Home Politica estera USA e Iran, il fallimento del negoziato

USA e Iran, il fallimento del negoziato

0
USA e Iran, il fallimento del negoziato

Il punto vero è: cosa succede adesso?

Il fallimento del negoziato tra l’amministrazione Trump e l’Iran non è una sorpresa.

Era, semmai, quasi inevitabile. Ventuno ore di trattativa non cancellano decenni di diffidenza, né risolvono una contraddizione strutturale: per Washington il programma nucleare iraniano è una minaccia potenziale; per Teheran è un diritto sovrano sancito dal Trattato di non proliferazione, che, però, ha palesemente violato, arricchendo l’uranio fino alla soglia dell’uso militare.

C’è poi un altro elemento spesso sottovalutato: il regime delle sanzioni, per certi versi, finisce per rafforzare proprio quella parte del sistema che si vorrebbe indebolire. L’élite dei Guardiani della Rivoluzione ha costruito un’economia parallela, opaca e altamente redditizia, basata su controllo delle importazioni, contrabbando e accesso privilegiato alle risorse.

Le sanzioni colpiscono soprattutto la popolazione, mentre offrono ai centri di potere interno nuove opportunità di consolidamento e arricchimento.

Allo stesso tempo, diventano una giustificazione perfetta: crisi economica, inflazione e disoccupazione vengono attribuite all’esterno, alimentando una narrativa di accerchiamento che rafforza la legittimazione del regime.

In questo contesto, la capacità nucleare non è solo deterrenza, ma una forma di intoccabilità strategica.

Ma il punto vero è un altro: cosa succede adesso?

Le opzioni sul tavolo sono tutte problematiche. Da un lato, un negoziato lungo e complesso, fondato su compromessi – esattamente il tipo di approccio che Trump ha sempre criticato nei suoi predecessori, da Obama a Biden.

Dall’altro, la ripresa di una guerra impopolare negli Stati Uniti e già capace di produrre effetti globali, a partire dalla crisi energetica.

L’idea che una dimostrazione massiccia di forza potesse piegare l’Iran si è rivelata un’illusione. I regimi ideologici non cedono facilmente alla pressione esterna: tendono a irrigidirsi. Dopo settimane di bombardamenti, la posizione iraniana si è infatti per certi versi addirittura rafforzata.

Nel medio termine, questo potrebbe ritorcersi contro il regime, già alle prese con un’economia in condizioni critiche. Ma Trump non ragiona sul medio termine: non ha né il tempo politico né la pazienza strategica per aspettare.

Nel frattempo, il fattore economico globale resta centrale. Il cessate il fuoco ha evitato un’escalation dei prezzi dell’energia e nuove tensioni sui mercati. Ma il nodo decisivo è lo Stretto di Hormuz.

La sua vulnerabilità conferisce all’Iran un potere enorme. Non serve nemmeno chiuderlo: basterebbe influenzarne il traffico, imporre condizioni, decidere chi passa e a quale prezzo. Sarebbe una vittoria strategica per Teheran e una leva permanente sul commercio globale. Inaccettabile.

Per questo, prima di qualsiasi ritiro, la questione deve essere risolta. Garantire la libertà di navigazione non è un dettaglio militare, ma un interesse vitale dell’economia mondiale. Allo stesso tempo, è realistico aspettarsi che strutture residue iraniane tentino di ricostruire nel tempo capacità nucleari e missilistiche.

Il know-how non scompare con i bombardamenti. Tuttavia, ridurre tutto alla dimensione militare sarebbe un errore. In gioco c’è qualcosa di più profondo: uno scontro tra modelli.

Da una parte, i Paesi del Golfo – in particolare gli Emirati Arabi Uniti – stanno costruendo economie aperte, integrate, orientate all’innovazione. Il settore non petrolifero supera il 70% del PIL, città come Dubai sono hub globali, e si investe massicciamente in tecnologia, energia e nuove industrie. È un modello che punta su crescita, mobilità sociale e integrazione.

Dall’altra, il sistema iraniano si fonda su controllo centralizzato, rigidità ideologica e repressione interna. Le risorse vengono assorbite da apparati militari e dal sostegno a reti terroristiche regionali come Hamas, Hezbollah e gli Huti, mentre l’economia resta chiusa e inefficiente. Il contrasto è netto: apertura contro chiusura, crescita contro stagnazione.

Ed è qui che si gioca la partita di lungo periodo.

Se si mantenesse uno stallo con Hormuz aperto, il regime iraniano potrebbe trovarsi sotto crescente pressione interna. Senza la leva del ricatto energetico, le difficoltà economiche diventerebbero più difficili da mascherare. La leva decisiva potrebbe essere più economica e sociale che militare.

Ma una “vittoria” dichiarata troppo presto rischia di produrre l’effetto opposto. Senza una reale neutralizzazione delle capacità strategiche iraniane, il risultato sarebbe un equilibrio instabile: un Iran indebolito ma non ridimensionato, un Medio Oriente esposto a nuove crisi, mercati globali vulnerabili.

Una tregua non è una soluzione. È una pausa.

Il nodo resta lo stesso: ridurre in modo credibile e verificabile le minacce senza illudersi che possano scomparire da sole. Senza questo passaggio, ogni accordo sarà fragile. E ogni tregua, solo l’anticamera del prossimo conflitto.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui