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L’oscuramento della ragione

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L'oscuramento della ragione

Tra generali in ascesa, manovre di palazzo e voci dal blues

«Il problema dell’umanità è che gl’imbecilli sono strasicuri, mentre le persone intelligenti sono piene di dubbi.»
Bertrand Russell

​Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui la realtà decide deliberatamente di superare la caricatura, lasciando chi osserva sospeso tra una risata amara e un brivido lungo la schiena.

È quella sottile e strisciante sensazione di vertigine che si prova di fronte al panorama politico e culturale nostrano: un palcoscenico permanente in cui le provocazioni più reazionarie vengono contrabbandate per pensiero critico e controcorrente, le tattiche parlamentari assomigliano sempre più a giochi di prestigio da avanspettacolo e le istituzioni culturali rischiano di trasformarsi nell’ennesimo terreno di conquista per dilettanti allo sbaraglio.

​A guardare l’orizzonte complessivo della nostra società, la sensazione dominante non è soltanto un fugace smarrimento, ma una progressiva e inesorabile desensibilizzazione al peggio, dove la capacità di indignarsi sfuma lentamente in una stanca rassegnazione.

​La crociata del Generale: il patriarcato come reliquia e l’ossessione del vocabolario

​Partiamo dal fenomeno che più di ogni altro incarna questa deriva culturale: la parabola politica ed editoriale di Roberto Vannacci. Il Generale, forte di un consenso elettorale e mediatico conquistato anche a colpi di frasi ad effetto, ha deciso di alzare ulteriormente la posta in gioco.

Non gli basta più criticare il presunto mondo al contrario; ora propone nuove le regole giuridiche, sociali e linguistiche.

​La sua ultima, illuminata proposta, programma alla mano, consiste nell’abolire formalmente il reato di femminicidio e, al contempo, ergersi a fiero e nostalgico difensore del patriarcato.

​La tesi, condita dal consueto sapore di provocazione calcolata per ottenere massima visibilità, sostiene che definire la fattispecie di femminicidio rappresenti una discriminazione al contrario, un’invenzione della modernità per criminalizzare a prescindere il genere maschile.

Poco importa che la norma penale e la drammatica percezione sociale del fenomeno nascano da una mattanza numericamente innegabile, da una catena ininterrotta di violenze che affondano le radici proprio nella cultura del possesso, della prevaricazione e del controllo.

​Per Vannacci, il patriarcato non costituisce la matrice strutturale di questa violenza, bensì un valore rassicurante, il pilastro fondamentale di una società d’altri tempi in cui ognuno conosceva con chiarezza il proprio posto nella gerarchia sociale e familiare.

​Normalizzare l’idea che la tutela specifica delle donne sia un superfluo orpello ideologico significa fare un balzo all’indietro di diversi decenni.

E la cosa più preoccupante non è nemmeno la sortita estemporanea del singolo personaggio visibile, quanto il silenzio complice, o peggio ancora il consenso sotterraneo, che queste esternazioni raccolgono in una parte di opinione pubblica affamata di capri espiatori e di risposte drammaticamente semplici a problemi immensamente complessi.

​Il bacio della morte: la tattica di Renzi e la candida Ilaria Salis

​Se sul fronte della destra si gioca con la clava dei valori arcaici e della restaurazione sociale, sul versante dell’opposizione e del centro il gioco si fa decisamente più sottile, quasi machiavellico, ma non per questo meno distruttivo per il dibattito pubblico.

​L’ultimo capolavoro della politica da transatlantico porta la firma inconfondibile di Matteo Renzi. L’ex premier, ‘maestro’ insuperabile nell’arte della manovra politica di palazzo e nella capacità di spiazzare al tempo stesso alleati e avversari, ha recentemente buttato nella mischia un’idea apparentemente spiazzante: proporre Ilaria Salis come figura federatrice o candidata di punta per un’ipotetica larga intesa dell’opposizione.

​A una prima lettura superficiale e ingenua potrebbe sembrare un’apertura inclusiva, un tentativo di dare spazio e centralità a una figura simbolo della sinistra più radicale e delle battaglie per i diritti civili.

Ma la storia della politica italiana ci ha insegnato a diffidare fortemente dei regali, specialmente quando a confezionarli con tanta premura è il senatore di Rignano.

​Quella di Renzi non è affatto un’investitura o un atto di generosità politica: si tratta del classico e spietato bacio della morte.

​Lanciare la figura storicamente divisiva e polarizzante di Ilaria Salis come ipotetico punto di equilibrio e sintesi di un’ampia coalizione significa, nei fatti concreti, bruciarla istantaneamente sullo scacchiere politico.

È una mossa studiata a tavolino per ottenere molteplici risultati distruttivi allo stesso tempo:
mettere in profondo imbarazzo il Partito Democratico e le forze moderate dell’alleanza, costrette a pronunciarsi e a dividersi su una figura complessa;
offrire alla destra un bersaglio facilissimo e perfetto su cui sparare ad altezza d’uomo per tutta la campagna elettorale;
sterilizzare sul nascere qualsiasi tentativo serio e strutturato di costruzione di un campo largo dell’opposizione.

​Si tratta della politica ridotta a mero tatticismo esasperato, a partita a scacchi giocata con freddezza sulla pelle delle persone, delle storie personali e delle idee. È il trionfo di un teatrino autoreferenziale dove il contenuto reale dei problemi del Paese scompare totalmente, inghiottito dal calcolo cinico di chi preferisce distruggere il campo da gioco piuttosto che rischiare di non esserne il capitano indiscusso.

​L’ironia del bluesman: Zucchero, Sanremo e la competenza perduta

​E mentre la politica si dimena tra nostalgie reazionarie e cinismi parlamentari, lo spettacolo e le grandi istituzioni culturali non restano certo a guardare. La notizia che Stefano De Martino, brillante conduttore televisivo ed ex ballerino, potesse essere valutato per ruoli di vertice o persino per la direzione artistica del Festival di Sanremo ha sollevato più di un perplesso sopracciglio tra gli addetti ai lavori.

Tra le voci più nitide, autentiche ed efficaci nel commentare questa deriva di sistema c’è stata senz’altro quella di Zucchero Fornaciari. Il bluesman reggiano, famoso da sempre per non avere peli sulla lingua e per un pragmatismo genuino, ha liquidato l’intera questione con una battuta fulminante e sorniona:

​«De Martino direttore artistico del Festival?… Magari ha qualità nascoste.»

​L’ironia affilata di Zucchero cattura in modo impeccabile lo spirito dei tempi che stiamo vivendo. Non c’è livore o acrimonia personale nelle sue parole, ma quel sarcasmo bonario e profondamente rassegnato di chi sa benissimo quanta fatica, quanta gavetta e quanta cultura musicale specifica servano per maneggiare la macchina complessa e delicata dell’industria discografica e dello spettacolo.

​La frase “magari ha qualità nascoste” si trasforma nell’epitaffio definitivo sulla logica imperante dell’improvvisazione. Vive nella speranza ironica che tali qualità siano talmente ben nascoste da non essere ancora mai apparse a nessuno nel corso degli anni.

È la perfetta fotografia di un Paese in cui la competenza tecnica specifica viene sistematicamente sostituita dalla pura notorietà di superficie, dove la semplice presenza scenica equivale a una presunta direzione artistica e dove i ruoli di massima responsabilità culturale vengono distribuiti con la stessa leggerezza con cui si sceglie la griglia di un palinsesto estivo.

​Il trionfo della superficie e l’assuefazione al buio

​Se si uniscono con attenzione i puntini di queste tre vicende apparentemente slegate tra loro, il quadro d’insieme che ne emerge è sconfortante. Sul piano della politica sociale assistiamo all’attacco diretto ai diritti conquistati e alla pericolosa riabilitazione del patriarcato, con il conseguente sdoganamento dell’ostilità ideologica contro le tutele di genere.

Sul piano della tattica partitica assistiamo al trionfo delle provocazioni e delle candidature utilizzate come vere e proprie trappole per distruggere qualsiasi dibattito politico e segnatamente fra le opposizioni. Infine, sul piano della cultura e dello spettacolo, registriamo il trionfo del dilettantismo e la svalutazione sistematica del merito e della competenza.

​Siamo immersi in un cortocircuito culturale permanente in cui le idee più retrograde e superate vengono contrabbandate per coraggio intellettuale, il cinismo politico più bieco viene spacciato per grande strategia e la totale mancanza di requisiti tecnici viene archiviata con un’alzata di spalle e con la vaga speranza nelle qualità nascoste di turno.

​Resta da chiedersi seriamente fino a quando questo Paese potrà permettersi il lusso di trattare la propria memoria storica, i propri diritti fondamentali e le proprie istituzioni culturali come banale materiale da avanspettacolo.

La sensazione più amara è che, a forza di ridere e sorridere delle assurdità quotidiane, ci si ritrovi lentamente ad abituarsi all’oscurità. E quando la luce della ragione e del senso critico si spegne del tutto, anche la satira più affilata smette purtroppo di far ridere, lasciando spazio soltanto a una profonda, cupa e giustificata preoccupazione per il nostro futuro.

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