La sinistra trasformista e il socialismo senza agnizione
“Quando le parole perdono il loro significato, la gente perde la sua libertà.”
Confucio
«Le parole si logorano», diceva Corrado Alvaro, giornalista e intellettuale antifascista italiano, firmatario nel 1925 del Manifesto degli intellettuali antifascisti di Benedetto Croce.
Mai come oggi questo concetto risuona così vero in rapporto alla parola “sinistra”.
“Sinistra” (proprio come “destra”) è uno dei termini politici che più si sono consumati nel tempo, finendo per subire quella che i linguisti e i sociologi chiamano semantica svuotata.
Il rischio del logorio di termini come “sinistra” è che le persone smettano di credere nelle idee stesse che quelle parole dovrebbero rappresentare.
Sinistra è un vocabolo, in sé vuoto, che è sinonimo di trasformismo e che, per riacquistare un minimo di credibilità deve sempre essere accompagnato da aggettivi.
C’è la sinistra liberale, la sinistra democristiana, la sinistra socialdemocratica, quella socialista, quella comunista leninista, quella comunista trotskista, quella comunista maoista. E che dire della sinistra fascista?
Ora la sinistra è diventata progressista. Chi mai in politica si chiamerebbe regressista? Conservatore, sì, ma regressista?
L’unico aggettivo che si attaglia al sostantivo sinistra, ormai è trasformista.
Nata fisicamente durante la Rivoluzione Francese del 1789 – quando i deputati più radicali si sedettero a sinistra del presidente dell’Assemblea Nazionale, la parola ha accumulato nei secoli significati chiari: lotta di classe, redistribuzione della ricchezza, tutela dei lavoratori, uguaglianza sociale.
Tradizionalmente legata alla classe operaia e al lavoro subordinato, la parola oggi viene percepita da molti come il riferimento di un’élite urbana, istruita e benestante (quella che in Francia chiamano gauche caviar o nei Paesi anglosassoni braminica).
Il passaggio dalle grandi battaglie economiche e strutturali alle sole battaglie sui diritti civili individuali ha spaccato l’elettorato.
A partire dagli anni ’90 (con la “Terza Via” di Blair e Clinton), la differenza percepita tra destra e sinistra sulle grandi scelte macroeconomiche e di mercato si è assottigliata, rendendo la distinzione etichetta-contenuto molto più sfumata.
Sinistra ormai è una parola che in sé non significa più nulla, ma è un ottimo paravento dietro il quale si nascondono molte realtà mascherate che, in onore di un concetto di trasparenza, vanno smascherate.
Il socialismo senza agnizione
La prima di queste realtà che si nasconde dietro il paravento della sinistra è l’abusato concetto di socialismo che, altra parola dalla semantica svuotata necessita, per avere senso, di un’aggettivazione che consenta l’agnizione, ossia il determinarsi del momento in cui è scoperta la vera identità di un personaggio, di un partito, di un movimento.
“Le parole sono pietre”, scriveva Carlo Levi, ma se continuano a sfregarsi tra loro senza cura, finiscono per diventare sabbia.
Per sottrarsi al logorio, l’unica strada è l’agnizione. Aristotele la definisce come un passaggio dall’ignoranza alla conoscenza. E la conoscenza dell’identità reale di un termine è fondamentale per non soggiacere al trasformismo.
Il socialismo senza agnizione è quello che evitando volutamente il riconoscimento si è venduto alla finanza speculativa, si è accomunato al comunismo senza agnizione e si è nascosto dietro il paravento trasformista della sinistra, ossia è entrato nella vacuità.
L’agnizione parte da Bad Godesberg
Se i socialisti intendono riconoscersi, devono attivare l’agnizione partendo dalla svolta di Bad Godesberg, la quale ha segnato una rottura netta con il passato, con l’abbandono formale del marxismo e di ogni prospettiva di rivoluzione o capovolgimento della società.
Con la svolta le radici ideologiche vennero individuate nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica.
Tra gli elementi fondamentali della svolta di Bad Godesberg c’era il riconoscimento dell’economia di mercato e della libera iniziativa privata (“tanta concorrenza quanto possibile, tanta pianificazione quanto necessaria”), con il rifiuto della nazionalizzazione generalizzata dei mezzi di produzione come principio centrale.
La proprietà privata era accettata finché non ostacolasse la giustizia sociale; si manteneva però un ruolo dello Stato per i controlli pubblici e per contrastare le concentrazioni di potere economico.
Il Partito socialdemocratico si trasformò da partito di classe a partito popolare (Volkspartei), aperto a tutti i ceti e non più solo ai lavoratori.
La SPD proclamò la sua fedeltà alla democrazia parlamentare e alla Costituzione, rifiutò il comunismo e l’anticlericalismo e si aprì al dialogo con le Chiese.
Infine, la SPD accettò il concetto di difesa nazionale e, di fatto, dell’integrazione occidentale (incluso, in seguito, il riconoscimento della NATO).
La svolta rese la SPD un partito riformista e pragmatico di tipo socialdemocratico moderno, capace di attrarre elettorato di ceto medio e di entrare stabilmente nel sistema di governo della Germania Ovest. Facilitò il percorso che portò Willy Brandt alla cancelleria e all’Ostpolitik. Rimase il programma ufficiale del partito fino al 1989, quando fu sostituito dal programma di Berlino (dopo la caduta del Muro).
In ambito politico europeo (e soprattutto italiano) “fare una Bad Godesberg” è diventata un’espressione metaforica per indicare una revisione ideologica profonda, un abbandono di posizioni massimaliste o ideologiche a favore di un approccio più moderato, riformista e di governo.
Nel manifesto finale della “svolta” si legge:
“I socialisti aspirano a una società in cui ogni persona possa sviluppare liberamente la propria personalità e, come membro attivo e responsabile della comunità, possa contribuire alla vita politica, economica e culturale dell’umanità. Libertà e giustizia si condizionano a vicenda.
Poiché la dignità dell’uomo risiede nell’aspirazione all’auto-responsabilità, così come nel riconoscimento del diritto dei propri simili a sviluppare la propria personalità e a partecipare alla gestione della società su basi di parità. Libertà, giustizia e solidarietà – la reciproca obbligazione che deriva dal legame comune – sono i valori fondamentali dell’aspirazione socialista.
Il socialismo democratico, che in Europa affonda le sue radici nell’etica cristiana, nell’umanesimo e nella filosofia classica, non intende proclamare verità ultime – non per mancanza di comprensione o per indifferenza verso le concezioni del mondo o le verità religiose, ma per rispetto delle scelte di fede dell’uomo, sul cui contenuto né un partito politico né lo Stato hanno il diritto di decidere.
Il Partito Socialdemocratico Tedesco è il partito della libertà dello spirito. È una comunità di persone che provengono da diverse correnti di fede e di pensiero. La loro concordanza si fonda su valori etici fondamentali comuni e su uguali obiettivi politici.
Il Partito Socialdemocratico aspira a un ordinamento della vita nello spirito di questi valori fondamentali. Il socialismo è un compito permanente: lottare per la libertà e la giustizia, preservarle e dimostrare il proprio valore attraverso di esse”.
L’ingresso degli eredi del PCI nell’Internazionale socialista
Nel 1992 Bettino Craxi diede il via libera decisivo all’ingresso del PDS (Partito Democratico della Sinistra, l’erede del PCI dopo la svolta della Bolognina) nell’Internazionale Socialista.
L’ingresso del PDS fu l’inizio di una trasformazione profonda della stessa Internazionale socialista e del socialismo europeo. L’inizio della fine.
Craxi, segretario del PSI dal 1976, aveva costruito la propria leadership proprio sull’autonomia dal PCI e sulla critica al leninismo. Nel famoso “Vangelo socialista” del 1978 aveva contrapposto nettamente socialismo democratico e riformista (pluralismo) al collettivismo comunista.
Si era opposto al “compromesso storico” di Berlinguer e aveva rafforzato i legami del PSI con l’Internazionale Socialista e i leader socialdemocratici europei (Brandt, González, Soares, Mitterrand ecc.). Aveva operato per evitare la marginalizzazione del PSI.
Tuttavia nel gennaio 1982 Craxi dichiarò pubblicamente che i socialisti italiani non si sarebbero opposti a un’eventuale partecipazione del PCI (dopo la rottura con l’URSS) all’Internazionale Socialista, eventualmente come osservatori, presentandola come luogo di incontro di forze progressiste democratiche. Non se ne fece nulla all’epoca: il PCI restò fuori.
Dopo il crollo del Muro e la trasformazione del PCI in PDS (1991), Achille Occhetto chiese l’adesione all’Internazionale Socialista. Craxi aveva a lungo opposto resistenze (o dilazioni), accettando al massimo lo status di invitato permanente.
Il 9 settembre 1992, in un incontro con la delegazione PDS, Craxi tolse l’ultimo ostacolo italiano: il PSI avrebbe votato a favore. L’ingresso fu ratificato al congresso di Berlino.
Poco dopo il PDS entrò anche nel Partito del Socialismo Europeo.
Dal PCI alla Cosa della Bolognina
La “svolta della Bolognina” fu l’annuncio fatto il 12 novembre 1989 da Achille Occhetto, allora segretario del Partito Comunista Italiano (PCI), di aver avviato il processo di scioglimento del PCI e la nascita del Partito Democratico della Sinistra (PDS).
Il nome deriva dalla sezione del PCI (e dal rione) della Bolognina, a Bologna (quartiere Navile). Quel giorno Occhetto partecipò a sorpresa alle celebrazioni del 45° anniversario della battaglia partigiana di Porta Lame.
Davanti agli ex partigiani, in un discorso di pochi minuti, disse che bisognava «andare avanti con lo stesso coraggio che fu dimostrato durante la Resistenza» e «non continuare su vecchie strade, ma inventarne di nuove per unificare le forze di progresso», richiamando anche le trasformazioni di Gorbaciov in URSS.
Alla domanda se ciò potesse implicare un cambio di nome del partito, rispose: «Lasciano presagire tutto».
L’annuncio arrivò tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989), in un contesto di crisi del comunismo internazionale e di lungo dibattito interno al PCI (eurocomunismo, “strappo” da Mosca di Berlinguer, difficoltà elettorali e organizzative degli anni ’80).
Non fu una decisione improvvisata dal nulla, ma rappresentò un acceleratore pubblico e unilaterale (Occhetto non aveva consultato formalmente gli organi del partito), che aprì la “fase costituente” della cosiddetta “Cosa”.
Occhetto (successore di Alessandro Natta nel 1988) guidò la linea riformista maggioritaria la cui linea era rinnovare profondamente il partito, abbandonare simboli e riferimenti comunisti tradizionali, costruire una nuova forza di sinistra aperta, post-comunista, capace di allearsi e governare.
Al XIX Congresso (Bologna, marzo 1990) la sua mozione vinse con circa il 67%; al XX e all’ultimo Congresso (Rimini, gennaio – febbraio 1991) il PCI si sciolse e nacque il PDS (simbolo della quercia, con falce e martello in piccolo). Occhetto ne fu il primo segretario.
Ingrao (storico leader della sinistra interna, assente in quanto era a Madrid al momento dell’annuncio) si oppose fermamente: dichiarò di non essere d’accordo con la proposta di Occhetto e, insieme ad altri (Natta, Cossutta, parte della base e dei militanti), difese la continuità ideologica, il nome e la tradizione comunista.
Al Comitato Centrale di novembre 1989 e al congresso del 1990 formò il fronte del “no” (o “continuisti”). Una parte di questa opposizione non aderì al PDS e diede vita a Rifondazione Comunista (1991).
La svolta segnò la fine del più grande partito comunista dell’Europa occidentale e l’inizio della trasformazione della sinistra italiana nel post-1989.
PDS, partito della società post-industriale
Il percorso avviato alla Bolognina si concretizzò nel XX Congresso del PCI (febbraio 1991), con l’abbandono del marxismo-leninismo in favore del riformismo socialdemocratico ed europeista e con l’intento di intercettare la società post-industriale: aprirsi ai ceti medi, al mondo cattolico-progressista, ai movimenti ambientalisti e ai diritti civili, superando l’esclusiva centralità dell’operaio di fabbrica.
E qui sta il nodo della deriva che porterà i socialisti europei, inglobanti gli ex comunisti della Bolognina, a svendere il marchio alla finanza e a dare avvio alla triste vicenda dell’Unione Europea di Maastricht.
Tra le due parabole della sinistra europea, quella della socialdemocrazia tedesca di Bad Godesberg e quella del Pds della Bolognina e della sua successiva evoluzione c’è una differenza sociologica e ideologica enorme.
Mentre il PDS cercò di accreditarsi come il partito della società post-industriale, la SPD tedesca con la svolta di Bad Godesberg (1959) si ridefinì come il grande partito del lavoro e del welfare dentro il sistema capitalista.
La fine della centralità della fabbrica fordista spinse il PDS a cercare consenso tra i ceti medi, i professionisti e i lavoratori del settore terziario. Il programma virò decisamente verso l’ambientalismo, i diritti civili, la parità di genere e la modernizzazione tecnologica dello Stato.
Il PDS passò dall’essere un partito di integrazione di massa strutturato sui conflitti di classe a un partito d’opinione progressista e riformista.
La SPD di Bad Godesberg abbandonò formalmente il marxismo e l’obiettivo del superamento del capitalismo, trasformandosi da partito dei soli operai a Volkspartei (partito di tutto il popolo). L’alleanza strategica rimase saldamente ancorata ai sindacati e alla tutela del lavoro subordinato, ma all’interno dell’economia sociale di mercato. La sintesi del programma divenne: “Tanta concorrenza quanta è possibile, tanta pianificazione quanta è necessaria”, mettendo lo Stato sociale al servizio della piena occupazione.
La linea di Occhetto culminò nella creazione dell’Alleanza dei Progressisti per le elezioni politiche del 1994, definita dallo stesso Occhetto la “gioiosa macchina da guerra”. L’obiettivo era cogliere i frutti del crollo dei partiti tradizionali travolti da Tangentopoli (DC e PSI).
La sconfitta elettorale della “gioiosa macchina da guerra” nel 1994 portò alle immediate dimissioni di Occhetto, segnando la fine della sua leadership e l’inizio della fase guidata da Massimo D’Alema.
L’Alleanza dei Progressisti, nata il 1º febbraio 1994 per affrontare le prime elezioni politiche italiane con il nuovo sistema maggioritario, comprendeva: Partito Democratico della Sinistra (PDS), Rifondazione Comunista (PRC), Federazione dei Verdi, La Rete, Alleanza Democratica (AD), Partito Socialista Italiano (PSI), Cristiano Sociali, Rinascita Socialista.
Siamo in presenza di un Campo Largo ante litteram, ossia di un pastone di posizioni tra di loro incompatibili.
Dall’Alleanza dei Progressisti all’Ulivo dei catto-comunisti
Nel luglio del 1994, il Consiglio Nazionale del PDS elesse Massimo D’Alema come nuovo segretario, preferendolo a Walter Veltroni.
Nel febbraio 1995, con il concorso di Romano Prodi e di Massimo D’Alema nasce l’Ulivo che è frutto di un’alleanza catto-comunista.
Prodi concepì l’Ulivo come una coalizione di centro-sinistra in grado di unire le forze della sinistra post-comunista (il PDS) con la componente cattolico-democratica (i Popolari).
D’Alema garantì a Prodi il pieno sostegno del PDS, che divenne la colonna portante dell’alleanza. Questa formula permise al centro-sinistra di vincere le elezioni politiche del 1996, portando Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio. D’Alema subentrerà poi a Prodi come Premier nel 1998.
Con D’Alema il febbraio 1998, durante gli Stati Generali della Sinistra a Firenze, il PDS diventa DS (Democratici di Sinistra). Il PDS conservava ancora la parola “Sinistra” ma soprattutto, nel simbolo, le radici dell’albero coprivano la vecchia falce e martello del PCI. Con i DS, quel simbolo storico scompare del tutto, sostituito dalla rosa del socialismo europeo.
I DS non nacquero come un semplice cambio di nome, ma come fusione tra il PDS e altre piccole formazioni laiche, progressiste, cattoliche e ambientaliste (come la Federazione dei Laburisti, i Cristiano Sociali e la Sinistra Repubblicana).
D’Alema voleva accreditare il partito come una forza di governo matura e moderna, capace di interloquire direttamente con la Third Way di Tony Blair e la SPD di Gerhard Schröder.
Pochi mesi dopo la nascita dei DS, nell’ottobre 1998, cadde il primo governo Prodi. Massimo D’Alema assunse la carica di Presidente del Consiglio: fu la prima volta nella storia d’Italia che un ex esponente del PCI guidava il governo del Paese, coronando l’obiettivo di legittimazione insito nella svolta dei DS.
L’esperienza dei DS si chiuderà poi nel 2007, quando il partito si scioglierà insieme alla Margherita per fondare il moderno Partito Democratico (PD).
L’esproprio del marchio e della tradizione socialista
Con l’arrivo dei DS il vecchio marchio del Psi è definitivamente espropriato e il socialismo craxiano e riformista in linea con Bad Godesberg, di fatto passato di mano, è in vendita alla finanza che, nel frattempo, ha favorito la nascita dell’Unione Europea di Maastricht.
Non a caso la nascita dei DS nel 1998 con l’inserimento della rosa nel simbolo scatenò un duro scontro politico. Gli esponenti della diaspora socialista (come i Socialisti Democratici Italiani di Boselli) accusarono, non senza ragione, i DS di voler “scippare” l’identità del socialismo italiano senza averne la storia, dopo aver combattuto il PSI di Bettino Craxi per decenni.
D’Alema e i dirigenti DS sostennero che l’operazione non era un’appropriazione, ma la naturale convergenza della sinistra italiana verso la socialdemocrazia europea (il PSE), unendo gli ex comunisti con i laburisti e i cristiano-sociali.
Molti intellettuali e partiti come Rifondazione Comunista accusarono i DS di aver svenduto i valori tradizionali del socialismo (difesa della classe operaia, intervento pubblico nell’economia) per abbracciare il neoliberismo, le privatizzazioni e i mercati finanziari.
I sostenitori della svolta argomentavano che l’economia globale era strutturalmente cambiata e che l’unico modo per salvare lo Stato sociale fosse modernizzarlo, accettando l’efficienza del mercato ma regolamentandolo.
Il Trattato di Maastricht (1992) è il fulcro di questa controversia. Il trattato impose rigidi parametri economici (deficit/PIL al 3%, debito sotto controllo) per accedere alla moneta unica.
Per i critici, questi parametri spostarono il potere decisionale dai parlamenti democratici ai mercati e ai tecnocrati di Bruxelles. La sinistra riformista italiana PDS/DS considerò l’adesione a Maastricht e all’Eurozona come una priorità assoluta per salvare l’Italia dal fallimento finanziario e per ancorare il Paese al nucleo delle democrazie più avanzate d’Europa.
Siamo di fronte ad una delle trasformazioni strutturali più rilevanti della socialdemocrazia europea tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000.
Con la fine del PCI e la nascita del PDS (1991) e dei DS (1998), la sinistra italiana si è posizionata in sintonia con la Third Way di Tony Blair e il Neue Mitte di Gerhard Schröder. Il PDS/DS ha identificato nell’integrazione europea e nel rispetto dei parametri di stabilità monetaria (il Trattato di Maastricht) la propria legittimazione di governo.
Il mercato, compresi i mercati finanziari, non è stato più visto come un antagonista da pianificare o combattere, ma come un mecenate ed un partner fondamentale da regolare ed allocare verso obiettivi sociali ed ecologici.
A livello europeo (specialmente in Germania con la coalizione SPD-Grünen guidata da Schröder e Joschka Fischer tra il 1998 e il 2005), la sinistra ha scoperto l’ecologismo come terreno ideale di sintesi.
La transizione ecologica offriva una nuova narrazione progressista e globale, capace di sostituire il vecchio impianto ideologico senza rimettere in discussione il quadro macroeconomico liberale.
L’ambiente smise di essere la rivendicazione antagonista dei movimenti degli anni ’70 e divenne un progetto di “modernizzazione del capitale”: riconvertire l’industria, ridurre le emissioni e creare nuovi settori tecnologici.
L’incontro con la Finanza: la nascente “Finanza Verde”
L’aspetto più sistemico di questo incontro è stato il matrimonio tra l’ecologismo politico e il capitale finanziario. Poiché i vincoli di bilancio europei (Patto di Stabilità) impedivano ai governi di fare ingenti investimenti pubblici a fondo perduto, la politica della sinistra europea si è concentrata nel creare mercati normativi.
Si arriva così alla creazione di nuovi asset finanziari con Emission Trading System (ETS) e Obbligazioni Verdi e Rating ESG
Emission Trading System (ETS) ha significato la creazione del mercato europeo del carbone (2005) trasformando il diritto di inquinare in un bene finanziario scambiabile sui mercati. Con le Obbligazioni Verdi e Rating ESG, la finanza globale (da BlackRock ai grandi fondi d’investimento) ha individuato nel “green” una nuova e sterminata prateria di valorizzazione del capitale. La transizione verso l’azzeramento delle emissioni richiedeva trilioni di euro che solo i mercati finanziari potevano mobilitare.
Politiche promosse dai Verdi e dai socialdemocratici (e successivamente formalizzate nell’European Green Deal guidato da figure della sinistra europea come Frans Timmermans) hanno posto la tassonomia finanziaria e la regolamentazione ESG al centro dell’agenda economica dell’UE.
Questo processo ha comportato un profondo mutamento nella composizione sociale di riferimento della sinistra.
Il blocco politico PDS/DS e i Verdi europei si è progressivamente saldato con le classi urbane, istruite e con i settori più avanzati del capitale finanziario e industriale (i cosiddetti “green jobs” e le multinazionali della green economy).
La transizione verde finanziarizzata ha spesso scaricato i costi sui settori industriali tradizionali, sull’agricoltura e sulle classi lavoratrici (tramite tasse sui carburanti, costi energetici o requisiti sulle abitazioni), innescando reazioni populiste e il fenomeno dei “Gilet Gialli” in Francia o le proteste agricole in Europa.
In sintesi, la convergenza tra la sinistra ex-comunista italiana, la galassia dei Verdi europei e i mercati finanziari ha rappresentato il passaggio dall’ecologismo politico anticapitalista all’ecologismo di mercato, in cui la finanza sostenibile è diventata il motore designato per la transizione energetica dell’Occidente.
La Terza di via di Blair e la finanza
La Terza Via (Third Way) di Tony Blair prevedeva un approccio pro-mercato e di “light-touch regulation” (regolamentazione leggera) nei rapporti con la finanza, in particolare con la City di Londra, considerata motore principale della crescita economica e fonte di gettito fiscale per finanziare politiche sociali e welfare.
Nei fatti, in economia e finanza accettava e proseguiva gran parte dell’eredità liberista: priorità alla competitività in un contesto di globalizzazione, flessibilità, apertura ai mercati e accettazione del ruolo centrale del settore finanziario.
Nella logica blairiana, l’economia green e la finanza non sono in conflitto ma potenzialmente sinergiche e la City può (deve) diventare hub di green finance e sustainable finance: green bond, investimenti in infrastrutture low-carbon, transition finance, nature finance. Londra ha effettivamente consolidato questa leadership negli anni successivi.
Sotto Blair e Schröder si liberalizzarono capital markets, si ridussero tasse su plusvalenze e imprese, si favorì l’accesso al capitale di rischio e si trattò il settore finanziario come motore di crescita e gettito fiscale.
In UK fu più marcato (City di Londra, light-touch regulation); in Germania meno estremo, perché il sistema restava bancocentrico e industriale. Il risultato fu maggiore interconnessione finanziaria, ma anche vulnerabilità (crisi 2008).
L’integrazione nei mercati globali e l’adesione all’architettura dell’Eurozona (dal Trattato di Maastricht al Fiscal Compact) hanno imposto margini di manovra fiscale molto stretti.
I partiti del PSE (Partito socialista europeo) hanno avallato politiche di austerità e privatizzazioni, favorendo la finanziarizzazione dell’economia a scapito dell’investimento pubblico nell’economia reale e nei servizi di base.
L’European Green Deal, promosso dalla Commissione europea con il sostegno determinante del gruppo S&D (Socialisti e Democratici), rappresenta l’ennesimo terreno di verifica della vendita del socialismo alla finanza.
L’introduzione di target stringenti sulla decarbonizzazione, sul blocco dei motori endotermici al 2035 e sulle direttive energetiche ha aumentato i costi di produzione per il manifatturiero, la chimica, l’automotive e l’agricoltura.
Questo ha favorito processi di delocalizzazione verso Paesi con standard ambientali meno rigidi (Cina, USA) e ha penalizzato il ceto medio e i lavoratori dell’industria pesante.
Base sociale e politica dei socialisti sono passati alla destra
La traiettoria del socialismo europeo dopo l’esproprio del marchio e delle radici ha creato lo spazio politico per le forze sovraniste e populiste, che oggi intercettano le istanze del proletariato industriale e del ceto medio impoverito, un tempo feudo elettorale della sinistra tradizionale.
Questa lettura rappresenta uno dei fenomeni sociologici e politici più rilevanti e dibattuti degli ultimi decenni nel mondo occidentale, spesso descritto dagli studiosi come “riallineamento elettorale” o “inversione di classe”.
Diversi sociologi e politologi hanno analizzato questa trasformazione, individuandone cause e dinamiche precise.
Tra la fine del Novecento e i primi anni 2000, i partiti progressisti europei e nordamericani hanno cambiato il proprio bacino socio-culturale.
La sinistra è diventata progressivamente il punto di riferimento dei ceti a medio-alto reddito con elevato titolo di studio (la cosiddetta “Gentry urbana” o “élite cognitiva”), concentrati nelle grandi città, nei settori dell’innovazione, del pubblico impiego qualificato e dell’università.
L’agenda della sinistra si è focalizzata maggiormente sui diritti civili, sul cosmopolitismo, sulle libertà individuali e sulla transizione ecologica. Questo ha intercettato le priorità delle classi medio-alte urbanizzate, ma ha distanziato le periferie storiche, meno sensibili a temi percepiti come lontani dalle urgenze materiali quotidiane.
Parallelamente, la destra populista e conservatrice ha occupato lo spazio sociale lasciato vuoto dai partiti socialdemocratici. La classe operaia, i piccoli artigiani, i commercianti e i residenti delle aree rurali o periurbane hanno subito gli effetti della deindustrializzazione, della delocalizzazione e della concorrenza globale.
La nuova destra ha risposto offrendo una ricetta basata sul protezionismo economico, sul controllo dell’immigrazione e sulla difesa delle identità locali o nazionali. Per la base operaia tradizionale, il confine nazionale è tornato a essere visto come l’unico scudo a protezione del welfare e del salario di fronte alla competizione dei mercati esteri.
La città del progressismo regressivo contro le periferie
Il divario tra centri urbani e periferie rurali è diventato il principale predittore delle tendenze di voto nell’Europa contemporanea. Questa spaccatura ha spesso sostituito o sovrascritta la classica divisione ideologica basata esclusivamente sul reddito o sull’appartenenza di classe.
La divergenza di voto non è una mera questione di preferenze culturali, ma affonda le radici in condizioni materiali e demografiche profondamente diverse.
Le aree rurali e le ex regioni industriali hanno subito la chiusura progressiva di ospedali, scuole, stazioni ferroviarie e uffici postali. Questa sensazione di abbandono istituzionale alimenta un voto di protesta contro le élite metropolitane.
I giovani con titoli di studio elevati migrano verso le metropoli per accedere al mercato dell’economia della “conoscenza”. Di conseguenza, le periferie rurali registrano un invecchiamento della popolazione, un minor livello medio di istruzione formale e una prevalenza di occupazioni legate all’industria tradizionale, all’agricoltura o al piccolo artigianato.
Politiche pensate per le grandi città (come la tassazione sui carburanti o il blocco dei veicoli inquinanti) vengono percepite nelle aree rurali come attacchi diretti allo stile di vita, dove l’automobile non è un bene di lusso ma un mezzo di sopravvivenza in assenza di trasporto pubblico.
Il dialogo dei morti che si credono vivi
Il pianto nostalgico dei socialisti del mondo del lavoro e del welfare è patetico e ormai inutile. Il loro discorrere è il dialogo di morti che credono di essere vivi. Gli hanno portato via il nome e lo hanno venduto. Nemmeno sulla tomba c’è un segno di riconoscimento.

Questa in sintesi l’eclissi materiale e simbolica del socialismo novecentesco.
Il punto centrale di questa lettura è che la scomparsa del socialismo tradizionale non sia avvenuta per una sconfitta elettorale passeggera, ma per una vera e propria spoliazione di identità.
Le sigle e i simboli della sinistra storica sono stati mantenuti da classi dirigenti che ne hanno svuotato il contenuto originario. Il nome è stato utilizzato per legittimare politiche di privatizzazione, deregolamentazione e smantellamento delle tutele sociali, trasformando quello che era un linguaggio di riscatto per i subalterni in un codice per le élite urbane e finanziarie.
Da qui l’idea del “nome venduto”: la forma è rimasta la stessa, ma la funzione sociale si è capovolta.
L’immagine dei “morti che credono di essere vivi” riflette l’incapacità dell’elaborazione teorica socialista di parlare al presente. Evocare le categorie della prima e della seconda rivoluzione industriale – la fabbrica, il sindacato di massa, la solidarietà di classe – di fronte a una società frammentata dal lavoro autonomo coatto, dalle piattaforme digitali, dalle catene di fornitura globali e dall’automazione, suona spesso come un esercizio retorico del tutto inefficace. La nostalgia non produce progetto politico, ma solo frustrazione.
L’assenza di un “segno di riconoscimento sulla tomba” segnala una doppia sconfitta. Non esiste oggi un luogo, una data o un simbolo riconosciuto in cui quella tradizione possa celebrare la propria memoria senza cadere nell’anacronismo o nella finzione politica.
I soggetti collettivi (partiti di massa, organizzazioni di lavoratori) che un tempo garantivano la presenza del socialismo nella vita quotidiana della classe operaia sono stati quasi del tutto smantellati o riconvertiti.
Il paradosso del presente è che, mentre l’apparato ideologico del socialismo storico appare inservibile, le disuguaglianze economiche e la precarietà materiale che lo avevano generato sono tornate ai livelli di inizio Novecento.
Al fine dell’agnizione, l’aggettivazione del socialismo è: espropriato e venduto.





