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Traffico ancora in stallo nello Stretto di Hormuz

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Stretto di Hormuz

A cura di Agenzia Nova

Traffico ancora in stallo nello Stretto di Hormuz dopo l’intesa USA – Iran, rischio doppia rotta. Abbas e Ghalibaf in Oman

Il quadro resta incerto: secondo il “Financial Times”, oltre 400 grandi navi sono ancora in attesa della piena riapertura del passaggio, mentre l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto) ha abbassato il livello di allerta a “moderato”

Il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha ridotto la tensione nello Stretto di Hormuz, ma non ha ancora riportato il traffico marittimo alla normalità.

Il passaggio resta molto complicato, le navi continuano a muoversi con cautela e sullo sfondo si profila l’ipotesi di due corridoi paralleli: uno più settentrionale, vicino alle coste iraniane e sotto crescente influenza di Teheran, e uno più meridionale, verso le acque omanite, che potrebbe essere coordinato dagli Stati Uniti per garantire transiti più sicuri. Il nodo è centrale per i mercati energetici.

Hormuz collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman ed è una delle principali arterie mondiali per il trasporto di petrolio e gas. La riapertura senza restrizioni dello Stretto è uno dei punti del memorandum tra Washington e Teheran, che apre una finestra di 60 giorni per arrivare a un’intesa più ampia.

Tuttavia, il quadro operativo resta incerto: secondo il “Financial Times”, oltre 400 grandi navi sono ancora in attesa della piena riapertura del passaggio, mentre l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto) ha abbassato il livello di allerta a “moderato” ma continua a raccomandare cautela per interferenze ai sistemi di navigazione, attività di sorveglianza iraniana e rischi residui nell’area.

A pesare sul clima resta l’annuncio della Marina dei Pasdaran, che sabato 20 giugno ha riferito di aver nuovamente chiuso Hormuz in rappresaglia alle azioni israeliane in Libano.

In una dichiarazione, la Marina del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha invitato le imbarcazioni a non avvicinarsi allo Stretto per evitare “rischi e conseguenze di sicurezza”.

L’avvertimento ha avuto effetti immediati sugli operatori, nonostante il canale diplomatico aperto tra Stati Uniti e Iran.

“La maggior parte delle imbarcazioni che stanno passando attraverso Hormuz dopo l’annuncio dei Pasdaran è legata alla flotta iraniana”, spiega ad “Agenzia Nova” Francesco Sassi, ricercatore in geopolitica dell’energia all’università di Oslo.

“Ci sono anche alcune navi non iraniane che entrano nel Golfo, ma si tratta soprattutto di unità legate a compagnie dei Paesi del Golfo”, aggiunge l’esperto. I traffici non collegati all’Iran, invece, “si sono ridotti” a causa della minaccia di possibili attacchi o ritorsioni.

La situazione, osserva Sassi, è “paradossale”: da un lato il memorandum indica Hormuz come uno dei punti centrali della de-escalation e prevede una riapertura progressiva dello Stretto; dall’altro, proprio durante la fase negoziale, Teheran continua a usare la minaccia della chiusura come leva di pressione.

Per armatori e assicuratori, spiega il ricercatore, un contesto “molto poco chiaro” diventa rapidamente “insostenibile”, perché aumenta il rischio operativo e rende più difficile pianificare i transiti.

I dati disponibili indicano una ripresa parziale ma disomogenea. MarineTraffic ha segnalato un rimbalzo dei transiti tra il 19 e il 21 giugno, con un picco il 20 giugno, ma diversi siti di monitoraggio continuano a evidenziare cautela, deviazioni e un uso più selettivo dei sistemi di tracciamento AIS.

L’Ukmto rileva un miglioramento nella gestione dei passaggi nelle ultime 72 ore, ma segnala che le imbarcazioni commerciali continuano a usare due rotte: una meridionale, nelle acque territoriali dell’Oman, e una settentrionale, più vicina all’Iran. Secondo Sassi, proprio questa divergenza è il dato politico più rilevante.

“Se tale situazione dovesse stabilizzarsi, vorrebbe dire che esisteranno due rotte per attraversare Hormuz: una coordinata dagli Stati Uniti e una coordinata dall’Iran”, afferma il ricercatore. Le navi visibili oggi nello Stretto transitano soprattutto nella parte nord.

Le eventuali unità in movimento nella parte sud, più vicina all’Oman, potrebbero invece muoversi con il sistema AIS disattivato e in coordinamento con gli Stati Uniti.

Questo scenario, secondo Sassi, aumenterebbe i rischi per la navigazione regionale e sarebbe “molto meno efficiente” rispetto al sistema precedente alla guerra.

Il problema riguarda direttamente anche i mercati energetici. La riduzione del rischio politico dopo il memorandum ha contribuito a calmare il prezzo del petrolio, ma la crisi di Hormuz non può dirsi risolta finché il traffico resta soggetto a minacce, autorizzazioni informali, rotte separate e presenza militare.

“Se la situazione dovesse continuare in questo modo, con la necessità di una garanzia statunitense per i passaggi sicuri, ci sarà comunque un numero minore di navi che passeranno da Hormuz”, osserva Sassi.

Di conseguenza, la crisi energetica che l’accordo sembrava aver attenuato “non sarebbe risolta”. Un’altra incognita riguarda ciò che accadrà allo scadere dei 60 giorni previsti dal memorandum.

Secondo Sassi, il primo rischio è che non venga raggiunto un accordo a lungo termine e che l’incertezza diventi strutturale. Il secondo è che Teheran, attraverso una nuova entità amministrativa con l’Oman per la gestione della navigazione nello Stretto, cerchi di aumentare il controllo sulle navi in transito.

“Un passaggio non libero, soggetto al controllo politico e non soltanto tecnico delle autorità iraniane, avrebbe un effetto negativo sui mercati del Golfo”, afferma il ricercatore.

Il punto giuridico è delicato. Hormuz non è assimilabile ai canali di Suez e Panama: questi sono vie d’acqua artificiali sottoposte a regimi specifici e a tariffe, mentre Hormuz è uno stretto naturale usato dalla navigazione internazionale.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, nota come Convenzione di Montego Bay, riconosce il diritto di passaggio in transito attraverso gli stretti internazionali.

Iran e Oman possono adottare regole per evitare incidenti, regolare il traffico, contrastare l’inquinamento e far rispettare norme doganali, ma non possono trasformare il passaggio in una selezione arbitraria delle navi autorizzate.

La questione si complica perché l’Iran ha firmato la Convenzione ma non l’ha ratificata. Teheran sostiene quindi di non essere vincolata al più ampio diritto di passaggio in transito e richiama il concetto più ristretto di passaggio inoffensivo, subordinato alla sicurezza dello Stato costiero.

L’interpretazione prevalente tra i Paesi occidentali è diversa: le regole sugli stretti internazionali sarebbero ormai parte del diritto consuetudinario e varrebbero anche per gli Stati che non hanno ratificato la Convenzione.

Il nodo dello scontro resta quindi politico e giuridico insieme: l’Iran rivendica un ruolo di controllo sulla sicurezza dello Stretto, mentre Stati Uniti e alleati sostengono che tale controllo non possa diventare il potere di bloccare, selezionare o tassare il traffico marittimo.

Infine, secondo l’emittente panaraba qatariota “Al Jazeera”, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, e il presidente del Parlamento nonché capo negoziatore della Repubblica islamica, Mohammad Bagher Ghalibaf, sono pronti a recarsi in Oman per discutere le modalità di gestione dello Stretto di Hormuz, nel quadro dei negoziati in corso con gli Stati Uniti.

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  • Redazione

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