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La tutela tradisce i vulnerabili: cura e giustizia in crisi

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giustizia in crisi

Oltre la cronaca, l’etica del limite: quando il fallimento delle tutele sociali e giudiziarie lascia inermi le persone più fragili e minaccia la fiducia collettiva

La cronaca recente ci pone di fronte a scenari in cui i meccanismi di protezione sociale e giudiziaria sembrano incepparsi, producendo cortocircuiti che lasciano smarriti singoli cittadini e comunità.

Da un lato vi è la drammatica vicenda della setta guidata dal sedicente guru noto come “il prescelto”, un contesto caratterizzato da sottomissione psicologica, abusi e manipolazioni sistematiche ai danni di soggetti vulnerabili.

Dall’altro, la vicenda ricostruita in un articolo di Roberto Riccardi, che intreccia le falle dell’applicazione delle norme di prevenzione, cavilli burocratici sul consenso medico e un’inchiesta giudiziaria relativa alla gestione delle idoneità sanitarie nei centri di permanenza per il rimpatrio.

Entrambi gli episodi, pur nella loro diversità strutturale e contestuale, pongono un medesimo e cruciale interrogativo filosofico ed etico: cosa accade quando le istituzioni, gli ordini professionali o le figure preposte alla cura perdono di vista la tutela del soggetto fragile, generando una condizione di abbandono?

Un primo livello di analisi riguarda la responsabilità etica dei ruoli di tutela, siano essi spirituali, medici o istituzionali.

Nel caso delle organizzazioni settarie, la manipolazione sfrutta il bisogno umano di senso, di appartenenza e di guida.

Il manipolatore sostituisce la volontà della vittima con la propria, annullandone l’autonomia in nome di un presunto bene superiore.

La vulnerabilità psicologica viene così strumentalizzata per esercitare un dominio assoluto ed egoico.

Nel contesto delineato dalla vicenda giudiziaria di Ravenna emerge, invece, una diversa declinazione del corto circuito etico: il rischio che la cura si trasformi in una scelta selettiva o condizionata da valutazioni personali.

L’etica medica ed ecclesiastica tradizionale si fonda sull’universalità dell’assistenza e sul principio di non maleficenza.

Quando la prassi clinica o l’obiezione burocratica vengono avvertite come uno strumento ideologico, la percezione della cura sfuma letteralmente.

Il filosofo Paul Ricœur sottolineava come la giustizia debba nascere dal riconoscimento del sofferente e dall’equità nel trattamento delle vulnerabilità.

Quando una fragilità viene anteposta a un’altra in modo arbitrario o quando la tutela di un diritto individuale finisce per compromettere la sicurezza pubblica di una persona disabile e indifesa o di una comunità, il patto sociale di solidarietà entra in crisi.

Un secondo elemento di riflessione riguarda la tenuta dell’ordinamento giuridico. La giustizia è un’infrastruttura fondata sulla fiducia: i cittadini rinunciano alla vendetta privata e alla violenza in cambio della garanzia che lo Stato protegga i loro diritti primari.

Quando il cittadino assiste al paradosso per cui una norma pensata per tutelare un diritto costituzionale (come la libertà di scelta relativamente al proprio corpo) impedisce la tutela della sicurezza di una vittima di violenza, la percezione della giustizia si polverizza in un rivolo di sfiducia e rabbia.

Il padre descritto nel racconto di Riccardi, che sceglie la via della legalità e della documentazione fotografica anziché la reazione d’impulso, compie un atto di profonda civiltà.

Tuttavia, di fronte a iter processuali riduttivi o a intoppi amministrativi che riportano il malvivente in strada, il pericolo vero è l’alienazione del cittadino dalle istituzioni.

Se la legge viene percepita come uno strumento impotente, la tentazione dell’autotutela rischia di sostituirsi alle buone norme di convivenza civile.

Di fronte all’evidenza di queste falle, la domanda centrale ci pare resti questa: a chi affidarsi quando le tutele formali falliscono?

Questione tutt’altro che semplice. Tuttavia, la riflessione sociale e filosofica indica alcune direttrici fondamentali per evitare il definitivo declino etico. Proviamo ad indicarne alcune, offrendole alla riflessione del lettore.

1. Riconoscimento dell’uguale dignità di ogni fragilità

Nessuna categoria di vulnerabilità deve essere strumentalizzata o posposta a un’altra per motivi ideologici o di opportunità politica. La giovane donna con disabilità, l’anziano manipolato, il migrante in stato di bisogno meritano tutti la medesima attenzione e protezione rigorosa da parte della legge e della società.

2. Ripristino della responsabilità professionale e istituzionale

Chi esercita funzioni pubbliche, dalla magistratura alla medicina, deve operare nel rispetto dell’imparzialità e del rigoroso adempimento dei propri doveri etici. Il libero arbitrio del singolo professionista non può scavalcare le regole condivise poste a salvaguardia della collettività.

3. Integrazione tra rigore e umanità

Una società matura deve saper coniugare il rispetto dei diritti umani fondamentali con l’intolleranza verso l’illegalità e la violenza. La fermezza della sanzione giudiziaria e la certezza dell’esecuzione delle misure preventive non sono in contrasto con l’umanismo, ma ne costituiscono il prerequisito indispensabile.

La difesa dei più deboli, lungi dal richiedere la ricerca di nuovi assoluti o soluzioni irrazionali, esige il coraggio di pretendere istituzioni giuste, coerenti e capaci di agire.

La persona – in qualsiasi condizione versi – e il Bene comune al di sopra dei singoli costituiscono il fine ultimo di ogni norma e di ogni atto di cura: solo riaffermando ed interiorizzando questo assunto sarà possibile ricostruire la fiducia perduta e, parimenti, fondare una comunità realmente inclusiva e, finalmente, sicura. Per tutti.

Autore

  • Maria Rosaria Murmura

    Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.

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