Come il politicamente corretto, con la distruzione della famiglia crea una pericolosa scollatura dalla realtà
Né maschio né femmina, ma con il ciclo. Una volta all’anno. Da quando la biologia si prenota come le ferie?
Lo ha annunciato un giovane dai capelli fucsia in un video girato e diffuso da lui stesso, che rimbalza su tutti i social.
Il ciclo, spiega, gli arriva una settimana l’anno: “Per questo volevo dirvi che vi odio tutti e se mi vedete irascibile è per questo. Vi chiedo scusa”.
Magari è uno scherzo. Ma la cronaca di questi anni ha raccontato troppe cose simili, tutte vere, per non prenderlo sul serio.
Il web lo ha seppellito di pernacchie. Il commento più gentile gli ha diagnosticato le emorroidi.
Ridere è facile. Chiedersi come si arriva fin lì è obbligatorio.
Per dire una cosa simile davanti a una telecamera, convinti di essere nel giusto, bisogna aver attraversato anni di silenzio.
Genitori, insegnanti, medici: qualcuno dice ancora ai ragazzi “no, la realtà non te la puoi inventare”?
Sentirsi donna in un corpo di uomo è un disagio che si può capire. Inventarsi le mestruazioni è un’altra cosa. Qui non si parla più di identità, ma di rapporto con la realtà.
Un tempo, davanti a una cosa così, una famiglia avrebbe chiesto aiuto a uno specialista. Oggi lo si deride o lo si asseconda. Di aiutarlo non viene in mente a nessuno.
Il silenzio degli adulti ha un mandante. È la sinistra che per un decennio ha trattato ogni farneticazione woke come un diritto da tutelare e ogni obiezione come un reato d’opinione.
Il trucco è sempre lo stesso: spacciare la resa per rispetto.
Dire a un obeso che il suo peso lo sta uccidendo oggi si chiama bodyshaming. Peccato che di obesità si muoia: di cuore, di diabete, di tumori.
La gentilezza che tace davanti alla malattia non è gentilezza. È complicità con il sorriso.
Sui giornali una persona nata maschio, con il suo corpo di maschio, diventa “donna trans” e un attimo dopo semplicemente “donna”.
La parola arriva con la sentenza già scritta dentro: chi prova a discuterla non viene smentito, viene accusato.
Poi la follia ha preso il timbro. A Bologna perfino un ambulatorio ginecologico si rivolge a “donne e persone con capacità gestante”.
Se un ambulatorio pubblico non osa più scrivere soltanto “donne”, perché stupirsi di un ciclo che arriva una volta all’anno?
Il meccanismo viene da lontano. Per secoli l’identità è stata un dato: si nasceva maschi o femmine, figli di una famiglia, di un paese, di una fede.
Poi quelle fondamenta sono franate una dopo l’altra. La famiglia si è sfilacciata, il paese è diventato un indirizzo, la fede un fatto privato da tenere nascosto.
Rimasto senza appigli, l’individuo ha dovuto fabbricarsi da solo ciò che prima riceveva in dono. E un’identità fatta in casa ha un solo nemico vero: il corpo, l’unica cosa che non si lascia riscrivere a parole.
Su quel vuoto la sinistra ha piantato la sua pedagogia. Ogni sentimento è valido, ogni percezione è sacra, contraddire significa ferire.
Gli adulti si sono adeguati con sollievo. Dire no costa tempo, fatica, la disponibilità a farsi odiare per qualche anno: molto più comodi il genitore amico, l’insegnante complice, lo psicologo che asseconda.
Tutti moderni, tutti tranquilli. Tutti assenti.
Il ragazzo ha imparato la lezione alla perfezione. Se conta solo come ti percepisci, il corpo diventa un’opinione, la biologia un pregiudizio, chi non si adegua un nemico: “vi odio tutti”, appunto.
L’algoritmo ha fatto il resto. Più l’affermazione è estrema più circola: la stranezza è diventata una moneta e chi ride di quel video lavora gratis per chi lo ha pubblicato.
Il danno vero, però, non sta in un video. Sta in una generazione cresciuta dentro queste idee, forse due.
La prima le ha assorbite da ragazzina, sui social e a scuola, negli anni della grande indulgenza. Oggi ha trent’anni ed entra nelle aule da insegnante, nelle redazioni da giornalista, negli studi da psicologa.
La seconda non riceverà più quelle idee da internet. Le riceverà dalla cattedra, con l’autorità di chi dovrebbe educarla.
È così che una follia smette di essere una follia e diventa un’ovvietà. Una moda si combatte, un’ideologia si discute, un’ovvietà no: chi la contesta non sembra un avversario, sembra uno che non ha capito.
Adesso la sinistra finge di frenare.
Giuseppe Conte a giugno, ospite della Pride Croisette, prometteva adozioni per coppie gay e single. Ad agosto, invece, scopriva su Repubblica che il woke non può diventare una religione.
Il freno vero, però, non lo tirerà Giuseppi. Lo tireranno gli elettori che la sinistra corteggia da anni, moschea dopo moschea.
Qui salta il grande bluff: l’intersezionalità.
La sinistra ha costruito il suo blocco su una teoria comoda, quella secondo cui tutte le minoranze sono alleate contro lo stesso nemico, il maschio bianco occidentale.
Arcobaleno e mezzaluna, uniti nella lotta.
Peccato che nelle moschee maschio e femmina non siano un’opinione e la famiglia arcobaleno non sia una famiglia.
Il nemico del mio nemico non è mio amico. È solo il prossimo nemico, in attesa del suo turno.
La prova potrebbe arrivare presto.
A giugno il Parlamento ha approvato la legge Valditara: per parlare di sessualità e identità di genere dalle medie in su serve il consenso scritto dei genitori, alle elementari l’argomento resta fuori.
Ad agosto, manco a dirlo, attivisti di area 5 Stelle hanno lanciato la raccolta firme per abrogarla. I promotori dichiarano di averne raccolte oltre 500.000. Il conto lo farà la Cassazione.
Quel referendum chiede di togliere ai genitori il diritto di dire no. A tutti i genitori, compresi quelli musulmani che il campo largo conta come voti sicuri.
Da che parte starà la sinistra, quando l’attivista voterà sì e il fedele della moschea voterà no?
In Inghilterra la risposta è già arrivata. Nel 2019 a Birmingham più di 300 persone, quasi tutte genitori musulmani, hanno presidiato i cancelli di una scuola contro le lezioni sulle famiglie arcobaleno.
La sinistra inglese si è spaccata, incapace di scegliere tra i suoi due elettorati. Nel 2024, proprio a Birmingham, il Labour ha perso un seggio che teneva da mezzo secolo, strappato da un indipendente sostenuto dal voto musulmano organizzato.
La resa dei conti arriverà pure da noi. E sarà la beffa perfetta. Il no che i padri non hanno avuto il coraggio di dire ai figli, alla fine, lo dirà l’imam.
Toccherà allora rimettere in piedi ciò che è stato smontato: famiglie che educano, scuole che insegnano, adulti che tornano a pronunciare la frase più semplice e più scomoda, “no, non è così”.
Servirà una generazione, forse due. Esattamente il tempo che ci è voluto per fare il danno.





