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Nel verbo supplicare la sindrome di Trump

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sindrome di Trump

The Donald  ha firmato il memorandum sui tavoli di Versailles apparecchiati dal pupillo dei Rothschild e così la politica si è inchinata alla finanza – Altro che messia –

Ci sono verbi, come implorare, supplicare, che sono rivelatori di una deriva mentale preoccupante se usati da un individuo che pensa che altri individui li usino nei suoi confronti.

I verbi supplicare o implorare significano pregare qualcuno con profonda umiltà, fervore e sottomissione, spesso per ottenere clemenza, perdono o una grazia. Possono essere rivolti a una divinità o a un’autorità dotata di grande potere.

I verbi implorare, supplicare, ecco il punto, sono usati in chiave compensativa da Donald Trump nei confronti di chi non si inchina davanti a lui.

“Mi ha implorato di fare una fotografia”, ha detto Trump di Giorgia Meloni e, vista la risposta del presidente del Consiglio italiano: “Io e l’Italia non imploriamo mai”, ieri ha rincarato la dose con una fotografia che vorrebbe la Meloni implorante e con un meme di Trump che dice: “Per Meloni serve un ordine restrittivo”.

Come dire: tenetemi lontana questa implorante che non implora.

Prima di un ripassino in latino sarebbe interessante capire come mai il grande stratega, al quale tutti devono implorazioni e suppliche, ha firmato il memorandum con l’Iran sui tavoli di Versailles, castello del Re Sole, lì condotto dal pupillo dei Rothschild.

Lettura: la politica firma sul tavolo della finanza? Se è così, e non è possibile che non sia così, per quale motivo i nani europei (che lo sono e restano tali) dovrebbero implorare, supplicare chi ha firmato sui tavoli di Mammona, affermando che dio è la finanza e lui un vassallo?

Versailles

 

 

 

 

 

Un ripassino di latino per The Donald: “Fame coacta vulpes alta in vinea uvam appetebat summis saliens viribus; quam tangere ut non potuit, discedens ait: “Nondum matura est; nolo acerbam sumere”. Qui facere quae non possunt verbis elevant, adscribere hoc debebunt exem”. (Fedro).

In italiano: “La volpe affamata, in alto nella vigna, saltò con tutte le sue forze per cercare un acino d’uva; che, non potendo toccare, disse mentre se ne andava: “Non è ancora matura; non voglio prendere quella amara”. Coloro che fanno ciò che non possono elevare con le parole, dovrebbero sottoporsi a questa prova”. (Fedro).

In inglese per The Donald: “Famine-ridden fox high in the vineyard jumped with all its might to seek a grape; which, as she could not touch, she said as she departed: “It is not yet ripe; I do not want to take the bitter one”. Those who do what they cannot elevate with words, should ascribe this exam”. (Phaedrus).

Donald non si rassegna a non essere implorato da Giorgia Meloni, così come non si rassegna al fatto che gli iraniani non si inchinino di fronte alla sua onnipotenza. Non ha vinto, non li ha annientati, loro resistono.

Ed ecco che il presidente americano, che sta seguendo attentamente i funerali della Guida suprema iraniana Ali Khamenei, ha ribadito ad Axios che gli iraniani “stanno supplicando di fare un accordo” per archiviare definitivamente la guerra.

“Un solo colpo – ha aggiunto – e potremmo eliminarli tutti, ma non lo faremo perché altrimenti non avremmo più nessuno con cui negoziare”.

Millantatore.

In occasione della celebrazione del 250° anniversario dell’indipendenza, Trump ha detto: “Abbiamo annientato Iran e Venezuela. È l’alba dell’età dell’oro dell’America” e ha tracciato un bilancio trionfale dello stato della nazione. Tuttavia un sondaggio Gallup dice che il 77% americani pensa che i padri fondatori oggi sarebbero delusi.

Che dire? The Donald se la dice e se la canta, ma la sua età dell’oro sembra solo luccicante ottone.

E, allora, torniamo ai nostri verbi: implorare, supplicare.

In un mondo in cui ci sentiamo chiamati a dimostrare la nostra competenza e sicurezza, il senso di onnipotenza può insinuarsi in modo subdolo nelle pieghe della nostra psiche.

Il senso di onnipotenza è un’illusione o una percezione distorta della realtà in cui un individuo si sente invincibile, onnipotente o al di sopra delle leggi o delle restrizioni comuni.

Questa sensazione può manifestarsi come un eccessivo senso di potere, controllo o grandiosità, accompagnato da una mancanza di consapevolezza dei limiti personali o delle conseguenze delle proprie azioni.

Il fatto è che il senso di onnipotenza serve a compensare dei tratti depressivi ed a nasconderli a se stessi e agli altri. Normalmente, il senso di onnipotenza è una risposta adattiva e di tipo narcisistico a quello che in realtà è un aspetto depressivo: una persona che teme troppo di scoprire di non avere le capacità che pensa di avere o che vorrebbe avere.

Non giova sicuramente a Trump circondarsi di religiosi adoranti come la sua consigliera spirituale, la telepredicatrice Paula White-Cain, la quale lo ha paragonato a Gesù Cristo, nel corso di un pranzo per la Pasqua scorsa.

Con il presidente in piedi alle sue spalle, verso il quale si è voltata per rivolgersi a lui personalmente, White-Cain ha affermato: “Gesù ha impartito innumerevoli lezioni attraverso la sua morte, la sua sepoltura e la sua resurrezione. Ci ha mostrato una grande leadership: una grande trasformazione richiede un grande sacrificio. E, presidente, nessuno ha pagato un prezzo come quello che ha pagato lei. Le è quasi costato la vita. È stato tradito, arrestato e falsamente accusato”.

Se aggiungiamo la benedizione dei pastori evangelici a Trump nella sala ovale della Casa Bianca il gioco è fatto.

Gli evangelici hanno messo Trump sull’altare e ai poveri capi di Stato mortali non rimane altro che essere supplici e imploranti.

Forse sarebbe ora di affrontare seriamente la malattia religiosa americana, che produce sette, telepredicatori, illusionisti di ogni genere e specie, ma per ora vale la pena di concentrare l’attenzione sul prodotto di questa religiosità messianica distorta e assolutamente folle.

Religiosità messianica distorta che ha prodotto in Trump il complesso del messia (detto anche complesso di Cristo o sindrome del Salvatore), uno stato mentale in cui un individuo ritiene di essere destinato a diventare un messia nel presente o nel vicino futuro.

Trump, a forza di dire che lo implorano e lo supplicano rischia di finire nei cartoon dei Simpson.

Nell’episodio 16 della ventunesima stagione de “I Simpson”, nel tentativo di far avvicinare Homer alla religione, Ned Flanders invita i Simpson a un pellegrinaggio in Terra Santa, dove incontrano una guida turistica israeliana arrabbiata e Homer inizia a credere di essere il messia.

Ora, mentre si apre l’incontro ad Ankara con i componenti della NATO, Trump arriverà sulla sedia gestatoria, sul Carro di Helios, con un seguito di pastori protestanti osannanti?

Si dice che porterà al tavolo dell’Alleanza qualcosa di straordinario? La sua trasfigurazione?

Per il momento, grazie ai nuovi insulti a Giorgia Meloni, si è beccato la immediata reazione di Carlo Calenda: “Trump è un ignobile bullo da quattro soldi. Piena solidarietà alla presidente del Consiglio”.

La diplomazia ridotta a cafonaggine da uno che si crede Dio è la cifra di una deriva che mette in serio pericolo i rapporti internazionali con gli Stati Uniti d’America il cui comandante in capo sembra ormai essere diventato un cafone seriale.

Sotto i riflettori, nel frattempo, c’è sempre la relazione con il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Nel recente passato, non sono mancate divergenze.

“Andiamo molto d’accordo. Sa chi è che comanda”, ha detto Trump, aggiungendo di aver ricevuto la richiesta di un incontro che potrebbe tenersi a Washington già la settimana prossima, al ritorno del tycoon dal vertice NATO di Ankara.

Altra illusione di Trump. In Israele comandano gli israeliani e, a quanto pare, fanno quel che pare a loro e non quello che vorrebbe il messia in formato evangelico.

Comunque sia, nella notte di ieri Giorgia Meloni si sarebbe consultata con il ministro degli Esteri Tajani e al momento la linea resta la stessa: non accettare la provocazione, restare fermi sull’agenda prevista per il vertice di Ankara di oggi e di domani, a cui partecipa lo stesso Trump.

I rapporti tra Italia e Stati Uniti sono molto più importanti e solidi delle cafonate di Donald Trump.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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