sacralità e filosofia sono profondamente intrecciate.

Il Giuramento stesso lo dimostra: il medico inizia la propria promessa non davanti a un’autorità amministrativa, ma davanti a Apollo Iatros, Asclepio, Igea e Panacea e agli dèi.

Prima che la medicina separasse il sapere della malattia dalla dimensione simbolica della guarigione, il medico greco si collocava fra due figure: colui che conosce la malattia e colui che conosce il modo di ricondurre l’uomo alla salute.

Le prime parole del Giuramento di Ippocrate sono: ὄμνυμι Ἀπόλλωνα ἰητρὸν καὶ Ἀσκληπιὸν καὶ Ὑγείαν καὶ Πανάκειαν…, cioè: «Giuro per Apollo medico, per Asclepio, per Igea e per Panacea…»

Non è dunque un giuramento che inaugura la medicina moderna separandola dalla religione: il medico ippocratico giura davanti alle divinità della guarigione. E subito dopo compare τέχνη (téchnē), l’arte medica, e il criterio fondamentale: ἐπ’ ὠφελείῃ καμνόντων (a beneficio dei malati).

Nel testo del Giuramento, Apollo – Asclepio – Igea – Panacea e la téchnē del medico stanno ancora all’interno dello stesso universo.

Nella mitologia greca, Igea (in greco Υγεία) è la dea che personifica la salute, la prevenzione e la pulizia (dal suo nome deriva la parola igiene); è considerata figlia di Asclepio e sorella di Panacea.

Mentre Asclepio è legato alla cura delle malattie, Igea simboleggia la prevenzione e il mantenimento del benessere fisico e mentale. Viene spesso raffigurata come una giovane donna che tiene un serpente e una coppa (la “coppa di Igea”), dalla quale nutre o abbevera il serpente; simbolo anche oggi ampiamente utilizzato come emblema internazionale delle farmacie.

Panacea (in greco Πανάκεια, Panákeia) è la dea della guarigione universale e del rimedio per tutti i mali. Il suo nome deriva dall’unione delle parole greche pân (“tutto”) e ákesis (“cura”, “rimedio”), significando letteralmente “colei che cura tutto”.

Interessante anche il ruolo di Epione (Ἠπιόνη, Ēpiònē), madre di Igea e di Panacea, dea che lenisce il dolore.

Nel Giuramento di Ippocrate abbiamo insieme la medicina, la cura dell’essere umano nella sua totalità, il concetto di salute e di prevenzione, la cura, il rimedio e il lenimento del dolore.

Il Giuramento in linguaggio contemporaneo

Se prendiamo il Giuramento di Ippocrate non come semplice codice deontologico, ma come matrice archetipica della medicina, i suoi elementi possono essere tradotti in un linguaggio contemporaneo senza perdere la loro struttura originaria.

archetipi ippocratici

Se dovessimo esprimere un concetto antico con una formulazione contemporanea unitaria, potremmo definirla così: la medicina è la scienza e l’arte di prendersi cura dell’essere umano nella sua interezza.

Il suo fine è promuovere e preservare la salute, prevenire la malattia, riconoscere e curare le condizioni patologiche, ripristinare per quanto possibile l’equilibrio e la funzionalità dell’organismo e, quando la guarigione non sia possibile, alleviare il dolore, la sofferenza e il disagio.

La medicina considera la persona nella sua totalità: corpo, mente, relazioni e condizioni di vita. Ogni intervento deve essere fondato sulla conoscenza, sulla competenza, sull’evidenza scientifica e sulla proporzione tra benefici e rischi.

Il medico non si prende cura soltanto della malattia, ma della persona che la vive. Per questo ascolta, informa, accompagna e rispetta l’autonomia, la dignità e la libertà di ogni individuo.

Prevenire, curare, riabilitare e lenire sono espressioni diverse di un’unica responsabilità: custodire la vita e la salute dell’essere umano, ridurre la sofferenza e non arrecare danno.

Quando la guarigione è possibile, la medicina opera per conseguirla; quando è possibile soltanto il controllo della malattia, opera per preservare la vita e la qualità dell’esistenza; quando la vita giunge al suo termine, opera perché la persona non sia abbandonata e possa essere accompagnata con dignità e senza sofferenza evitabile.

Il sapere medico appartiene alla persona che chiede cura e alla responsabilità della comunità che lo custodisce. Esso deve pertanto essere continuamente verificato, accresciuto e trasmesso con rigore, umiltà e responsabilità.

La medicina, nel suo significato più pieno, non è soltanto guarire la malattia: è prendersi cura dell’essere umano.

Il simbolo di Asclepio

Il simbolo di Asclepio, in greco ῥάβδος τοῦ Ἀσκληπιοῦ, il bastone di Asclepio, è uno dei simboli più antichi della medicina. Il suo significato è più profondo della semplice identificazione professionale del medico.

Il bastone è innanzitutto il segno del viandante e dell’uomo che attraversa la vita. Ma nel caso di Asclepio assume anche il carattere di uno strumento di sostegno. Il medico è colui che accompagna il malato nel passaggio dalla malattia alla salute, senza essere egli stesso la fonte della guarigione.

La parte più importante è però il serpente. Tra i molti significati quello che più si accompagna all’arte medica è quello di veleno e farmaco. Il serpente rappresenta una forza della natura che il medico deve conoscere e governare senza pretendere di sostituirsi alla natura.

Nella tradizione cultuale di Asclepio il serpente aveva anche una funzione concreta. I serpenti erano associati ai suoi santuari, gli Asclepieia, dove i malati cercavano guarigione.

Il Bastone di Asclepio rappresenta il rapporto fra il medico, il malato e la natura.

[1] Alcune scelte che ho mantenuto volutamente letterali

Ci sono alcuni punti in cui una traduzione moderna tende inevitabilmente a interpretare il greco.

  • ἰητρός → «medico», ma letteralmente è il termine arcaico per colui che cura.
  • τέχνη → ho mantenuto «arte», non «professione»: nel greco ἡ τέχνη ἡ ἐμή è precisamente «la mia arte».
  • γενέτης → «genitore», non semplicemente «padre»: il testo dice ἴσα γενέτῃσιν ἐμοῖς, «uguale ai miei genitori».
  • βίου κοινώσεσθαι → letteralmente «condividere la vita», non semplicemente «onorarlo».
  • χρεῶν χρηΐζοντι μετάδοσιν ποιήσεσθαι → «fare partecipazione [dei miei beni] a colui che ha bisogno di denaro», dunque un obbligo materiale verso il maestro.
  • ἀκρόησις → propriamente «ascolto», «insegnamento orale», non genericamente «lezione».
  • διαιτήμασι → «regimi di vita», da δίαιτα, quindi non soltanto «dieta» alimentare.
  • δήλησις → «danno», «danneggiamento», da cui ἐπὶ δηλήσει… εἴρξειν, «mi terrò lontano dal danneggiare».
  • φάρμακον θανάσιμον → «farmaco mortale». Non ho sostituito con «veleno», perché φάρμακον è volutamente più ampio.
  • πεσσὸς φθόριος → letteralmente «pessario distruttivo», cioè il preparato/pessario abortivo.
  • οὐ τεμέω → «non taglierò», quindi il verbo chirurgico è espresso molto concretamente. Ho reso «non opererò» solo perché in italiano rende il senso medico.
  • λιθιῶντας → «coloro che soffrono di calcoli»; letteralmente indica i calcolosi, soprattutto i portatori di calcoli.
  • ἐργάται ἄνδρες → «uomini lavoratori/operatori», da ἔργον, lavoro. Il testo non dice semplicemente «chirurghi» nel senso moderno.
  • φθορία / φθορίη → area semantica di «corruzione, rovina, distruzione», e nel contesto anche condotta sessuale illecita.
  • ἄρρητα → «non pronunciabili», «indicibili», quindi non semplicemente «segreti».
  • δοξαζομένῳ → «essendo celebrato/onorato», da δόξα, fama, reputazione, gloria.

[2] Parmenide, Dell’Origine, a cura di Angelo Tonelli, Feltrinelli

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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